La sfida al contemporaneo

Definizione di arte sacra, rapporto tra arte sacra e arte contemporanea, ruolo del museo: appunti personali a margine del X convegno AMEI dal titolo “I musei ecclesiastici e la sfida del contemporaneo” che si è tenuto lo scorso novembre a Palermo.

 

Il sacro nell’arte non è arte sacra

Oggi tutta l’arte può pretendere di essere sacra. Ogni artista può varcare la soglia del proprio personalissimo tempio e onorare il proprio intimissimo nume tutelare. Nume che è sempre insindacabilissimo. Il numinoso è dappertutto e “arte sacra” vuol dire tutto e vuol dire niente.

Per uscire dall’equivocità è quindi opportuno distinguere il sacro nell’arte dall’arte liturgica. Se connotata come arte liturgica l’arte sacra riacquista una denotazione più precisa. In questo caso, infatti, è la liturgia che indica un fine ovvero una spinta e un riposo, un compimento e un consummatum est all’atto creativo.

Ciò non impedisce che ci possa essere della buona arte “genericamente sacra” che porta alla meditazione, alla riflessione, ai preamboli dell’itinerarium mentis in Deum: è arte fatta per svolgere un esercizio dello spirito, per stare su un tavolo da lavoro. È arte che manifesta un’indole orizzontale anche quando sta appesa alla parete. L’arte liturgica invece trova compimento in una postura verticale.

 

Il contemporaneo e la sfida

Il titolo del convegno richiama la “sfida del contemporaneo”. La sfida c’è, inequivocabile. Per certi versi è anche salutare per un’arte liturgica che negli ultimi due secoli si è via via ridotta a «surrogato» consolatorio.

C’è però un rischio in questo titolo ed è quello di immaginare che là fuori ci sia un dibattito chiamato “XXI secolo”. Il più delle volte viene evocato come una sorta di grande convivio permanente a cui partecipano pensatori, artisti e pubblico, come una sorta di serata di gala a cui bisogna essere invitati e adeguarsi educatamente, pena restarne fuori.

No, piuttosto, direi che là fuori c’è innanzitutto un gran casino. Non c’è «l’istituzione di una simbolica del senso dell’uomo contemporaneo», ma piuttosto la sua dispersione. Ci sono mille rivoli di affermazioni scomposte quanto effimere.  Ci sono reiterazioni monotone mescolate ad intuizioni illuminanti e a talenti prodigiosi, così come a furbate vendute a catalogo. Anche nel contemporaneo, come per i santini oleografici, ci sono tanti surrogati consolatori, solo più rapidi a disapparire.

Il contemporaneo non esiste in natura. Prima va setacciato.

E setacciare è opera paziente, deve trattenere ciò che è buono. Ma in che modo farlo? Come trattenere e unire ciò che è disperso? Io credo che il metodo sia quello di porre domande vere. Ponendo domande che partono dalle necessità proprie dell’annuncio cristiano ma che proprio per questo coinvolgono pienamente l’umano, la verità dell’umano, il suo compimento. Detto in breve, ponendo problemi veri alla creatività dei contemporanei.

Possiamo allora rovesciare il punto di vista: il punto da cui partire non è la sfida del contemporaneo, ma la sfida al contemporaneo!

Che poi, a ben vedere, questo metodo è quello indicato dalla Gaudium et spes: partire dalle domande più profonde e ineludibili, partire dalla verità delle domande e da qui iniziare un percorso convergente (e a ben vedere di conversione).

Ecco alcuni esempi di domande, di temi, di problemi da sottoporre all’attività creativa.

  • Il fatto che esista un codice già dato, che nel nostro caso sono le Sacre Scritture, implica il riconoscimento di una parola prima rispetto alla quale quella dell’artista è parola seconda. Qui non c’è spazio per soggettivismi, per i “a me piace così” e per numi intimissimi e insindacabili. La questione qui diventa ampia e trasversale: come inserire la propria voce in una parola che è stata data? Come essere liberi nella fedeltà? Qui la sfida è il rapporto tra limite e creatività.
  • La rivelazione si snoda nel tempo. L’annuncio cristiano accade nella storia e per questo richiede una visione unitaria della storia, la capacità di scorgere legami, attese, compimenti, nuove attese. Rappresentare è figurare e prefigurare. Come misurarsi oggi con un ciclo che va dalla creazione alla parusia?
  • Può essere il male assoluto fino a vincere? L’esperienza della fede mostra un resto, fosse anche nella forma dello scarto, che risulta ontologicamente irriducibile alla distruzione operata dal male. La cognizione del dolore non può esaurirsi nell’esito della disperazione. La sintesi artistica non può non anticipare una totalità che è salvata.
  • La ricerca artistica, nell’ultimo secolo, in modi disparati, ha misconosciuto il corpo. Lo ha fatto a brani riducendolo, da un lato, a materia informe e, dal lato opposto, a concetto. Ha applicato fino in fondo la modernità cartesiana. Eppure non possiamo non ricordare che Dio si è fatto corpo. Tra la matericità informe e i concetti angelici può l’arte riscoprire una giusta distanza, uno spazio abitabile dal corpo nella sua fisicità e nella sua libertà dalla fisicità?
  • L’arte per la liturgia accompagna in un percorso di conversione fatto ogni volta di ascolto, donazione, trasformazione, missione. Qui, forse, emerge l’aspetto più sfidante. Per operare un cambiamento l’arte non può limitarsi a solleticare la sensibilità, a far proprio uno slogan, a incorniciare un sentimento. È invece necessario andare al cuore dell’uomo. La sfida è dare corpo all’annuncio che è Cristo a “svelare l’uomo all’uomo e la sua altissima vocazione” (GS 22).

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Il ruolo del museo. L’esempio di San Fedele a Milano

Un museo non può prescindere da queste domande nel momento in cui si rapporta all’arte contemporanea. Nella scelta di cosa esporre e nella modalità di esporre l’operato di un museo risulta “quasi” una committenza.

Aggiungo che non posso non concordare con chi avverte come inadeguati i musei, in particolare quelli ecclesiastici, che si limitano a esporre “calici e ostensori dentro a degli acquari”, dove tutto risulta imbalsamato in corsie di visioni in superficie, dove tutto è incelebrato.

Un esempio interessante di Museo che si discosta dal semplice “esporre” e che invece esplicita una struttura a itinerario è, a mio avviso, quello di San Fedele a Milano. Qui infatti le opere d’arte sono inserite dentro un percorso che segna un avvicinarsi al luogo propriamente liturgico. E anche le opere contemporanee appositamente commissionate rispondono a questo scopo, risultando quindi parola seconda rispetto a quella della liturgia. La prima tappa è costituita dalla pinacoteca, punto più remoto dal luogo della celebrazione liturgica. I quadri qui sono disposti secondo un accostamento tematico e con didascalie vicine alle opere. Di questi quadri viene così messa in evidenza una funzione preparatoria. Man mano che si procede nell’itinerario attraversando gli altri spazi e ci si avvicina al luogo liturgico le didascalie si allontanano dalle opere perché le opere assumono significato e senso in relazione al posto in cui sono collocate. La corona di spine di Claudio Parmiggiani posta lì, al centro dell’altare maggiore, trova il proprio compimento e non ha bisogno di altro se non della liturgia. Lo stesso vale per i tre monocromi di David Simpson nell’abside, anticipo della venuta della Gerusalemme celeste.

Certo, il museo non può sottrarsi al compito della conservazione (in modo particolare i musei diocesani che svolgono un ruolo imprescindibile nei confronti delle chiese sparse nel territorio che non possono tutelare correttamente i loro beni). Men che meno il museo può diventare la goffa replica di un luogo di culto. Quel che voglio dire è che risulta inadeguato il museo che assume come modelli la wunderkammer, la camera delle meraviglie, e l’ordine lineare, alfabetico e cronologico dell’encyclopédie. Inadeguato è quel museo che ordina opere d’arte dalla A alla Zeta, quando invece quelle opere d’arte parlano di un ordine che va dall’Alfa all’Omega.

 

simpson gerusalemme celeste

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