La tentazione dello zero

in principio

L’esposizione della Santa Sede alla Biennale di Venezia 2013 è stata definita dal cardinal Ravasi «la prima tappa di un viaggio… affinché artisti e credenti si incontrino». Il che suona come un metter le mani avanti. Un prender tempo. Dichiarare che quanto è lì esposto fa parte di un intero che sarà sviluppato negli anni.  Insomma, è l’invito ad esser cauti nel giudicare repentinamente, anche se i motivi di perplessità possono essere numerosi.

Di conseguenza cercherò di essere cauto, soffermandomi solo su quanto d’intero il parziale rivela.

Innanzitutto, mi pare evidente che le opere esposte non sono la cosa più importante. Non sono molto più di un esercizio, la risulta della decisione della Santa Sede di essere alla Biennale. Il peso vero sta nel metodo utilizzato per essere lì, in quel contesto. Metodo efficacemente sintetizzato da Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani: «In questo momento bisogna partire dal livello zero, da nessuna proclamazione confessionale, dal minimum facere e su quello forse ricostruire un’arte sacra, che oggi non c’è».

Il fatto è che partire dal livello zero è affermazione assai problematica e difficile, anzi diciamo pure che è impossibile. Perché il livello zero non esiste. Il dato primo, e ineludibile, è che aliquid est. Qualcosa esiste già.

Nel nostro caso ineludibile è l’annuncio che Dio si è rivelato in Gesù di Nazaret. E dico questo non perché se manca una croce o un presepe io inizi a scalpitare. Ma lo dico perché l’intento di non partire da una proclamazione confessionale significa assumerne comunque una, solo che nascosta o confusa.

L’espressione artistica che intende costituire la prima tappa di un viaggio non può non risultare insuperabilmente seconda rispetto alla parola della rivelazione cristiana. L’evento del Verbo che ha preso dimora tra gli uomini fonda ogni lessico che miri a “dire Dio con arte”. Non c’è comunione e quindi possibilità di arte cristiana se non a partire dalla parola della rivelazione, assunta come principio di ogni analogia.

Se ha da esserci il livello zero da cui partire questo non può essere ottenuto sgomberando il campo da ogni ingombro. Non può essere dato da un ground zero comune a tutti. Perché non è possibile fare finta di niente, fare finta di maneggiare il niente. Non avrebbe senso, ovvero non avrebbe direzione, non sarebbe quella prima tappa auspicata.

Nella Genesi all’uomo spetta di forgiare il nome delle cose, delle piante, degli animali nel riconoscimento della Parola che in principio ha creato il creato. L’annuncio cristiano, anche quello di oggi, non rientra nel genere dell’apocalittica dove tutto è fatto iniziare nuovamente dal principio.  Il cristianesimo non annulla quanto è stato. Infatti il Risorto, Colui che fa nuove tutte le cose, è riconosciuto dalle ferite. Il Signore è riconosciuto in quanto è il Crocifisso.

L’unico modo possibile per guadagnare il livello zero è attraverso la traiettoria segnata da una conversione, da un tornare al principio facendosi carico di quanto è ineludibilmente e irrevocabilmente dato. Una conversione che precede la fede. Una conversione intesa come metodo intrinseco del minimum facere. Il principio, il cominciamento, la prima tappa tanto auspicata non richiede innocenza edenica ma umiltà.

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7 pensieri su “La tentazione dello zero

  1. To what end has Cardinal Ravasi presented this bizarre negation of 2000 years of Catholic iconology? The alchemical concept of Creation, Destruction, Recreation, has little in common with the traditional Christian concept of Creation and Redemption, let alone the four last things – Death, Judgment, Heaven or Hell..

  2. Il fine, credo, è quello di uscire da un’arte sacra ripetitiva, confinata nelle periferie esistenziali, bollata come devozionale. Il fine è un’arte sacra capace di farsi ammirare come ai bei tempi antichi.
    Di qui il presentarsi con nozioni filosofiche universali (non credo occorra arrivare fino all’alchimia) proprio per facilitare l’approccio anche dai più distanti. Ma l’operazione rischia di esaurirsi con l’ennesima testimonianza di sudditanza culturale a causa delle problematiche indicate dal post.

  3. Non per essere cinico e disincantato, ma il fine non è affatto culturale. Sotto la parvenza dell’insoddisfazione per quanto fatto negli ultimi tempi, si nasconde un’operazione finanziaria e di potere. Nuove bande soppiantano le vecchie, per spartirsi parecchi soldi. E, quanto agli argomenti di Paolucci e di Ravasi, come precisa bene questo post, la coperta è davvero molto corta!

  4. Su questo ne so ben poco. Di buono c’è che i lavori eseguiti saranno visibili. La cultura e le idee che presiedono ai lavori saranno visibili. E anche la lunghezza della coperta sarà misurabile.

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