Trovare San Matteo

Qual è il vero San Matteo? Il giovane a sinistra o l’uomo barbuto al centro? È questa la domanda di una serie di interventi raccolti sul blog Settimo Cielo di Sandro Magister e che danno interpretazioni diversificate del celebre dipinto “La vocazione di San Matteo” del Caravaggio esposto nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. 

Preciso subito che non ho nessuna intenzione di entrare nel club dei caravaggisti improvvisati. Ce ne sono stati già troppi negli ultimi tempi. E poi risulterei un dilettante perfino tra questi. Nessuna pretesa, quindi, da parte mia. Solo qualche osservazione, qualche nota a margine, qualche elemento che mi pare non sia stato considerato in questi articoli.

Per non appesantire la lettura non riassumo le posizioni dei diversi studiosi intervenuti ma metto in fondo al post i link relativi ai loro articoli apparsi su diverse testate. Mi soffermerò in particolare sulle argomentazioni di Sara Magister e di Elizabeth Lev, entrambe storiche dell’arte. 

 

Devo dire che anche a me era sorto qualche dubbio sull’identificazione di san Matteo nel quadro della Vocazione del Caravaggio. Ma dopo la salutare riflessione provocata dall’interpretazione di Sara Magister dico subito che secondo me rimane ancora solida la lettura tradizionale: san Matteo è il personaggio al centro con la barba e non il giovane col capo chino collocato a sinistra del dipinto.

Nel dipinto, protagoniste sono le mani. Iniziamo da quella alzata dal personaggio con la barba al centro del gruppo. Sara Magister afferma che ad un’analisi dettagliata della luce e delle ombre l’indice appare puntato dritto verso il giovane accanto. Di contro, Elizabeth Lev sostiene che la persona indica se stessa anche se il gesto rimane di difficile lettura, la mano è inclinata di un piccolo angolo e fondamentalmente è il risultato della scarsa capacità di Caravaggio di disegnare di scorcio.

Propongo un’altra soluzione ancora: quella posizione della mano risulta indeterminata e fondamentalmente ambigua perché indeterminata e ambigua ha da essere. È la mano di un uomo che interpellato indica se stesso ma in modo incerto, perché nello stesso momento in cui si sente attraversato dallo sguardo di Cristo e di Pietro e dalla luce, da quella lama di luce, da un lato si stupisce, si interroga, cerca conferma, chiede se è proprio lui e allo stesso tempo nell’incertezza cerca di deviare quella chiamata, magari su quel giovane accanto o comunque via da sé. Quell’indice e quel pollice della mano sinistra dicono imbarazzo, esitazione, prendono tempo, dilatano l’istante della scelta.

Eppure la grazia è già all’opera. L’altra mano del personaggio barbuto è raffigurata mentre maneggia i soldi, o per dirla meglio col Bellori, “lascia di contar le monete”. Mi pare debole l’argomentazione di Sara Magister quando, per identificare il santo con il giovane dalla testa china sui soldi, ricorda che i Vangeli esplicitano il ruolo di pubblicano di Matteo ovvero di uno che riscuoteva le tasse, le raccoglieva e le accumulava proprio come quel giovane sulla sinistra. A essere precisi, infatti, è certamente vero che i Vangeli attestano che Matteo aveva il banco delle imposte, e questo in effetti è lì ben visibile, ma l’azione di Matteo che i Vangeli sottolineano non è il riscuotere, il prendere, ma il lasciare, il lasciare tutto e seguire il maestro. E in effetti è quanto fa l’uomo con la barba, il quale è colto nel momento in cui “lascia di contar le monete”. Quindi mentre con una mano temporeggia con l’altra già dà inizio alla sequela di Cristo.
Caravaggio non si smentisce e offre il culmine dell’azione di conversione, presenta l’azione come dramma, come libertà, come istante della scelta in cui tutto è in gioco.

E qui interviene il secondo elemento fondamentale che mi pare sia rimasto in ombra: il ruolo di Pietro e del suo gesto. E in effetti nella lettura di Sara Magister risulta poco comprensibile la sua figura. Basterebbe infatti quella di Cristo: chiamata e (attesa di) risposta, un percorso lineare. In quest’ottica la figura di Pietro rischia di apparire di troppo, perfino ridondante, roba da retorica papalina e controriformistica.

Invece no. Se il centro è il dramma in atto di Matteo, allora si comprende e trova giustificazione la presenza di Pietro: Cristo chiama e Pietro conferma nella fede i suoi fratelli (Lc 22,32). L’azione drammatica, culminata e sospesa in quel volto circondato da barba e due occhi che da rapaci si trasformano mendicanti di senso, trova riposo nel gesto di Pietro. Non ho la minima idea del perché la figura dell’apostolo Pietro sia stata inserita in un secondo momento, ma di certo non è ridondante, anzi risponde a un’esigenza di completezza per la lettura dell’azione che si svolge nel dipinto.

Il che apre con coerenza al significato contingente ricordato da Elizabeth Lev: alla figura del pubblicano convertito si sovrappone quella del re Enrico IV di Navarra, che proprio nel 1594 da ugonotto si converte al cattolicesimo. E’ sempre Cristo a chiamare e il papa, come Pietro e vicario di Cristo, conferma nella fede. L’episodio del vangelo diventa modello universale di incontro con Cristo nella storia attraverso la Chiesa. Particolare e universale si intersecano nell’opera di Caravaggio.

E poi, così, come prova del nove, non è che non abbia provato ad immaginare l’azione come se Matteo fosse il giovane con la testa china, ma tutto diventerebbe veramente impacciato. Il gesto solenne di Cristo cadrebbe nel vuoto; l’uomo con la barba si ritroverebbe al centro dell’azione ma senza capire tanto bene perché, e con tutti i  riflettori addosso non gli uscirebbe che un: “Ma state dicendo a questo qui di fianco a me?”. E l’imbarazzo non potrebbe che crescere con l’apostolo Pietro lì a confermare non una vocazione ma un’esclusione “sì sì, non te, ma quello lì di fianco… !”. Altro che dramma, l’azione non concluderebbe e  rischierebbe solo di protrarsi in una commedia degli equivoci.

Infine, c’è una cosa che proprio non va in quel giovane che ha la testa china sui soldi: ha uno sguardo triste, di una tristezza piatta, inerte e rassegnata. Non è lo sguardo di un martire.

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A rilanciare l’interpretazione controcorrente era stata la storica dell’arte Sara Magister, su TV 2000: La Domenica con Benedetto XVI, 14 luglio 2012
In difesa dell’interpretazione tradizionale era intervenuta un’altra storica dell’arte, Elizabeth Lev, alla quale Sara Magister aveva controreplicato:
Gesù chiama, Matteo risponde
Poi è stata la volta di un servizio di Maurizio Cecchetti su “Avvenire” del 2 agosto, anch’esso a sostegno della nuova interpretazione:
Caravaggio, chi è il vero Matteo?
Successivamente è entrato in campo, dalla stessa parte, il teologo valdese Fulvio Ferrario:
“Caso” Matteo. Anche il teologo Fulvio Ferrario lo vede nel giovane a capo chino

Segnalo inoltre  il post di Luigi Walt su letterepaoline.net che argomenta per una lettura tradizionale del dipinto.

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Un pensiero su “Trovare San Matteo

  1. A me sembra sia il giovane di spalle che sta alzandosi e lasciando i libri contabili dove venivano scritte le cifre contate. E’ indicato dalla mano. Si alza e cambia vita. Evaristo Campomori

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