Via pulchritudinis – 12

Il breve elenco è questo. La ragione è potente, ma non arriva più in là di un tiro di schioppo. La ragione è meretrice, e si vende di volta in volta al più forte. La ragione incasella tutto quanto capita sottomano, ma senza mai poter uscire di casa. Perché essere e pensiero sono separati l’uno all’altro. Cosa ci sia là fuori, la ragione non lo sa più. Storia e natura se le fa in casa. E, ad un certo punto, col massimo rigore del proprio presupposto, afferma che non c’è nessun fuori, perché quanto incasella è comunque casa. Tutto, quindi, è home made, fatto in casa.
Questa è l’estrema sintesi della modernità, più o meno da Lutero a Hegel.

Da allora si è perlopiù continuato a pensare che conoscere altro non sia che conoscere la propria rappresentazione della realtà. Alla fin fine, si gira sempre attorno a Hegel, ma fiaccandolo.

Va da sé che con un simile andazzo, l’annuncio storico, la buona novella, non possa che perdersi. Sola fide. Rimangono parole senza carne. Nella lettera citata, Bonhoeffer constata che, date le premesse, gli rimangono solo parole mute. Poi cerca di indicare qualcosa che possa resistere e perdurare: la preghiera e il fare ciò che è giusto. Ma anche questo equivale a dire che rimane ben poco, una prassi. Uno sforzo destinato a esaurirsi presto: quale preghiera, infatti, è possibile se il nome da invocare e ringraziare è ormai vuoto? e quale giustizia, se ‘voluzione dopo ‘voluzione il tempo nel quale restituire il giusto si disgrega?

L’avvento lascia il posto al divenire (o al suo parente oscuro, l’accadere heideggeriano). Così è, se si rimane dentro il presupposto della modernità, ovvero se si afferma che essere e pensiero sono separati; se si ammette un ordine naturale che preesiste al pensiero e che ottiene il proprio statuto in quanto distinto dal pensiero.

Già abbiamo visto un altro modo di intendere la conoscenza, l’essere e il pensiero. Ma ora lo ripropongo attraverso le parole di Shakespeare pronunciate  da Enrico V nella celebre scena che precede la battaglia di Agincourt. Qui la memoria è viva, perché la parola è carne. Qui le cicatrici sono convocate come testimoni. Qui si offre un banchetto perché quanto avvenne sarà forma del presente e compimento del futuro. Qui l’uomo si eleva e si nobilita perché gli è dato un tempo fedele. E le parole domestiche possono esser consegnate, senza tradirle, ai figli. Qui coloro che testimoniano sono contemporanei alle ferite. E per questo fratelli.

Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano.
Chi sopravviverà a quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno e si farà più grande al nome di Crispiano. Chi non morirà oggi e vivrà sino alla vecchiaia, ogni anno, alla vigilia, offrirà un banchetto e dirà: “Domani è San Crispiano”. Poi tirerà su la manica e mostrerà le cicatrici e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”. I vecchi dimenticano, ed egli come tutti dimenticherà tutto il resto, ma con grande fierezza ricorderà le gesta di quel giorno. E allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche, re Enrico, Bedford e Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester, saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia. Ogni brav’uomo la racconterà a suo figlio. E sino alla fine del mondo il giorno dei Santi Crispino e Crispiano non passerà senza che vengano menzionati i nostri nomi. Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli; poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione sarà da questo giorno elevata: e tanti gentiluomini che dormono ora nei loro letti in Inghilterra malediranno se stessi per non essere stati qui oggi, e non parrà loro neanche di essere uomini quando parleranno con chi avrà combattuto con noi questo giorno di San Crispino
(Enrico V, IV.iii).

[La scena, tratta dal film di Kenneth Branagh, è visibile nella widget dei video qui nella colonna a lato; la scena citata parte al 1′.08″]

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5 pensieri su “Via pulchritudinis – 12

  1. Il fatto che tu abbia eliminato “quel”periodo da questo ultimo post mi rassicura sulle mie capacità di comprendonio: non mi tornavano i conti e mi ero riproposta di ritornarci su per capire se mi fosse sfuggito qualcosa! Ti seguo sempre appassionatamente, soprattutto quando sfoderi il tuo talento filosofico che in questi ultimi post si sta riproponendo alla grande.

  2. Continuo a fare premesse teoretiche, ma mi paiono dei passi necessari per parlare di arte. Tra poco, spero, entro più nelle applicazioni concrete. Grazie per il resto (quando posto e rileggo “in pagina” trovo sempre cose da modificare…).
    lc

  3. Scopro oggi il blog e linko, è molto nelle mie corde.
    Magari alla sintesi iniziale sulla realtà ridotta a rappresentazione (scarnificata, prima che negata), aggiungerei l’eredità gnostica di un medioevo sotterraneo, solo parzialmente limitabile ad emergenze ereticali (penso all’antinomia realismo esagerato-nominalismo, che alla lunga ha avuto la meglio sulla forma analogica della teologia cattolica).

  4. Troppa carne al fuoco.
    Dai loro frutti li giudicherete, dice con del semplice buon senso il Signore.
    Ebbene i frutti del delirio di onnipotenza della “sola Ragione”, cui fu tributato il culto pubblico ufficiale della rivoluzione francese, annientando le fondamenta storiche della cosiddetta “laicité”, sono il pensiero debole ed il relativismo.
    Cosa aggiungere senza diventare impietosi e crudeli. Forse l’unica cosa seria è avvisare il ritorno alla metafisica. Dopo un lungo esilio il pensiero tornerà alla metafisica, recuperando l’umiltà necessaria dei propri fondamenti.

    Un appunto su Bonhoeffer. In quel contesto storico (nazismo) e nella sua situazione personale (prigionia) Bonhoeffer non può fare altro: pregare e fare la cosa giusta.
    PREGARE è l’opera più difficile e faticosa, sia per l’uomo che per il credente, ma anche la più necessaria. Perciò tutte le apparizioni mariane insistono su di essa. Perciò esiste l’arte, per glorificare Dio. Fintanto che l’uomo crede che pregare sia opera sua, è giunto soltanto alla porta d’ingresso, la preghiera vera e propria è solo dono e abbisogna solo di umiltà per essere accolta e custodita. Proprio come la rivelazione o intuizione del bello.
    FARE la cosa GIUSTA significava allora per Bonhoeffer non tradire gli altri congiurati, non tradire la causa della giustizia. Ciò da parte di un teologo e pastore luterano, significò ripudiare, anzitutto con la prassi perché quella era l’urgenza, la separazione radicale tra obbedienza a Cesare e obbedienza a Dio, tipica del luteranesimo e recuperare il tirannicidio, propriamente cattolico.
    Per altro iniziò anche a riflettere su queste tematiche nell’Etica, purtroppo incompiuta.

  5. @vbinaghi. Linko anch’io. E sul presupposto del presupposto moderno, d’accordissimo.

    @paolo. su Bonhoeffer, certo, il contesto è quello e porta con sé ulteriori questioni.

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