Pietra che vive (15 architetti nel 1968) – 3

1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?
2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?
3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?
4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?
5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?
6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

Le sottolineature sono mie.

Arch. Fausto Bontempi – Salò

Sono convinto che la normativa non ci assicura un operare positivo, costruttivo, ma al massimo un certo ordine, un ambito sopportabile entro cui operare con libertà.
Le indicazioni conciliari saranno di utilità e stimolo solo a quegli architetti che avvertendo le aspettative anche inconscie delle attuali comunità, le facciano proprie e le sappiano tramutare in spazi sacri corali e singolari.
Le indicazioni conciliari ridanno all’artista la libertà operativa. La rovinosa decadenza dell’ultimo secolo, che ci aveva portato all’erezione di sale false e vuote in cui l’uomo si sentiva in un rapporto che non gli era naturale, è frenata da queste innovazioni.
All’uomo è ridata fiducia. È ritornato ad essere considerato nella sua singolarità e nelle sue aspirazioni comunitarie. Ripeto che non è compito solo di una norma risolvere i problemi, ma spetta alla sensibilità dell’artista recepirli e darne una soluzione che soddisfi le aspettative ed i bisogni di «quella specifica» comunità.
Mi interessano gli spazi in cui vive, si muove ed agisce una comunità. In particolare gli spazi in cui si verifichino particolari tensioni: i moti dell’anima. Il ritrovarsi con la propria esistenza con quella dei vicini amici e sconosciuti (ma, in questi spazi singolari, non più tali ).
La comunità degli uomini qui solo libera la propria anima; ed ogni cavità, piega, segno, li fa propri.
Sono il popolo di Dio …
L’uomo accanto all’uomo; l’uomo dentro l’uomo.
Solo qui, in questo spazio singolare il marmo può essere una appropriata materia che, opportunamente usata, può entrare e comporre lo spazio sacro ed essere struttura comprimaria.
Occorre reinventare il linguaggio.
Nello spazio che noi proponiamo il tradizionale uso del marmo non ha più senso.
Poiché è un discorso di linguistica generale; di nuovi contenuti; di nuovi rapporti tra elementi singolari del linguaggio, per cui è errato condizionare l’uso di una materia a specifiche funzioni o destinazioni di struttura; ma vitale è capirne lo spirito, la struttura logica ed i rapporti tra questo elemento e l’ideologia generale affinché la singolarità della materia, logicamente realizzata generi relazioni, tensioni: viva.

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Arch. Giulio Brunetta – Padova

1 – Le istruzioni conciliari, nelle poche pagine volutamente tenute su un tono generale destinate alla costruzione delle chiese, che devono essere atte «a consentire la celebrazione delle azioni sacre secondo la loro vera natura e ad ottenere la partecipazione attiva dei fedeli », non condizionano, fortunatamente, in alcun modo la libera interpretazione in chiave architettonica di esse da parte del progettista, e se una valutazione sarà da fare sulla loro «interpretazione », questa va quindi fatta soprattutto in ordine al gusto, alla misura e alla pertinenza con la quale è stato tradotto in forma architettonica un assunto quasi esclusivamente spirituale: dico quasi, in quanto poche altre indicazioni assegnano particolari collocazioni o significati ad alcune parti della chiesa.
Giudico perciò le indicazioni sufficienti.

2 – Però le nuove istruzioni, a voler bene intenderle, rappresentano effettivamente una, (cauta), rivoluzione nei riguardi delle precedenti disposizioni, interpretazioni e giudizi, ancorati a stratificazioni puramente formalistiche, vecchie di secoli, e superate da lungo tempo; il discorso però non potrebbe qui andare disgiunto da quello su tutta la riforma liturgica, e se  problemi sono ancora da risolvere sono in questa.

A me pare, dico pare, che le nuove norme, e liturgiche in generale, e di progettazione in particolare, portino ad abbandonare il concetto delle chiese « monumento », per celebrazioni in onore di Dio, per la chiesa « casa », dove gli uomini possano incontrarsi con un Dio fatto uomo: in poche parole per un edificio che piuttosto ispiri, nel raccoglimento, l’amore a Dio, anziché esaltarne la gloria, anche se i due fatti, in sostanza, finiscano per coincidere.

3 – Il progetto di una chiesa ha sempre costituito per me più un impegno di scoprire una «idea» di fondo, ispiratrice di tutto il progetto, che una ricerca esteriore o formale: e penso alla «chiesa che apre le braccia» della Guizza; alla « chiesa chioccia» della Casa della Provvidenza di S. Antonio; al «cerchio e la parabola», e al «cerchio e l’ellisse» di Abano Terme, e ora a una «chiesa grande casa» che sto portando avanti.
Per questo progettare una chiesa ogni quattro o cinque anni è più che sufficiente per qualsiasi architetto.

4 – Ho già detto sopra: la chiesa concepita come una «grande casa», per tanta gente, non «fruitrice», (Dio ne liberi), ma partecipe di un sacro avvenimento.

5 e 6 – Il marmo è un materiale naturale e «pulito»: ha quindi ancora tutte le caratteristiche necessarie per poter partecipare di diritto alla realizzazione di un edificio nel quale ogni particolare deve essere oramai improntato alla massima semplicità, sobrietà e onestà applicative; in più sottintende, aggiungerei, la continuità nel tempo.
Ad eccezione di alcuni elementi cui si debba dare particolare risalto: il Tabernacolo, l’Altare, il Fonte battesimale, che possono giustificare utilizzazioni comunque « pregiate », per tutto il resto, e può anche essere tanto, penso quindi che l’impiego del marmo vada fatto evitando il più possibile materiali o lavorazioni di «effetto».

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Arch. Giorgio Garau – Verona

Il problema di costruire chiese oggi in Italia direi è giunto a un punto critico. Ci sono naturalmente quelli che di chiese ne progettano e costruiscono senza troppi problemi tanto lunga e alta, tonda o a stella la chiesa va sempre bene. E anche le indicazioni conciliari sono facilmente assorbibili: basta far attenzione a certe localizzazioni logistiche; per il resto si fa come si vuole. Per altri invece il problema è giunto a un punto critico.

Prima del Concilio il problema di questi «altri» era quello di soppiantare il monumentalismo della chiesa, l’enfatizzazione del rapporto uomo-Dio, di dare al popolo il senso della concelebrazione. Prima del Concilio esistevano già chiese con l’altare rivolto al popolo, in mezzo al popolo. Ora col Concilio tutto questo è stato sancito, è divenuto prassi comune. Pertanto il nostro problema si è spostato una volta acquisita la prima meta.

Si tratta di dare alla chiesa dei nostri tempi una fisionomia, uno spazio, un linguaggio nostro, maturo, comprensibile, esprimente un’idea nostra: genuina interpretazione del sacro. Ma nella crisi del sacro in cui stiamo tutti più o meno vivendo, in cui il rapporto del singolo col trascendente è sempre meno sentito, mentre lo è sempre più quello dei singoli fra di loro, che senso hanno le chiese? Spazi in cui finora gli individui, minimizzati i rapporti fra loro, vengono suggestionati dalla forma stessa ad un individualistico rapporto con la trascendenza.

Già si è verificato recentemente che taluno fra i fedeli abbia interrotto con qualche domanda la predica del sacerdote durante la messa. Fatto inaudito? o segno dei tempi? Tempi in cui è il dialogo e la chiarificazione comunitaria che andiamo cercando.

Allora come faremo le chiese se non ne abbiamo chiari i significati, i contenuti, la funzione sociale? Luoghi di ascesi? Luoghi di dialogo? Luoghi di pura celebrazione liturgica? È stato giustamente osservato che per ben 300 anni di cristianesimo (fino a Costantino) non c’è stato nessun bisogno di luoghi appositamente confezionati per la liturgia.

La chiesa futura sarà una «casa» con una sala liturgica? O sarà un «centro spirituale e culturale» in cui spazio preminente sarà dato allo studio, alla cultura, all’approfondimento comunitario dei problemi?

Del resto la stessa rigida struttura parrocchiale fortemente ancorata a un territorio divenuto così quantitativamente irrilevante di fronte alle comunicazioni e agli spostamenti degli uomini, che rispondenza ha con le esigenze della società? Sono problemi che ci stiamo ponendo e vorremmo, sia pure embrionalmente, avviare a soluzione prima di fare altre chiese, per non farle vecchie e sbagliate.

A questo punto fermerei il discorso in quanto penso si sia già capito che il problema mio e di quelli che la pensano a questo modo, non è tanto con quali criteri progettare la chiesa, con quali materiali, ecc., ma è la messa in discussione della chiesa stessa per scoprirne i contenuti essenziali e i significati che noi società di oggi cerchiamo e le diamo.

Mi pare quindi di non poter dare una risposta alla domanda se l’uso del marmo può essere valido in un luogo di cllto e come e perché. Può essere valido né più né meno di come lo può essere in qualsiasi altra architettura. C’è da dire comunque una cosa importante: che l’uso finora fatto del marmo nelle chiese è quanto di più lontano ci sia dallo spirito del Concilio. È avvilente osservarlo nelle chiese dei nuovi quartieri. In quelli ricchi il marmo è sprecato in tutti i colori e in tutte le forme: pavimenti, pareti, altari, statue … chi più ha soldi più ne mette, è l’ostentazione tangibile della ricchezza dei fedeli della parrocchia. Nei quartieri poveri le chiese son lasciate nude, al rustico, brutte, non finite, in attesa del «marmo» che per il momento non possono pagarsi, ma c’è la speranza un domani di averlo.

Lo spirito del Concilio è che la Chiesa sia povera e quindi che non ci siano le chiese dei ricchi e le chiese dei poveri, ma solo le chiese povere. Il che, contrariamente a quanto pensano le persone/bene, non vuol dire far chiese brutte, scalcinate, ma farle genuinamente belle. È un grosso equivoco borghese considerare bello ciò che è ricco e costoso, e brutto ciò che è povero e costa poco.

Può essere il marmo un materiale povero? Forse si, purché la tecnologia e soprattutto i suoi produttori glielo consentano.

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Arch. Glauco Gresleri – Bologna

1 – Sarebbe errato riguardare la letteratura ufficiale conciliare come la regola dalla quale possa scaturire meccanicamente la soluzione architettonica del problema. La progettazione, per attingere a risultati di poesia come è tanto necessario in materia di culto, deve risolvere propri problemi di sintesi organizzativa ed espressiva ai quali ben poco possono aiutare i termini grammaticali o anche di concetto delle «leggi». È da ricordare come tali norme conciliari non siano in effetto altro che un riconoscimento ufficiale di quante esperienze e ricerche di rivitalizzazione in tutto il mondo da decenni erano condotte dalle «base».

2 – Tendono anzitutto a ridare dignità e coscienza alla assemblea in quanto partecipe e parte insostituibile della stessa azione sacrificale. È in questa visione generale che vanno collocati i vari criteri collaterali dell’altare verso il popolo, della lingua italiana, della disposizione serrata attorno all’area presbiterale ecc. Le indicazioni conciliari aiutano a ricostruire una semanticità ai contenuti liturgici attraverso una riqualificata gererchia di valori e di significati, ma certamente lasciano ancora insoluta, o meglio aperta, la soluzione totale architettonica, ma ancor prima espressiva della «nuova chiesa ».

3 – L’architetto è per vocazione costruttore e quindi la domanda indulge ad una risposta facile. Ma il discorso è invece molto difficile, al punto forse da rischiare di essere frainteso. Il mondo cammina tanto in fretta che al momento attuale l’organizzazione pastorale di tipo tradizionale sembra non più in grado di risolvere la massa di problemi tipici della grande città industriale. E quindi anche la chiesa, sempre intesa nel senso tradizionale che tale organizzazione pastorale presuppone, sembra rischiare di non poter più essere termine di colloquio se la stessa struttura pastorale non troverà adeguate alternative. Lo stesso reinserimento diaconale vedrà forse dilatarsi in una azione dinamica mentre le strutture « fisse» tenderanno a diminuire di numero per meglio caratterizzarsi come basi di tale azione a lunga gittata portata dai diaconi.

4 – Con le premesse di cui sopra questa domanda sembra forzare un po’ troppo la risposta. Comunque mi sembra che alcuni criteri debbano assolutamente dichiararsi prioritari e debbano oggettivamente e realmente essere messi in atto:

a) non indulgere alla concorrenza con strutture che sono e debbono restare della città, quali scuole, cinema, campo sportivo ecc. che troppo spesso sono ritenuti fondamentali complementi alla chiesa, e che, pur assorbendo ingenti sacrifici finanziari, non arrivano quasi mai ai livelli di qualità e di efficienza delle analoghe strutture civiche.

b) operando il più possibile la sfrangiatura dell’oggetto architettonico nel tessuto cittadino non solo sul piano formale, ma soprattutto nella disponibilità ricettiva, perché sia il meno possibile recinto dei buoni e il più possibile spazio di tutti.

c) semplicità costruttiva, basso costo, materiali poveri ma questo tutto vivificato da una altissima qualificazione spaziale capace di riverberare di giusta ricchezza il tutto architettonico.

d) intendendo questo luogo come il prolungamento della casa più umile e più povera, vorrei dire del mondo intero; ma fermiamoci pure al confine parrocchiale … perché almeno questo spazio vi sia per il più umile che egli possa varcare senza crisi e senza maledizioni…

5 – Nessun materiale è inibito ad un certo uso costruttivo e ad una certa adozione di servizio. Il marmo come il legno, il ferro come la materia plastica, il vetro come la tela possono essere i vettori di qualificazione spaziale e di formulazione fisica di un certo spazio creato dall’uomo. Ma non credo che questo diritto possa essere un privilegio di casta o di nascita … È da dirsi anzi che come le nuove tecnologie del ferro e del legno hanno conferito a questi materiali una migliore qualità di interpretazione della spiritualità moderna (vedi ad esempio per il legno le tecniche del ballon-fram o della composizione con elementi leggeri assemblati in sistemi spaziali leggeri con collanti e piccole chiodature) così il marmo attende ancora forrse una nuova tecnologia che ne proietti le possibilità espressive nella nuova visione costruttiva.

6 – Parte di questa risposta è contenuta in quanto detto subito sopra. L’intuizione dell’operatore architettonico potrà adoperarlo per una maniglia come per un sedile, per il tabernacolo come per un lampadario. Sarà solo importante che l’uso sia conseguente alle caratteristiche del materiale sì, ma anche che in tale adozione sia interpretato e capito l’atteggiamento spirituale che, anche se sul piano dell’inconscio, ogni uomo assume entrando in rapporto con ogni fisicità con cui viene in contatto e che, per istinto, è portato a giudicare se «vera» o «falsa ».

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