Pietra che vive (15 architetti nel 1968) – 2

1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?
2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?
3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?
4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?
5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?
6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

Le sottolineature sono mie.

Arch. Melchiorre Bega – Milano

1 – Ritengo che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di nuove Chiese.

2 – L’indicazione nuova maggiore è la celebrazione della S. Messa verso i fedeli e quindi con la Mensa al centro dell’Altare con la partecipazione dell’ Assemblea. Già 3-4 anni fa quando iniziai la progettazione della Chiesa di S. Giovanni Battista a Casalecchio di Reno, Bologna, io avevo proposto al Cardinale Lercaro questa sistemazione e il Cardinale andò a Roma per chiedere il permesso per questa innovazione che il Vaticano concesse. La mia Chiesa era già in corso di esecuzione quando giunsero le indicazioni conciliari.

3 – Ho già accettato di costruire un’altra Chiesa a Monte Donato ed una terza Chiesa a Reggio Emilia giacché questo tema mi appassiona, ma ritengo non si possa concepire più di due o tre Chiese.

4 – Si troverà, nella mia relazione, da quale spirito di profonda umiltà, osservazione e riflessione occorre disporsi alla progettazione tutta particolare per una Chiesa. « … La progettazione della chiesa parrocchiale di Casalecchio di Reno mi ha convinto della necessità di propormi il problema che qualunque progetto presenta, in termini architettonici dipendenti da considerazioni di fondo, cioè dalle particolarità liturgiche tradotte, per così dire, in architettura moderna, superando i suggerimenti e addirittura le tentazioni di gusto più ancora che di tecnicismo, dipendenti dal tema e dal modo di trattarlo, ora in uso in ogni parte dell’orbe cattolico.
Prego di voler consentire la presente impostazione, alquanto personalistica. Ma è acquisito che l’arte in ogni caso non prescinde dalla personalità; è personalità. Avendo compiuto nella mia ormai lunga carriera di costruttore opere di ogni genere, dalle più modeste alle più impegnative, confesso che la costruzione di una chiesa, mai capitatami, mi ha sempre attirato e convinto a osservazioni e riflessioni non superficiali.
L’occasione frequente di viaggi in varie parti del mondo, l’esame degli esemplari moderni più celebrati, la letteratura critica ed esegetica e la stessa storia della giovanissima architettura sacra desunte dalle documentazioni, per esempio, delle maggiori riviste specializzate, aveva già contribuito a sedimentare nel mio intimo alcuni principi che mi ripromettevo di sperimentare.
L’incarico per la chiesa di Casalecchio di Reno ha inoltre il conforto inestimabile della dottrina liturgico-architetturale del Pastore della Diocesi bolognese. Nella presente relazione intendo appunto illustrare il procedimento che, tanto naturalmente e lietamente per me, mi porta ad una particolare attuazione. Accettando la dottrina liturgica e le sue precise prescrizioni dello spazio interno, la chiesa da me progettata si impernia per così dire – sul concetto «Chiesa Casa-di-Dio» e sull’assoluta preminenza dell’Altare col Celebrante nel centro di un’area a fuoco centrale, di fronte a un’assemblea di fedeli equi partita in navate convergenti, mentre la quarta (o quarto braccio di una croce greca) si allarga in coro congiungendo il presbiterio alla sacrestia. La conformazione a raggera favorisce in modo assoluto la visibilità delle funzioni e quindi la partecipazione del popolo all’azione sacra.
La positura del Celebrante è conforme ad antiche consuetudini e a quella che mi sembra una funzionale necessità liturgica: cioè la visibilità del Sacerdote da parte dei fedeli e la completa percezione di ogni suo atto in ogni più riposto dei suoi significati mistici.
Il Celebrante dunque è volto « versus populum »; le sue spalle sono verso il coro; i fedeli lo vedono di fronte-profilo a seconda dei movimenti rituali. Non uno dei suoi gesti può sfuggire o essere modificato a causa del punto di vista.
Inoltre il Tabernacolo eucaristico assume una collocazione particolarmente significativa e maestosa, non sulla Mensa, facilmente e nobilmente raggiungibile, evitando oltretutto al celebrante quei movimenti, invero non facili, nei quali deve sporgersi e tendersi attraverso l’Altare. Tutta la mia vita e la mia opera sono fatte di lavoro e di rispetto religioso.
La mia più grande emozione in questo momento è di sentirmi chiamato a un compito tanto bello e desiderato. Sono certo della umiltà del mio animo sia come uomo che come artista. Non penso affatto di essere qualcuno che ospita il suo Signore, con una tal quale riconoscenza ma un artefice che umilmente si onora di servire il Signore lasciando Lui Padrone e Protagonista.
Quindi «la mia chiesa» nasce da quanto ho detto e progettato, in ogni sua parte. L’arca esterna si vale del giardino esistente a Casalecchio di Reno e anzi lo «incamera» per così dire, come spazio di rispetto, col suo verde; si vale dello sfondo collinoso nonché dell’alto argine del Reno che, troncando lo spazio utile, impedirà ogni pericolosa vicinanza di altre costruzioni.
L’Edificio ha nel prospetto principale il Battistero con accanto l’immagine del titolare della Parrocchia, San Giovanni Battista. Concludendo questo gruppo di fatti fondamentali che condizionano l’architettura della chiesa di Casalecchio, il mio obiettivo è quello di dare il massimo sviluppo ai motivi per cui si fonda una nuova Parrocchia; cioè fare che Dio sia fra il popolo in ogni momento, e aiutare a farlo con un’architettura che non separi ma unisca, e in ogni caso dia prova della massima discrezione».

5 – Ritengo che l’uso del marmo, dove la spesa lo consenta, sia sempre valido pel pavimento e in modo particolare pel Presbiterio.

Arch. Bruno Bianchi – Lecco

1 – Penso di sì, soprattutto se si tiene conto che non erano delle nuove indicazioni di dettaglio che ci si aspettava, quanto un aiuto a”capire il senso dell’incontro liturgico.

2 – Le indicazioni conciliari sottolineano soprattutto (fin nel titolo: vedi il cap. V delle « Istruzioni») la necessità di facilitare una partecipazione più attiva dei fedeli: la progettazione del luogo di culto e del presbiterio in particolare, deve partire, non tanto in vista dell’altare come fuoco prospettico-monumentale, quanto in vista del celebrante e dei ministri, cioè delle persone e del loro rapporto con i fedeli. Non sono contenute nei brevi capitoli dedicati al luogo di culto, tutte le conclusioni cui ormai è giunto il lavoro di elaborazione e di rinnovamento della liturgia. Questo lavoro è tutt’ora in atto e quindi sarebbe ingenuo aspettarsi dalle norme conciliari una conclusione di tutto questo e soprattutto una definizione meccanica di come si dovrebbe costruire il luogo di culto e le sue componenti.

3 – Lo farei e con tanto più interesse quanto più penso che potrebbe risultare il luogo di un «incontro» quanto mai necessario nella città che sembra andare isolando gli uomini sempre di più, nonostante la sempre maggiore disponibilità di mezzi di comunicazione.

4 – Da quelle che ho accennato nella risposta precedente, oltre a quelle accennate alla risposta 2.

5 e 6 – Non vi è ragione di pensare che un qualsiasi materiale, e quindi anche il marmo, non possa essere valido per la costruzione di un luogo di culto: necessariamente sarà diverso il modo di impiego di questo materiale, rispetto ai modi di impiego di altre epoche: la tecnologia propone nuove possibilità e, d’altro lato, lo sforzo di conoscere sempre di più le nuove possibilità tecnologiche, suggerisce soluzioni e tipi di lavorazione certamente nuovi.

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6 pensieri su “Pietra che vive (15 architetti nel 1968) – 2

  1. Saran stati anche i tempi, ma è curiosa questa ridondanza verbale con una terminologia paraclericale roboante, e piuttosto buffa, proprio mentre si parla di “aperture”…

  2. Leggendo le risposte al questionario sembra proprio di sentire quei colpi di tosse, epifenomeno di malanni a prognosi infausta. Beviamo l’amaro calice fino in fondo, prima di commentare oltre.
    p.s.
    Nell’importante rivista francese “Catholica” e nel relativo sito internet sono comparsi interessanti contributi in tema:
    1. l’intervista al geografo Marc Levatois, autore del libro “La messe à l’envers. L’espace liturgique en débat”

    http://www.catholica.presse.fr/2009/06/29/espace-liturgique-retourne-entretien-avec-marc-levatois/all/1/

  3. Grazie per queste segnalazioni “impegnative”. Sui colpi di tosse concordo. E’ come se, per lo più, parlassero per sentito dire. Un po’ sanno e un po’ non sanno. Il che è la peggior situazione, perché riempiono i loro buchi subordinando quanto non sanno a pregiudizi sociologici, psicologici, economici, linguistici…

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