Pietra che vive (secondo 15 architetti nel 1968)

Continuiamo tornando al volume Pietra che vive.

Questo testo presenta un’appendice piuttosto singolare in quanto contiene le risposte di quindici architetti a sei domande concernenti architettura e nuove indicazioni conciliari. Uno alla volta pubblicheremo i vari interventi, secondo me interessanti. Interessanti perché fanno emergere come il nuovo, e Cristo è sempre nuovo da annunciare, sia stato addomesticato da categorie culturali allora dominanti. Insomma fa emergere come una certa foga innovatrice sia nata come espressione di una sudditanza culturale dei cattolici. Fa emergere come si possa essere ghermiti da una cultura invece di esserne il lievito.

Ecco le domande e le prime due risposte. Le sottolineature sono mie.

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1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?

2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?

3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?

4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?

5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?

6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

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Arch. Eugenio Abruzzini – Roma

1 e 2 – Sì, perché non essendo imperative permettono una maturazione dei problemi in sede teorica e ancor più lasciano la strada aperta a tutte quelle soluzioni che possono nascere dal colloquio tra i vari componenti il Popolo di Dio e possono pertanto far maturare le espressioni più idonee alle effettive esigenze di ogni comunità.

3 – L’interesse per la costruzione dei luoghi per il culto è nato in me più che dalla ricerca di una occasione professionale per un edificio prestigioso, dalla convinzione che la costruzione delle case per la comunità del Popolo di Dio rappresenta oggi, se storicamente interpretata, l’occasione per ricercare la possibilità di costituire le comunità ecclesiali che l’urbanesimo ha distrutto e in ciò riconosco il contributo specifico di un architetto cattolico. Naturalmente sarà inutile vagheggiare il tipo di comunità di estrazione contadina che ci ha preceduto, ma, indipendentemente dai valori propri della città e quindi dei rapporti di tipo più aperto che si stabiliscono tra i cittadini della metropoli, l’esistenza della comunità che si costituisce per ragioni cultuali è essenziale come occasione per ritrovare se stessi nell’incontro con l’altro e quindi con Dio.

4 – Dalla necessità di fornire un servizio di carattere altamente sociale, dimensionato ed appropriato alla vita di una comunità locale, relazionato sia all’interno che all’esterno con la vita urbanistica della città e nello stesso tempo segno stimolatore di una verità in cui tutti gli uomini possono o potrebbero riconoscersi.

5 e 6 – Più che trovare la nuova espressione del tempio, simbolo cosmico, di validità assoluta, perenne, la ricerca attuale è orientata verso la «tenda », costruzione mobile per definizione che assolve pienamente in un certo tempo la funzione attribuitagli. Ciò non esclude la possibilità dell’impiego dei materiali nobili e durevoli come il marmo ma non ne riserva in modo specifico l’uso a questo tipo di edificio, differenziandolo per ricerca tecnologica ed espressiva dagli altri edifici che l’uomo si costruisce.

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Arch. Franco Antonelli – Foligno

1 – È indubbio che il Concilio, col contributo coraggioso di Teologi e Liturgistici (sic) d’avanguardia, ha dato le più ampie indicazioni per una nuova progettazione degli spazi destinati al culto. Dette indicazioni sono a mio avviso sufficienti nel senso che assolvono il compito di determinare una nuova visualizzazione dei problemi liturgici e quindi architettonici, lasciando aperte, alla sensibilità di tutti, le esperienze più pregnanti e profonde.

2 – Dicono inequivocabilmente che l’azione liturgica è possesso completo di tutti i partecipanti, siano essi i celebranti o i fedeli. E che tra essi non ci sono più barriere o fratture sia psicologiche che fisiche (cioè architettoniche).
Dicono che la vera «chiesa» è il popolo di Dio, e l’edificio religioso deve essere ambiente degno ed adatto ad accogliere questo popolo perché possa parlare e approfondire la conoscenza di Dio.
Il confronto col passato fa risaltare differenze lampanti.
In un rapporto di sudditanza o quanto meno di collaborazione timorosa e limitata, erano logiche le navate enormi atte a contenere un gran numero di fedeli, ed i presbiteri relativamente piccoli pronti ad accogliere solo i ministri del culto. Erano logici i pulpiti da cui si «calava» sull’assemblea, posta in posizione passiva, la parola di Dio, e le barriere separatrici delle balaustre, gli spazi indeterminati e vertiginosi delle cupole, e i trionfi barocchi. Ora invece, riscoperto il valore della parola e del canto, precisata la necessità di una azione liturgica condotta assieme per arrivare assieme ad una sempre più approfondita conoscenza di Dio; visto il sacerdote come presidente di un’assemblea, e che, come tale, ha un senso con l’assemblea e nell’assemblea stessa; arrivati alla concelebrazione; visto l’altare più come mensa che come luogo di sacrificio, lo spazio ecclesiale si dimensiona in scala umana vivificato e caratterizzato da una nuova organizzazione distributiva degli elementi necessari all’azione liturgica (altare, coro, fonte battesimale ecc.).
Si determina cosi in termini dimensionali una diminuzione del rapporto finora esistente tra aula assembleare e presbiterio.
E questo fatto rispetto agli schemi architettonici del passato è il primo radicale risultato di trasformazione.

3 – Ho progettato e realizzato alcune chiese, ho partecipato ai concorsi nazionali di Ascoli nel ’66, di Cattolica nel ’67, dimostrando chiaramente il mio interesse per il tema.
Il perché di questo interesse sta nella gioia di aver trovato finalmente rivitalizzato, per opera di nuovi contenuti, un tema che nello scorcio di questi ultimi anni aveva perso negli uomini di cultura ogni interesse, perché mancava di motivi e contenuti validi sul piano umano.
Per questa mancanza i progetti di chiese di questi ultimi anni, salvo rarissime, significanti eccezioni, hanno prodotto risultati ricalcanti stancamente schemi architettonici passati, a noi estranei, o soluzioni ancorate a formalismi personali, nel tentativo, culturalmente assurdo, di raggiungere «effetti» ed «ambienti» di tipo extra umano.
Infine, privo di veri contenuti, il tema dell’architettura religiosa è stato fino ad ora banco di prova di numerosissimi esperimenti strutturali, sempre nella ricerca pura e semplice di un’architettura originale condotta per mezzo di originali concezioni strutturali, con conseguenti risultati di tipo monumentale, da civiltà delle macchine, nel migliore dei casi oggetto di stupefatta meraviglia.

4 – Dalla riconquistata posizione, dovuta al Concilio, di un rapporto umano tra l’assemblea e il sacerdote, che solo nella loro unità e con la loro presenza costituiscono la chiesa di Dio, raccolta in uno spazio degno per parlare delle cose di Dio.

5 – Certamente.

6 – La scelta di un materiale in architettura non è mai aprioristica, ma segue naturalmente il pensiero dell’architetto che intende raggiungere certi risultati.
Il risultato finale cui il progettista tenta di piegare il suo lavoro è certo quello dello spazio fisico che intende costruire. Ma questo spazio diventa (se lo diventa) «architettura» anche per opera dei materiali che lo costruiscono.
Per questo motivo penso che in questa architettura, che nasce dall’interno, il marmo è usabile in molti modi. Teso e prezioso in piccole dimensioni, e in arredi liturgici opportunamente localizzati nel contesto di un discorso generale primario, o materiale primario esso stesso, mezzo per una espressione unitaria in spazi unitari. È certo che tecnologicamente va usato caso per caso in modo diverso. È comunque per esso culturalmente preclusa ogni possibilità di utilizzazione in termini superficiali, e cioè in forme e decorazioni che ricalcano solo sul piano dei motivi, e quindi nell’equivoco, esperienze artigianali passate troppo lontane ormai per essere oggigiorno vere.
La strada per far entrare il marmo nelle nuove chiese del concilio (quelle vere) non può non essere che quella della chiarezza. Quella che anche nelle soluzioni più preziose, usa il marmo piegandolo a strumento per raggiungere risultati spaziali vibranti di umana, moderna sensibilità; non può essere certo quella equivoca della retorica e del folclore.

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