Adelphi d’Italia – 10

Nietzsche. Nietzsche è come se avesse cercato di radunare in sé tutti i cieli e tutte le terre di Tiepolo: stoffe e nuvole, apolli, satiri, giovenche, serpenti, bucrani, pennacchi, levrieri, collane di perle. Tutti, anche quelli non dipinti. Nietzsche confidò: «io sono ogni nome nella storia», e deflagrò. Per le vie di Torino mise in scena la parodia dell’infinito attuale, o l’eterno ritorno che nulla esclude. Non poté che essere rigorosa follia: Ecce Homo, come si diventa ciò che si è.

Un saggio di Calasso accompagna l’Ecce Homo di Nietzsche. Qui è assolto il precetto della teoresi. E la follia ne costituisce, o ne costituirebbe, l’esito implacabile. Il nodo è la questione della conoscenza. La gnoseologia, infatti, tutto si tira dietro. «Nietzsche ha voluto confutare la tesi portante di tutto il pensiero occidentale, quella che afferma la verità come adaequatio rei et intellectus. L’indagine accanita di Nietzsche non vuole dubbi su questo punto: ogni forma di rappresentazione è una necessaria falsificazione, che riduce immensamente il reale ma si presenta in noi come se lo comprendesse nella sua interezza… la rappresentazione è dunque un rapporto simulativo con la realtà: questo è l’unico fondamento, per altro illegittimabile, del nostro conoscere. Se la simulazione inconsapevole che si manifesta nella attività conoscitiva è definita dal suo carattere di necessaria incompletezza nel riprodurre il simulato e al tempo stesso dalla sua pretesa di essere in ogni momento il simulato nella sua integrità, allora l’uomo che ha rappresentazioni è innanzitutto il commediante» (Roberto Calasso, Monologo Fatale, in Ecce Homo, pag. 173).

Qui siamo già reintrodotti nel teatro. Sullo sfondo iniziamo a rivedere Tiepolo e compagnia cantante. Qui abbiamo un saggio che addita il commediante mentre utilizza gli strumenti del commediante. Mi spiego: Calasso seguendo Nietzsche, afferma che l’intera gnoseologia occidentale, poiché basata sulla rappresentazione, spaccia il parziale per l’intero. L’occidente sarebbe simulazione e Nietzsche la smaschererebbe. Ma sappiamo bene che l’adaequatio citata qui sopra, in particolare quella tomista, non c’entra nulla con la conoscenza intesa come rappresentazione, che invece è propria dei filosofi moderni. Per far quadrare una simile riduzione si deve schiacciare l’adaequatio nel cilindro della rappresentazione, ovvero si deve simulare che la modernità sia tutto l’occidente. Calasso simula discorrendo della simulazione. Applauso alla rappresentazione, sipario.

La conoscenza come rappresentazione, e se la limitiassimo ai moderni potremmo anche essere d’accordo, fa quindi finta di vedere tutto, mentre invece esclude una parte del mondo, come il dolore e la morte, perché non è in grado di sopportarla. Come uscirne? Nietzsche suggerisce l’esercizio, la pratica di vivere il tutto nell’istante. «Vivere l’istante come se dovesse ripetersi senza fine, recuperando cioè nella necessità di un futuro illimitato, in cui lo stesso si ripete, il passato illimitato della necessità che ha costruito l’istante presente. Questa pratica è l’eterno ritorno» (pag. 180).

Ecco la ricetta: vivere la parte come se fosse il tutto, perché ogni cosa è legata secondo necessità. Che è come dire far finta di vivere in un mondo dove tutte le relazioni sono già in atto come un’infinita collezione, come un gran magazzino di marionette dove tutti i fili sono già tirati e ritirati; dio stesso, eventuale burattinaio, sarebbe legato da relazione necessaria biunivoca. Che è come dire far finta di vivere in un infinito attuale assoluto.

La soluzione proposta da Nietzsche, quindi, è quella di opporre a una simulazione occultata dalla storia della gnoseologia occidentale una simulazione che diventi palese e ludica, capace di frantumare, rimescolare, ricomporre, accoppiare e dividere ogni impalcatura concettuale (pag. 199).

Calasso descrive la follia di Nietzsche come l’esito, o il pedaggio, della coerenza. E’ come se, aggiungo io, il suo rigore teoretico, per quanto balordo, avesse accelerato la fine dei tempi, avesse spinto il già dentro il non ancora, compiendo quella deflagrazione che era implicita nelle premesse. Se l’universomondo sta dentro la simulazione dell’eterno ritorno, se sta dentro la necessità di un sillogismo, non c’è più tempo intermedio tra premesse e conclusione, non c’è nulla che trattenga la fine: follia e dissoluzione prevarranno subito.

..

Ma c’è anche un’altra pratica, remota e insolente come la definisce Calasso, cui piace indugiare nelle stesse premesse che abbiamo visto con Nietzsche, ma che non rivendica l’urgenza della via più breve propria della necessità teoretica. Follia e inferno possono attendere. Quest’altra pratica è quella della letteratura assoluta. «Che cosa si dovrà intendere con questa espressione? Tante cose diverse quanti sono gli autori che, esplicitamente o no, la praticano. Ma un presupposto è per tutti comune: si è dato, a un certo punto della nostra storia, un singolare fenomeno per cui tutto ciò che era rigorosa ricerca e acquisizione di un vero – teologico, metafisico, scientifico – apparve innanzitutto interessante in quanto materiale per nutrire un falso, una finzione perfetta e onniavvolgente quale è, nella sua ultima essenza, la letteratura. A questo dio oscuro e severo andava offerto tutto ciò che sino allora aveva presunto di essere giustificato in se stesso» (risvolto di copertina in Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, Adelphi, 1985).

La letteratura assoluta si insedia in un tempo intermedio. Di suo non fugge mai in avanti: predica la dissoluzione, ma non dissolve se stessa. Quello che fa è allestire cerimonie. Scrive Giorgio Manganelli: «Le immagini, le parole, le varie strutture dell’oggetto letterario sono costrette a movimenti che hanno il rigore e l’arbitrarietà della cerimonia; ed appunto nella cerimonialità la letteratura tocca il culmine della rivelazione mistificatrice» (Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, Adelphi, p. 222).

La “letteratura assoluta”, che nella cerimonialità tocca il culmine della rivelazione mistificatrice, appare come la parodia e l’immagine capovolta della liturgia cristiana. La liturgia cristiana, infatti, si distende tra il già e il non ancora. Si distende tra la rivelazione, che accompagna e mostra all’uomo come può rivolgersi a Dio fino al compimento, alla parusia, dove la Nuova Gerusalemme non avrà più tempio «perché il Signore Dio, l’onnipotente, e l’agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22).

Ecco come la letteratura assoluta costruisce le sue liturgie «La letteratura si organizza come una pseudoteologia, in cui si celebra un intero universo, la sua fine e il suo inizio, i suoi riti e le sue gerarchie, i suoi esseri mortali e immortali: tutto è esatto, e tutto è mentito» (Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, Adelphi, p. 222).

E’ una liturgia che celebra se stessa, un gioco vuoto che passa nell’indifferenza tra infiniti mondi alternativi. E’ così reale da essere ogni cosa, e quindi irreale. Non deve vivere, e non deve dare la vita. Deve solo confermare se stessa. E’ la tentazione del festival, un giro tondo attorno al proprio ombelico. E’ roba già vista, è la gozzoviglia attorno al torello d’oro.

..

Quando si entra in una chiesa ben dipinta, con la creazione, i profeti, la vita di Cristo, la parusia, o in una cattedrale con le vetrate colorate e ricche degli episodi biblici, anche quelli più minuti. Quando si entra in chiese simili, non troviamo solo la Bibbia per immagini, la Biblia pauperum. Troviamo ricapitolata tutta la storia, ma non è tutto già fatto, necessariamente.

Tutta la storia della salvezza, che è salvezza della storia, è lì per essere ricapitolata con l’assemblea nell’hodie, nell’oggi, nel dies domini della liturgia. La liturgia rende presente l’azione salvifica di Dio: la Parola che si consegna alla storia fino a farsi carne e sangue.

La celebrazione avviene in un tempo intermedio, nel già e non ancora, non per un temporeggiare indifferente, ma per testimoniare che non tutto vive e ribolle più o meno ludicamente, ma che la vita va scelta (Dt 30,15). E per indicare un cammino di cambiamento del mondo, un procedere dell’assemblea nella logike latreia, nella differenza, nello scarto rispetto a una pienezza, fino a quando Dio sarà “tutto in tutti”.

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17 pensieri su “Adelphi d’Italia – 10

  1. ….ecco svelato il mistero (sul quale spesso mi sono interrogata) del perchè i simpatizzanti di Nietzsche e dintorni non deflagrassero come Nietzsche stesso… eppure la sua fine fu esemplare…di come l’atomizzazione del tempo e la coincidenza di tutti i punti in un sol punto (eterno ritorno) portasse necessariamente alla afasia, allo spappolamento del linguaggio…ecco, non capivo come fosse possibile coltivare certi pensieri stando comodamente seduti in un confortevole salotto borghese…da cui discettare sull’in-sensatezza del vivere…da cui beffarsi di coloro che prendevano per “vera” una illusoria rappresentazione…non c’è che dire, la vita equivale alla gittata di uno sputo….ma vuoi mettere la “nobiltà” di una vita vissuta alla luce di cotanta consapevolezza?

  2. Forse i simpatizzanti di Nietzke, come me, specie in ‘Also spract Zarathustra’ non ‘deflagrano’, primo perchè non sono ‘malati’, secondo perchè, anche se ‘extravaganti’ fra oriente e occidente, e proprio in ragione di ciò, discernono ‘l’oglio dal grano’, terzo perchè credono fermamente in Gesù il Cristo (che sul ‘credere’ ha detto abbastanza..)
    e nel Dio che non è … morto.
    Dunque ‘Ecce Homo’, ma preferirei VIR.. qui adest, ma con moderazione e riflessione alla luce dei Vangeli.
    alessandro
    “Non nobis, non nobis Domine…”

  3. Mi sembra che questo post riproduca un conflitto tra Rivelazione e letteratura che ha sede nella tua mente piuttosto che nella realtà. Ne ho apprezzato, come sempre, alcune parti. Sulle altre, permettimi alcune note di disappunto.

    “Calasso seguendo Nietzsche, afferma che l’intera gnoseologia occidentale, ………, che invece è propria dei filosofi moderni”

    Sai bene che questo non è il pensiero di Calasso. Diciamo che lui è curioso di tutto, anche delle cose che non gli somigliano affatto. Nietzsche credo non somigli per niente a Calasso. Costituisce la “base” del catalogo adelphi soprattutto per come scrive (e questo è il livello esoterico), e poi anche per la sua opera di smascheramento della rappresentazione in quanto simulazione propria dell’occidente (e questo è il livello essoterico).

    “La conoscenza come rappresentazione, e se la limitassimo ai moderni potremmo anche essere d’accordo…”

    Infatti è limitata soltanto ai moderni. Lo sa anche Calasso. Non avrebbe scritto Le Nozze di Cadmo e Armonia, o Ka, se non lo avesse pensato. Questi libri presuppongono l’immersione in un sistema culturale, in un ordine di idee, completamente diverso da quello contemporaneo, e dalla stessa letteratura assoluta.

    “Ecco la ricetta: vivere la parte come se fosse il tutto…….Che è come dire far finta di vivere in un infinito attuale assoluto.”

    Non capisco perchè ti ostini a pensare che la casa editrice dia delle ricette per come vivere, o proporre visioni del mondo piuttosto che altre. Non è affatto così. Dipende da come li leggi. Questi libri sono cibo per la mente, e non negherai che la nostra mente spesso è capricciosa, pensa tutto e il contrario di tutto, demistifica se stessa, anche. Dunque tutto questo lo trovi in adelphi, poichè essa è in un certo modo, per costituzione, una mappa mentale. Chi sarà così bravo da percorrerla tutta (e trovare il tesoro?)?

    “Se l’universomondo sta dentro la simulazione dell’eterno ritorno, …… non c’è nulla che trattenga la fine: follia e dissoluzione prevarranno subito”

    Questa è stata l’esperienza di Nietzsche. Quindi, se così è stata così deve essere presentata, senza mentire. Ma Calasso ha un rapporto con la follia che non è esattamente quello di Nietzsche. Ha pure esordito con un romanzo su un perfetto folle dei nostri tempi, senza contare che, prendendosi cura spesso dei malati mentali (e nel catalogo ce ne sono molti) Calasso ha piuttosto potenziato il suo olimpico equilibrio psichico, piuttosto che perderlo. Diciamo che Calasso è una specie rara di vero folle che non è mai impazzito.

    “Ma c’è anche un’altra pratica, ……… Follia e inferno possono attendere”

    Questo è il passaggio più debole della tua teoria. Come fa uno che vuole dissolvere il mondo a starsene sempre seduto a leggere e a scrivere? Invece di insistere su questo punto senza sbocchi e per giunta fragile, perchè non provi a dare una forma tua, originale a questa passione per Calasso e compagni, che con tutta evidenza, ti ha contagiato? Devi per forza trovare il male dove male non c’è?

    “La letteratura assoluta si insedia in un tempo intermedio. Di suo non fugge mai in avanti: predica la dissoluzione, ma non dissolve se stessa. Quello che fa è allestire cerimonie”

    Ancora, uno che vuole giocare, mistificare, vivere l’eterno nell’istante, può accontentarsi di stare sulla seggiola per tutti i secoli del “tempo intermedio”? Non posso pensare che questa sia la tua ultima parola sulla faccenda. Non è molto credibile, sfida la logica e il buon senso.
    Effettivamente la letteratura assoluta allestisce cerimonie, ma nessuno è riuscito a spiegare chi sono esattamente quelli che la celebrano, chi sono i loro fedeli, e chi sia questo “oscuro dio” a cui si rivolgono incessantemente.

    “[la letteratura assoluta] è una liturgia che celebra se stessa, un gioco vuoto che passa nell’indifferenza tra infiniti mondi alternativi”

    Se leggi K. ti accorgerai che i mondi alla fine sono solo due, uno visibile e l’altro l’invisibile, come sempre. E scoprirai che, è proprio grazie alla capacità di prestigiatore col pensiero altrui che Calasso può tranquillamente trasmettere la sua dottrina segreta con la certezza di non essere capito.

    “E’ la tentazione del festival, un giro tondo attorno al proprio ombelico. E’ roba già vista, è la gozzoviglia attorno al torello d’oro.”

    Qui il tuo discorso precipita verso la predica, e ha un sapore un po’ ridicolo. Paragonare gli scrittori agli stupidi gozzovigliatori del vitello. Sì, è una metafora, ma che dirai allora di tutti gli altri uomini, governati dalla sete di potere, dal denaro, dalle droghe, o di tutti quelli, e sono la maggior parte, che non pensano mai? Eh sì, dimenticavo che questo è proprio quel gregge che la chiesa confessa tutte le domeniche.

  4. Ecco qui la tirata anticlericale sul gregge della Chiesa, finalmente si vedono le carte dell’apologia di Adelphi, che poi era il quod erat demonstrandum.

    Il paragone tra certi scrittori e gli adoratori del vitello è più che pertinente, o derubrichiamo anche gli idola teathri e il buon Bacone al rango di arringatore di periferia..?

    Non sarà forse l’autore più conforme al Calasso proteiforme pensiero, Nietzsche, ma è senz’altro colui la cui teoresi, profondamente aporetica, riassume meglio di tutti la parabola adelphica. L’eterno ritorno di un identico schiacciato su se stesso, variamente declinato.

    La letteratura assoluta compendia bene queste vano gioco di specchi, o di perle di vetro, per parafrasare un altro tassello di quel mosaico. La letteratura può avere valore assoluto a secondo di ciò che significa, giammai in sè, pena il cortocircuito logico che Luigi ha ben rilevato. Assolutizzare la letteratura è una sottile mistificazione immanentista paludata da un estetismo di facciata. Chè poi il bello non si lascia costringere nei rigori dell’autoreferenzialità letteraria, men che meno l’assoluto.

    Un saluto

  5. “Il paragone tra certi scrittori e gli adoratori del vitello è più che pertinente”

    E’ una posizione bizzarra per chi professa di appartenere a una religione del libro come quella cristiana.
    Sei dunque in grado di stabilire quali siano i libri ispirati e quali no? Puoi vantare una tale conoscenza delle vie dello Spirito? Se è così, mi inchino.

  6. Ecco l’errore, scusami se mi permetto. Che il cristianesimo sia una religione del libro è falso. Senz’appello. Cristo non è un libro, è una Persona, ancorché Logos. E’ semplice sta tutto lì. Altrimenti avresti ragione tu, senza dubbio.

    Resta poi il fatto che esista, e non lo decido io, un canone nel quale si riconosce quali siano i libri ispirati e quali no, e il canone si è costituito anche tramite la Tradizione, proprio perchè il cristianesimo è una Persona e vive nei suoi fedeli, non è un libro.

  7. Caro Bruno,
    aggiungo solo alcuni punti.
    Che uno possa avere i pensieri più articolati sulla gnoseologia, non lo nego. Ci mancherebbe. Io noto soltanto, in modo puntuale, la disinvoltura con cui l’adaequatio viene chiusa dentro la nozione di rappresentazione. Cosa che non avviene solo, senza sbattere ciglio, in Calasso esegeta di Nietzsche, ma in parti importanti del “nostro” catalogo, basti pensare a Heidegger.

    Sul resto non so cosa dirti perché hai usato un argomentare piuttosto apofatico di fronte al quale mi fermo.
    Vedo che ritorna il tuo riferimento a un livello nascosto, ristretto, esoterico: “trasmettere la sua dottrina segreta con la certezza di non essere capito” e ci torni più volte. Forse lo vedi nel “come lo si dice” (una via estetica?)
    Secondo me questo livello non c’è. Non c’è nessun “tesoro” nascosto. E’ tutto in pagina, scritto. Certo, si può approfondire, ma è tutto in chiaro. Manca a Adelphi un tono allusivo (e meno male).

    Sul punto debole. “Come fa uno che vuole dissolvere il mondo a starsene sempre seduto a leggere e a scrivere?” Non chiederlo a me, interroga (vivi o morti è lo stesso) Manganelli, Ceronetti, Cioran, Quinzio… Io noto che lo fanno, e lo teorizzano pure. Semmai mostra tu che non lo fanno (anche se non so se loro, come numi domestici, ne rimarrebbero contenti).

    Sulla gozzoviglia. Mi dispiace che tu possa pensare di sottovalutare quelli attorno al vitello d’oro e che quindi questo passaggio ti possa risultare ridicolo e da predica a buon mercato. Eppure mentre Dio era diventato come inaccessibile, la forza di quel torello rendeva ragione dell’uscita dalla schiavitù. Fuggiaschi che a un certo momento cantano nel deserto. Il culto era amministrato non da uno scalzacane, ma da Aronne, il sommo sacerdote e fratello di Mosè. In tremila furono pronti a morire per quel torello d’oro. No, non sottovaluterei un dio simile, anche se muto e cavo.

  8. Grazie per questa inedita lettura dell’episodio del vitello d’oro cui non avevo pensato, e che sicuramente era tra le righe del tuo post.

    Quello che hai scritto su “Il rosa Tiepolo” sarebbe in ultima analisi condivisibile se non fosse che, nella parte centrale del libro, “Teurgia meridiana”, Calasso dà una chiave di lettura completamente diversa da quella che egli sembra proporre nelle altre pagine, che in realtà girano attorno a questo centro. Nelle incisioni degli Scherzi e dei Capricci Tiepolo si toglie la maschera, non rappresenta più māyā (la magia misuratrice) come nei vasti affreschi per committenti vanagloriosi, non allestisce più la solita abbagliante messa in scena, ma ci fa vedere una sorta di rito segreto da cui promana un’intensità psichica quasi insopportabile. Negli Scherzi Tiepolo non scherza affatto, e ci rivela la cifra segreta della sua pittura. Se uno è animato dalla volontà di capire può vivere, immergendosi in questa parte centrale del libro, un’esperienza come non è dato di farne spesso.
    E’ anche questo il tesoro cui alludo, questo tipo di “esperienza” che la letteratura riesce a trasmettere.
    Sai che in tutte quelle pagine abbondano riferimenti biblici di un certo peso come l’episodio del serpente di bronzo, che culminano con le parole di Cristo del Vangelo di Giovanni che al serpente di bronzo si riferiscono misteriosamente.
    Se ignori tutto questo il quadro teorico che proponi preso per sé è plausibile ma irrimediabilmente parziale. Ho l’impressione che tu prenda dai testi di Calasso (privilegiando la linea Cioran, Quinzio, Ceronetti…) quello che ti serva per dare sostegno alle tue tesi sulla presunta dissoluzione e sul “tempo intermedio”. Il catalogo adelphi non presenta parti più importanti rispetto ad altre, non è verticistico. Anche lì dentro gli ultimi saranno i primi.

    Sulla letteratura assoluta, poi, un testo chiave è l’ultimo capitolo della “Letteratura e gli dei”.
    Leggendolo si possono evitare fraintendimenti. Il termine “assoluta” non si riferisce all’Assoluto in senso trascendente. La letteratura non ingloba o pretende di inglobare in sè l’Assoluto, semmai intende contrastare un fatto che è sotto gli occhi di tutti: che la società moderna e contemporanea ha creduto bene di uccidere l’Assoluto per rivestirsi poi dei suoi panni. Tutto il culto ora lo pretende per sé, tanto che nel Novecento il mondo è stato sconvolto da guerre totali, “assolute”, potenzialmente illimitate, come mai prima era successo. In questo senso l’adelphi fa laicamente ciò che la Chiesa opera dall’alto del suo magistero.
    La letteratura non pretende tutto per sè, perchè non è stupida come lo è, al fondo, la società borghese. La letteratura non è neanche una menzogna in senso letterale, essa piuttosto simula in vista di qualcosa. La simulazione, come Odisseo ci dimostra, può significare “astuzia” ed essere anche il segno del favore del cielo.

  9. Credo che quanto ricordato sopra da Giampaolo ci tornerà utile nel continuare la lettura dei capitoli dedicati a Tiepolo. In particolare, la sezione che hai ricordato, quella degli “Scherzi”, quella sulla “salvezza attraverso il guardare”. Ci vorrei dedicare un post, proprio per tutte le implicazioni iconografiche e scritturistiche tirate in ballo.

    Comunque la teurgia, o la teosofia, come ricorda il vecchio Dodds, esercitata sulla collina che ricorre negli Scherzo, è quella pratica che consente di salire e scendere con efficacia sul volere degli dei. Tiepolo, da piccolo demiurgo che opera nell’istante (pag 109), è bravo a ricostruire l’unità di visibile e invisibile sotto lo stesso cielo azzurrino, dentro l’identica luce (la citazione di Giamblico ecc.). Avremmo quindi l’efficacia teurgica contro l’efficacia moderna: quest’ultima infatti cerca la potenza in separazione e distinzione. E invece con Tiepolo chi guarda il disegno, guardando, guarda guardare. Com’è che diceva altrove: non c’è differenza tra sacerdote e vittima. “Guarda” che gira e rigira siamo sempre là.

    Ripeto, sulla “salvezza attraverso il guardare”, sul serpente e la croce ci torniamo sopra.

    Su letteratura assoluta, Adelphi laica e il magistero della Chiesa come convergenze parallele contro modernità borghese (e comunismi senzadio) .. no grazie. C’è già chi ci è inciampato in passato, anche se con le migliori intenzioni.

  10. Se tra le canoniche letture dei Vangeli, di San Tommaso e quant’altri, trovi lo spazio per leggere diverse decine di volumi adelphici, hai già realizzato questa convergenza, senza rendertene conto, mi sembra.

    Sono contento che tornerai su Tiepolo, il serpente e la croce.

  11. Si parla di “idoli”, da combattere.
    Ok se la scelta è tra il Dio vero e gli dei falsi e bugiardi, comunque si manifestino.
    Tuttavia, “idolo” è realtà così “piena di sé” da non fare spazio ad “altro” (o anche ad “Altro” che lo costituisce); e se magari “rappresenta”, in senso anche giuridico, questo altro o Altro, esaurisce il rapporto in questo suo rappresentare.
    Se questo è vero, allora, anche la guerra agli idoli può dare l’impressione fondata che, nella sua autosufficienza, abbia qualcosa di idolatra e più di portare al vero Dio, si fermi ad un idolo, fosse pure “negativo” o “negatore”.

  12. In attesa che il dibattito riprenda il suo vigore (dove siete?), questa citazione, che credo in tema:
    “Nelle avanguardie espressioniste, il più bravo di loro, Gottfried Benn, si spinse a riverberare in rima Strophe e Katastrophe, la poesia e il disastro. Adesso, in tutte le arti, contenuti ricercati per la degradazione fanno dimenticare che la forma è inesistente. E nella nostra vita quotidiana rimbomba perennemente il nulla sia pure nella versione minimalistica di una inezia, con l’accento burino di una pinzillacchera”.
    Sta qui:
    http://almanaccoromano.blogspot.com/
    ed il cattolicissimo autore ha anche pubblicato tre post dal significativo titolo di “IDOLA”.

  13. ti ringrazio per la segnalazione di questo blog, mi sembra molto interessante. Per quanto mi riguarda avevo letto il tuo post ma non ero sicurissimo di come interpretarlo. (la guerra agli idoli è idolatrica essa stessa?)

    un saluto
    b.

  14. Ho degli appunti ormai sostanziosi sul tema della salvezza attraverso lo sguardo. Potrebbe uscirne una sequenza interessante. Preferisco quindi aspettare, sospendere questo ciclo di post, e approfondire ulteriormente alcune tematiche legate al “guardare”. Del resto ‘sto blog si chiama pure del visibile!
    Inizierei, nel frattempo, una sequenza di post dedicata a Gerusalemme. Che qua è iniziata pure la quaresima…

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