Adelphi d’Italia – 9

Un breve passo indietro, a quando si parlava di Guénon. Certamente il singolo autore è meno ampio e multiforme della casa editrice, anche se, in qualche modo, ne raccoglie e manifesta la cifra distintiva. Perché se Roberto Calasso ha detto “io sono guénoniano”, lo ha potuto dire solo perché René Guénon usava dire: “René Guénon non esiste”.

Non c’è come credere di esistere, e volentieri accade ai mortali, per cadere nel dileggio adelphino. E’ il caso del principe vescovo Von Greiffenklau che volle inscenare la propria vanagloria facendo realizzare a Tiepolo quella meraviglia falsa e inabitabile che appare sui soffitti della Residenz di Würzburg, diventando così, almeno secondo Giorgio Manganelli, «l’uomo che la volle far esistere e credeva di esistere egli stesso».

Ci sono in Il rosa Tiepolo alcune frasi tra parentesi particolarmente didascaliche, come questa che sentenzia: «Il reale non è che la prima fra tutte le credenze». Tiepolo, quindi, segue la via regale del pensiero quando dipinge il mondo come se fosse un teatro. Tutto si svolge tra cielo e palcoscenico. Per questo le nuvole, e i cieli gelidi, e i suoi caravanserragli di dèi, prostitute, giullari, orientali, santi e principi, altro non sono che occasione per l’epifania di stoffe. Stoffe che sono sipari abbassati. Sipari che annunciano una scena, e dove la scena è il sipario stesso. Stoffe, solo stoffe, come cielo e terra altro non sono che velo di māyā: «chiunque frequenti a lungo la sua pittura non riesce a sbarazzarsi del sospetto che Tiepolo non usasse i suoi trionfi in funzione dei singoli personaggi rappresentati, ma usasse quei personaggi in funzione del trionfo stesso. Il quale, a sua volta, potrebbe anche non essere altro che un nome occidentale e ostentatorio di quella che, in un diverso continente, fu chiamata māyā: non solo “illusione” e “apparenza”, ma anche “magia misuratrice”, tessuto di cui è fatto il mondo, secondo il significato che la parola ha nei testi vedici, prima che nella versione vedantica» (Roberto Calasso, Il rosa Tiepolo, pag. 38).

«La scepsi e la mistica: Tiepolo accoglieva tutto, ma riducendo ogni volta la dipendenza delle figure dalla gravità. Il passo diventava appena un po’ più leggero, più fluido. Però nulla veniva dimenticato, dai nani e dai Pulcinella fino agli angeli e ai draghi. Nato nella città dove le donne usavano la maschera e perciò si permettevano “di fare assolutamente quello che vogliono” (disse un viaggiatore), la sua disponibilità metamorfica non apparve innaturale» (pag. 95).

Ars combinatoria, scomporre e ricomporre mondi attingendo ogni figurante, ogni gesto e ogni scorcio da un magazzino teatrale: che poi è sempre la stessa, identica e antica pretesa teoretica, quella degli infiniti mondi attuali*. Pretesa che, se assoluta, potrebbe solo implodere, lasciando gravitare a terra il peso dei cieli di Tiepolo. Se assoluta, pesteremmo calcinacci azzurri e rosa.

* La totalità dell’essere si autoconterrebbe come totalità chiusa che si autopone, ma questa presupposta coincidenza degli opposti genererebbe una insuperabile contraddittorietà nella totalità dell’essere.

La pittura di Tiepolo, quella marchiata adelphi, ripropone, non appena la si traduca teoreticamente, l’antica pretesa degli infiniti mondi possibili, ovvero di una totalità infinita in atto, perfettamente determinata di tutti gli enti e delle loro relazioni. Pretesa che ritroviamo nell’armonia prestabilita e in tanta logica moderna fino a Hilbert, nel dio tappabuchi e nel dio garante delle idee innate, nell’uno dei neoplatonici, nel serpente che si mangia la coda di Nietzsche, nella nozione di “fato” che contiene già tutte le infinite relazioni causali, nell’identita degli opposti del Tutto immanente orientale.
Questa pretesa non regge: un’infinità attuale di relazioni non può essere posta come totalità autoconsistente perché  il principio di consistenza non può che stare fuori da questa infinità, e quindi non può vantare di essere l’assoluto.
S. Tommaso scrive che “I filosofi che posero che l’infinito sia in atto, ignorarono cosa la propria voce sta dicendo”. Il che, ovviamente, non toglie che non funzioni per creare un mito, affrescare un soffitto, scrivere un libro e, come si diceva, fondare una casa editrice.

.

(continua – 10)

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17 pensieri su “Adelphi d’Italia – 9

  1. LA ‘COINCIDENZA DEGLI OPPOSTI NELL’UNITA’ DI ‘VERO UOMO-VERO DIO’ NON EST DIALETTICA CONTRADDITTORIA MA UNA UNICA INDIVISIBILE FUSIONE COSMICA E UNIVERSALE DELLE POLARITA’ NELL’UNITA’ DIVINA… E COSI’… IN CIELO, IN TERRA, IN OGNI LUOGO, TUTTE IMMAGINI RIFLESSE DEL MANIFESTARSI DEL CREATORE.
    alessandro

  2. Ma queste operazioni si compiono anche nei teatri di massa della televisione e i suoi reality, gli odiens come i trionfi?
    E non ci vedete una coincidenza oppositorum tra un cieco e gente che farebbe di tutto pur di farsi vedere?

  3. HELP!!!
    Forse mi esprimo male, forse non ho le idee chiare o … forse non ho capito un bel niente (ipotesi più plausibile..)

    Per opposti (diversi) intendo le due facce inseparabili di una unica entità, due polarità complementari che si fondono nell’unità pur restando percettibili (?) agli umani sensi.
    Es: il buio è assenza di luce-la luce è assenza di buio; il male è assenza di bene-il bene è assenza di male.. etc.

    In oriente questo ‘dilemma’ si esprime nella figura di yin-yang, ma non c’è mai un’assenza totale dell’uno o dell’altro polo, solo un più o un meno, l’Unità è sempre presente, pur con sfumature.

    Ma qual’è il soggetto? il buio o la luce, lo Yin (spirito) o lo yang (materia)??? o… entrambi? Propenderei per la seconda ipotesi.
    Sempre in oriente entrambi i due poli sono racchiusi in un cerchio;
    l’unità pur nella diversità.
    E’ dunque quest’insieme in perenne equilibrio il Soggetto???

    Per Simone Weil, e non solo per lei, mettiamo nella terra un corpo (yang) inanimato, abbandonato dallo spirito-anima (yin).
    Ma allora c’è una separazione delle polarità? E il corpo è solo un veicolo, un contenitore?
    Ma poi ci sarà la resurrezione dei corpi… e i due poli si ritroveranno uniti???

    La scienza sostiene che la materia non può scomparire. Ma trasformarsi forse sì secondo Louis Kervran, (‘Della trasmutazione della materia’), e gli alchimisti…

    “E Dio creò l’uomo a Sua immagine e somiglianza.”..
    Ma se, come dice Giovanni ‘Dio nessuno l’ha mai visto’ e se l’uomo è Sua ‘immagine’, non è questo corpo l’aspetto materiale (Yang) unito in equilibrio precario con lo Spirito Divino (yin) che lo crea e lo permea?
    Se direte Abbà…

    E… alle estreme conseguenze!!!, allora l’uomo è l’Imago Dei??? con tutto lo yin e lo yang che può contenere? Guardando le azioni degli uomini resta un po’ difficile pensarlo, a meno che Dio non sia ‘Luce e Ombra’, ‘Bene e Male’, ‘Vita e morte’…
    E allora, ‘l’imago’ ne mostra la tragica ambivalenza o la Divina Unità???

    Oppure… oppure… tutto è Maya e ci rompiamo il cervello in assurde elucubrazioni fini a se stesse??? e gli orientali sono più avanti di noi???

    Dovremo ‘assolutamente’ ‘divenire come fanciulli’… e… ‘dimenticare tutto..’ per poter ‘Conoscere’ ….?
    Sarà data al fanciullo ‘cercatore’ che è in noi la Grazia di scoprirlo???

    Un caro saluto e, grazie per gli stimoli, scusandomi per le confuse risposte, e le ripetizioni.. ma a volte ‘repetita’ forse ‘juvant’.
    alessandro

    IN UMBRA SUA ME PROTEXIT!

  4. E, per finire davvero, una citazione che mi và proprio ‘a pennello’..

    “Qui multa peregrinantur, raro santificentur” …
    De imitatio Christi

  5. sarei interessato ad un ‘oculato’ commento alle edizioni di Athanor e, per altri versi, all’ultima Piemme.
    grazie, alessandro

  6. sono io che chiamo aiuto.. ho aggiunto qsa alla nota del post che era forse troppo laconica.
    per il resto, sentenza per sentenza: per ora, mi accontento di risalire dal due all’uno, e non pretendo di discendere dall’uno al due.

    Athanor non la conosco proprio. L’ultima Piemme, immagino, produce più reddito.

  7. 1° il ‘Praeceptor’ mi dice che: pur ri-‘divenendo fanciulli’ e… ‘dimenticare tutto..’ per poter ‘Conoscere’ … e .. ‘Sarà data al fanciullo ‘cercatore’ che è in noi la Grazia di scoprirlo???’ questa ‘Gratia’ non ci sarà data in vita… la citazione di San Bernardo è sua… ma io penso che l’importante sia cercarLo, a prescindre dal risultato..
    Tutta la letteratura sulla cerca del cosidetto ‘Santo Graal’, mi pare somigli assai alla frase sull’Araba Fenice: ‘Dove sia nessun lo dice, cosa sia nessun lo sà…’ ma la frase più pregnante che ho letto circa il Graal è
    ‘ importante è cercarlo..’ La ‘Queste’… Quando Peceval chiede al Re malato ‘Cosa è il Graal’… il Re guarì..

    Da ‘L’Imitazione di Cristo’, ediz. Ancilla, (ne ho diverse edizioni dal ‘500 in poi), una recente versione regalatami l’anno scorso per Natale da mia Sorella ormai, da agosto, nel regno della ‘Vera Vita’, adattati giorno per giorno, sono riportati versetti del testo;
    leggo il passo per il 21 gennaio, che mi pare proprio ad hoc per me:

    Libro Primo – Capitolo 10 –
    ‘Bisogna evitare i discorsi inutili’.
    1, “Fuggi, per quanto ti è possibile, il tumulto degli uomini, perchè il trattare le faccende mondane distrae molto, anche quando vi si attende con intenzione retta. Infatti subito si viene contaminati dalle vanità e resi schiavi.
    Vorrei aver taciuto molte volte, e non essermi trovato in mezzo agli uomini! Ma perchè parliamo e chiaccheriamo tanto volentieri, mentre è così raro tornare al silenzio senza danno della coscienza?
    Noi parliamo volentieri perchè cerchiamo reciproche consolazioni (help..) nel conversare, desideriamo risollevare l’animo affaticato (stanchezza..) da pensieri contrastanti. Inoltre ci piace molto parlare e discorrere di quelle cose che più amiamo e desideriamo (!), oppure che non ci piacciono. Purtroppo, spesso tutto questo ci riesce vano e senza risultato. Infatti, la consolazione esteriore è di non piccolo danno alla consolazione interiore e divina.”…
    2, ” Bisogna dunque vigilare e pregare, perchè il tempo non trascorra nell’ozio. Se ti è lecito e doveroso (!) il parlare, parla di cose che edifichino. La cattiva abitudine e la negligenza del nostro avanzamento spirituale contribuiscono molto a farci tenere incustodita la lingua. Giova non poco al profitto dell’anima il parlare devotamente di cose spirituali, soprattutto quando si trovano unite insieme persone che sono un cuore solo e un’anima sola in Dio.”
    … ‘A volte i doni del cielo sono indecifrabili’…
    cari saluti, alessandro

  8. «Il reale non è che la prima fra tutte le credenze»
    Da lì mi è venuto il pensiero sui reality, cioè cambiando in qualche modo la raltà si cambiano le credenze delle persone?
    Questa frase vuol dire ciò che penso diventa reale o che il reale è vano?
    Scusate magari non c’ entra nulla

  9. Caro Luigi,
    Per un mio limite di comprensione, ti confesso che ho difficoltà a seguire lo svolgimento dei concetti nell’ultimo post. Si capisce che stai circoscrivendo sempre più il discorso, ma la terminologia utilizzata non riesco a decodificarla. Potresti spiegare, in termini più semplici, cosa intendi con la “pretesa”, e antica, concezione della “totalità infinita in atto”? Vuoi forse riferirti al fatto che questa specie di teoria immanentistica (come quella che nel Rosa Tiepolo secondo te si adombra), esclude di per sè l’idea di un assoluto trascendente?

  10. Non vorrei dir sciocchezze o cose impertinenti.
    Ma a me pare che l’infinito in atto sia, ma solo in Dio e non nel mondo.
    C’è quindi una certa contraddizione, non identità fra “infinito in atto” e gli “infiniti mondi possibili”.
    Il mondo nelle sue parti, nella somma delle sue parti, è in una dimensione diversa, infatti è temporale. Ma se Dio è “creatore dei cieli e della terra”, allora il mondo è anche una sua manifestazione a noi. Il mondo, manifestazione, conterrà, e anche in noi, il suo riferimento, ed anche all’infinito in atto. Ma nel mondo, temporale, non è attuale, se non nel legame di manifestazione di Dio.
    Alla fine, forse non si capisce più, non si viene a capo di questa relazione; si può solo intuire con lo spirito, e ci si arrende: Si intellegis non est Deus, è vero.

  11. grazie per questo tuo discorso. Il tuo pensiero è abbastanza vicino al mio. Penso anche che l’arrendersi è giusto e “naturale” quando uno chiede e desidera cose che vanno oltre la sua attuale capacità di comprensione, ma è pur vero che l’ardore della conoscenza, di cui tutti qui diamo testimonianza ognuno a modo suo, non può attenuarsi di fronte all’Inconoscibile. Anzi aumenta proporzionalmente alla nostra incapacità di sfiorarlo. C’è poi la misteriosa via mistica cui Pico della Mirandola accenna nella sua Orazione sulla dignità umana, che contempla la possibilità che proprio questa continua ricerca, razionale e spirituale insieme, possa ad un certo punto, se uno è ritenuto degno, condurre l’uomo ad una unione con la “solitaria caligine del Padre”, come neanche agli angeli sarebbe concesso.

  12. Ringrazio entrambi per gli adeguati comment che mi trovano d’accordo.

    Cito da ‘Diario asiatico’ di Alessandro Pucci:

    “La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano.”

    Bayazid al-Bistami, mistico Sufi

  13. sull’infinito attuale. ne esitono diverso genere (almeno tre…). Infinito attuale assoluto è proprio di Dio, al di sopra di ogni genere e specificazione.
    Il problema nasce quando l’infinito pretende di assumere forme immanenti e insieme assolute.
    Una buona e sintetica panoramica la offre, come sempre, Basti qui:
    http://www.disf.org/Voci/13.asp

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