Orientamenti/2

Al canto del Te Deum, ecco come si trasforma in pochi minuti un altare per la celebrazione secondo il messale del 1962.

Qui il video.

A me, francamente, pareva che alla partenza ci fosse già tutto (altare ben piantato a terra, la tovaglia, il grande crocifisso); anzi, che questa aggiunta posticcia di altri elementi possa infondere un senso di poca solidità, con conseguente perdita di solennità.

Ma fosse anche un blocco unico di marmo, il rischio maggiore è che tale impostazione confermi l’idea di un celebrare alla parete, al tabernacolo, come segnalava lo stesso Ratzinger in La festa delle fede. Con la perdita, ancora una volta, dell’essenziale.

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4 pensieri su “Orientamenti/2

  1. non mi pare che l’ornamento dell’altare cambi molto: Però un cambiamento sottolinea il plus di solennità legato alla adorazione solenne durante il te Deum. E poi proviamo a pensarla così: preparando l’altare secondo le forme della fede degli avi queste persone stanno facendo una loro preghiera: che c’è di male?

  2. grazie per l’attenzione dedicata anche a questi vecchi post (soprattutto in periodi come questi che non ho tempo per farne di nuovi).

    dare il senso della solennità, ci mancherebbe, è giusto e segnalarlo con un cambiamento è ancora più giusto. ho dei dubbi sul costruire quell’impalcatura (a dir il vero mi inquieta la possibilità che tutto vada all’aria). però, i dubbi più forti li ho quando l’orientamento a oriente, di cui riconosco l’estrema importanza e il significato profondo, viene reiterato rieterando l’impostazione problematica che aveva già prima della riforma liturgica. ovvero reiterando quegli elementi che avevano portato a considerare la messa come ad esempio “il celebrare alla parete” davanti all’eucarestia già presente.

    per quanto riguarda la preghiera e gli avi penso sia una cosa importante. faccio solo notare che anche le letture tutte tese a ridurre l’altare a mensa e pasto comunitario lo fanno in nome degli avi e di una chiesa primitiva(più o meno, probabilmente meno, fondatamente).

  3. attenzione: un conto è la tradizione continuativa (prego come mi ha insegnato mia madre e come pregava mia nonna e come leggo che pregavano cento-duecento anni fa, come vedo che si faceva nelle pitture del 700 nei film degli anni ’30, nella Tosca – ecco un te deum!).). Un conto sono gli archeologismi liturigici (spesso di pura fantasia) da cui già pio XII avvertiva di stare in guardia… ec he poi sono stati più di una volta sbugiardati (vedi Gambler e Boyer).
    Poi c’è un’altro aspetto: ci si attacca a tutto anche alle fibbie e alle calze viola quando cio si è visti strappare tutto con disprezzo e con violenza: è umano…anche se oggettivamente eccessivo. Comuque questi sacerdoti di Bordeaux per la loro storia credo che sappiano benissimo che la celebrazione è ad Deum e non alla parete, e così i loro fedeli, che vi assicuro sono preparatissimi. E se si attaccano ai fiocchi e alla bugia con la determinazione con cui si attaccano alla fede (e spesso è così), ben venga (o no?)

  4. Per quanto riguarda la fede e la preparazione di quanti sono nel video non mi permetto certo di metterla in dubbio.
    A me pare solo questo.
    La forma esprime un contenuto.
    La tradizione continuativa reitera forme che presentano comunque dei problemi, quei problemi (indicati da Ratzinger in La festa della fede, ad esempio) che nel tempo hanno lasciato spazio aperto a una progressiva incomprensione di base della celebrazione liturgica favorendo proprio quelli che hanno poi spinto per cambiamenti (basati spesso su archeologismi dubbi) a loro volta problematici.
    Mettiamo anche che la reiterazione della tradizione riacquisti una certa forza: questa non farà che scavare, intrinsecamente, le premesse per nuove rischiose incomprensioni.
    A me pare quindi che la forma che esprime il rapporto tra sacrificio e mensa sia da guadagnare ulteriormente, da approfondire (come in effetti l’intera storia della chiesa mostra), da aggiustare continuamente attraverso una capacità creativa.

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