L’orso, il luccio, il centauro e Giotto

L’altro giorno ascoltavo con scetticismo una lettura iconografica che interpretava positivamente un centauro scolpito su di un ambone. Ma leggendo quanto emerge a Padova quasi quasi mi ricredo.

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Da Avvenire di oggi

PADOVA
La scoperta di Giuliano Pisani: le 4 figure affrescate a fianco del Cristo Giudice agli Scrovegni non sono i simboli tradizionali, ma animali ben più insoliti

 [Qui la foto migliore che ho trovato in rete]

 Giotto perde gli evangelisti?

Assieme a due esseri alati, sono raffigurati un centauro (che alluderebbe alla natura umana e divina di Gesù) e un orso che tiene tra le zampe un luccio: altro simbolo cristologico

Di Marco Bussagli

E’ assolutamente sorprendente come, talvolta, negli studi, si continuino a ripetere le medesime affermazioni senza nessuno spirito critico, un po’ per pigrizia, un po’ per autoconvinzione.
Mi spiego meglio. Quando, per inveterata tradizione, studiosi autorevoli si abbandonano ad affermazioni banali e scontate che, però, sono comode in quanto non sollevano problemi e, in fondo, sembrano la soluzione più ovvia, anche nel caso di una riconsiderazione della questione ab imis, come per la Cappella degli Scrovegni di Padova, si finisce per vedere con gli occhi della tradizione, orale o scritta che sia.
Non si può certo dire, infatti, che negli ultimi anni la Cappella dell’Arena, come pure viene chiamata l’edificio di Enrico Scrovegni, non sia stata studiata. Basterebbe la campagna di restauro condotta magistralmente da Giuseppe Basile nel 2002, nel corso della quale gli affreschi sono stati ripuliti, restaurati, studiati e fotografati, letteralmente, centimetro per centimetro.
Eppure, la lettura data fin qui di alcuni particolari è sempre stata la medesima. Tutti, infatti, hanno continuato ad affermare che il Cristo giudice sia seduto su un trono di luce sostenuto dalle figure simboliche degli evangelisti. Così, per esempio Claudio Bellinati, nel suo bellissimo Giotto. Padua felix. Atlante iconografico della Cappella di Giotto (1996), scrive: «Sotto il trono di diaspro verde stanno i quattro simboli degli Evangelisti: Aquila (Giovanni), Vitello (Luca), Angelo (Matteo), Leone (Marco)». Ugualmente, gli studiosi precedenti e quelli successivi, con qualche distinguo.
Il fatto è che le cose non stanno così. Allora, in questi casi, ci vuole qualcuno che guardi con occhi nuovi e dica che «il re è nudo». Così, a gettar via gli occhiali del preconcetto e a dire finalmente che quelli non sono gli evangelisti che la tradizione vorrebbe, ci ha pensato Giuliano Pisani, appassionato di Giotto, grecista e latinista, già assessore alla Cultura del Comune di Padova, non storico dell’ arte e forse proprio per questo capace di osservare i fatti da un nuovo punto di vista.
Per capire che quelli dipinti da Giotto a Padova non sono i simboli degli evangelisti secondo l’iconografia canonica, in realtà, era sufficiente guardarli; ma solo Pisani l’ha fatto con un articolo che sarà pubblicato nel prestigioso Bollettino dei Musei Civici di Padova. In realtà, come ricorda lo stesso Pisani, già Aldo Foratti, nel 1921, metteva in guardia nei confronti di un’identificazione, per così dire, automatica di quelle figure come evangelisti, ma poi tutti avevano dimenticato l’avvertimento e nessuno aveva più affrontato il problema, rifugiandosi nella versione di comodo.
Il fatto è che – mentre a destra guardando compaiono due figure alate, una con la testa di leone ed una con la testa di uomo che assume l’aspetto di un cherubino con le ali ripiegate sul corpo, così come l’altro – a sinistra le cose si complicano. La figura più vicina al Cristo è una sorta di centauro, con zampe da quadrupede e busto umano (notato anche da studiose come Irene Hueck e Chiara Frugoni che, però, lo riconduce forzatamente al simbolo di Luca), mentre quella più lontana è ancora più inspiegabile. Si tratta di un orso in posizione eretta che stringe fra le zampe ungolate un pesce, verosimilmente un luccio, come Pisani afferma nell’articolo e conferma alla luce delle perizie degli zoologi.
Una cosa, intanto, è certa: l’aquila che tutti hanno visto non c’è e neppure il vitello di Luca, anche se il presunto centauro ha gli zoccoli fessi degli ovini. Il mistero s’infittisce e per darne spiegazione Pisani ricorre giustamente all’impostazione generale del programma della Cappella, che si basa, come ha dimostrato in un altro articolo pubblicato sul Bollettino (2004), sul rapporto fra la Giustizia umana (dipinta da Gotto a monocromo fra le Virtù contrapposte ai Vizi) e quella divina rappresentata da Cristo come «sole di Giustizia». Ne deriva, secondo Pisani, che l’aggiunta di queste singolari f igure simboliche voglia esaltare alcuni aspetti del Cristo, a cominciare dal Centauro che allude alla doppia natura del Redentore, umana e divina.
A sua volta, il pesce e l’orso sono due altri aspetti cristologici che ritornano coerentemente in questo contesto. È ben noto, asserisce Pisani, che il pesce sia uno dei più antichi simboli di Cristo; ma la scelta del luccio, non farebbe altro che rafforzare questa simbologia perché «il lucius dei latini è il “pesce-luce” cui già i primi cristiani attribuivano accostamenti al Signore luce del mondo», come spiega sinteticamente. Non solo, ma il pesce alluderebbe all’umanità “pescata”, ossia salvata dalla Chiesa, come specifica sant’Agostino in un passo del De Civitate Dei (XVIII, 49), nel quale non manca certo il paragone con la rete da pesca definita evangelica («sagenam evangelicam»), come sottolinea lo studioso.
Infine, l’orso sulla scorta dell’interpretazione d’Isidoro di Siviglia – uno degli enciclopedisti più frequentati dai teologi medievali come Altegrado de’ Cattanei, probabile ispiratore del programma e canonico della Cattedrale di Padova – alluderebbe alla Provvidenza divina. Pisani invita gli studiosi ad approfondire, ma – grazie a lui – un bel pezzo di strada è stato percorso.

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