L’ultima cena

Di tutti gli animali, che si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno né pinne né squame, li terrete in abominio” (Levitico 11, 10).

Che ci fanno allora tutti quei gamberi di fiume sulla tovaglia dell’ultima cena? Nelle chiese quattro e cinquecentesche collocate lungo le Alpi, dal Lago Maggiore al Piave,  è facile trovare i rossi crostacei inseriti nei dipinti dell’ultima cena.

 Gamberi, SS Vittore e Corona, Feltre   Ultima Cena, SS Vittore e Corona Feltre   Ultima cena, Chiesa di S. Giorgio, San Polo, 1466  

s.felice, località saccon   Ultima Cena, Carisolo   Ultima Cena della Scuola Baschenis, Pelugo

 Ultima Cena, museo civico di Vittorio Veneto   Ultima Cena, Cadesino di Oggebbio   Ultima Cena, Sacro Monte Varallo Sesia

C’è un primo significato, solido quanto ovvio: sulla tavola c’è quanto si trovava abitualmente sulle tavole di quelle zone. Infatti con il capretto della Pasqua, oltre ai segni eucaristici del pane e del vino , ci sono pesci, pere, mele, fichi, ciliegie. Se S.Polo di Piave come la Valle del Brenta erano località rinomate per i loro gamberi di fiume, può risultare naturale ritrovare i crostacei nelle ultime cene delle loro chiese, elevati a cibo degno del figlio dell’uomo. Inoltre, Bonvesin de la Riva attesta il gambero di fiume come uno dei piatti quaresimali più frequenti, soprattutto sulle mense signorili.

Ma c’è chi vuole vederci ulteriori significati. Il gambero (così come il granchio) rappresenta nello zodiaco la costellazione del Cancro, il passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale, il retrocedere, l’inizio della fine, e quindi il presagio della morte. Quei crostacei quindi segnerebbero l’imminente passione e morte di Gesù, tradito da Giuda che intinge con lui la mano nel piatto. Ma non solo questo.

“In un senso più recondito, però esso richiama l’idea dell’eresia in quanto come si sa, cammina all’indietro, va in senso contrario”… La sua presenza quindi sulla tavola della Cena può quindi riferirisi alle dispute ed eresie concernenti l’eucarestia, vivacissime in quei secoli, […] allusione al dissenso teologico circa la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo nelle forme del pane e del vino […]” (Claudio Comel, Pietà e dissenso religioso nelle ultime cene, in Civis, p. 29-44, suppl. 16, a. 2000).

Ma non ci sarebbe solo un riferimento all’eucarestia. Con il solstizio d’estate, come il gambero non può che andare all’indietro così il sole non può che retrocedere e declinare verso le stagioni invernali. Il gambero alluderebbe quindi al tema della predestinazione e alla necessità del tradimento di Giuda. “Ma allora Giuda era predestinato? Ecco la tragica domanda che attraverso quegli inquietanti rossi crostacei si fa avanti! E’ la domanda dei dissidenti religiosi, dei liberi pensatori, dei dubbiosi incerti che tutto rimettono nelle mani della imperscrutabile ed indiscutibile volontà divina. Eretici gli uni e gli altri, per le severità teologiche di allora” (C. Comel, op. cit.).

La suggestiva tesi dell’eresia mi appare fragile, e alla fin fine non convincente. Solo un significato simbolico a quel tempo chiaro, esplicito e riconosciuto come teologicamente corretto può giustificare una ripetizione così frequente del tema dei gamberi rossi nelle ultime cene. E poi non si hanno testimonianze di ordini di cancellature da parte di Vescovi o inquisitori, come invece avveniva per le rappresentazioni in odore di eresia, ambigue o anche solo sconvenienti.

La contestazione dell’eucarestia esisteva. E qualcuno, allora come oggi, può pure aver visto nei gamberi un messaggio eretico.  Ma rimarebbe comunque un’elaborazione secondaria se non estranea, un tentativo di sovrapporsi a un significato originario che, pur sfruttando la polisemia dei simboli, non riesce a trovare una coerenza di rimandi nell’economia generale delle rappresentazioni dell’ultima cena. 

Anche il vederci il riferimento alla predestinazione di Giuda mi appare fragile.  Perché in quella notte furono in molti a tradire. Anche a Pietro fu annunciato che avrebbe tradito. E e passare dalla fragilità umana alla predestinazione mi pare indebito. Giuda non fu predestinato, ma pensò di esserlo, negandosi la libertà di chiedere perdono. Così questa del gambero della predestinazione mi sembra più una suggestione à la quello là, come si chiama, quello lì portoghese, che non la tesi di un robusto eretico del quindicesimo secolo.

Più fondata mi sembra la lettura riferita alla polemica antigiudaica: in effetti, a volte, Giuda è rappresentato con il profilo tipico della iconografia antigiudaica e con il sacchetto di denaro in mano. Inoltre, a volte, il gamberetto sembra uno scorpione: le allusioni sarebbero quindi al tradimento di Giuda e dei Giudei, oltre che alla diffusa pratica fenatoria. Ma anche qui, questi elementi non ritornano sempre all’interno delle numerose rappresentazioni di cene ai gamberi. E’ una lettura che si presta solo per alcuni dipinti.

In qualche caso si può anche fare una lettura con implicazioni zodiacali legate alle feste liturgiche, come illustrato da Gianfranco Massetti in “Sulla cena ai gamberi della chiesa di Santo Stefano a Rovato”.

Ora, tirando le somme, pur riconoscendo suggestiva la tesi del prof. Comel (che tra l’altro è stato mio stimato professore al liceo) mi pare che il volerci ritrovare traccia di eresia volta alla contestazione dell’eucarestia risulti una tesi poco plausibile.

Il rosso gambero di fiume sulla tavola dell’ultima cena è segno di un cibo diffuso durante il periodo quaresimale, soprattutto nelle corti signorili. E quel gambero è proprio della quaresima perché porta in sé la cifra della passione e della resurrezione: il carapace grigio diventa rosso acceso dopo la cottura, come il Cristo Risorto passa con la morte dall’aspetto umile della vita nelle terre di Palestina allo splendore di un corpo trasfigurato nella pienezza della divinità.

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16 pensieri su “L’ultima cena

  1. Sul sito si trova la foto dell’ultima cena della chiesetta di S.Giorgio a San Polo di Piave e i link ad un sito specifico dedicato alla chiesetta.
    Abbiamo trovato la stessa immagine su di un “poster” alla Maison des Vins de Bergerac (Francia), ma non si sa dove l’autore ha preso l’immagine.
    Il dipinto di San Giorgio sembra attibuibile a Giovanni di Francia detto il Francione che attorno al 1466 passo un periodo in Italia affrescando parecchie chiese.

  2. In Italia storicamente i gamberi d’acqua dolce hanno avuto un ruolo importante nell’alimentazione della popolazione; grazie alla loro diffusione erano un alimento a disposizione di tutti e non disdegnato neanche sulle tavole dei ricchi.
    La denominazione di numerosi paesi lombardo – veneti, quali Gamberana (Mn), Gambellara (Vi), Gambarare (Ve), Gambara (Bs) deriva dall’antica presenza del gambero d’acqua dolce in quelle località. Valdastico, in provincia di Vicenza, trae il proprio nome da “astacus”, poiché il fiume era popolato dai comuni gamberi d’acqua dolce, distribuiti nelle zone di minor turbolenza delle acque correnti submontane, su substrati fangosi o ricchi di vegetazione.
    L’iconografia del gambero in Veneto era rappresentata sin dall’antichità.
    Nel Palazzo della Ragione di Padova, in un affresco attribuito a Giotto, viene rappresentato uno dei rarissimi cicli astrologici medievali, in cui si nota la presenza del gambero di fiume raffigurante il segno del cancro
    Una delle opere più pregevoli a testimonianza della tradizionalità del gambero, è quella dell’Ultima Cena, affrescata nel 1466, nella Chiesa di S. Giorgio in San Polo di Piave, attribuita al pittore feltrino Giovanni di Francia. Scrive Comel, docente di Storia e Filosofia all’Università UILM di Feltre: “Questo animale ha per la simbologia cristiana un preciso significato legato alla resurrezione, in quanto cambia stagionalmente le spoglie”. Per i profani il gambero di fiume compie, con la crescita numerose mute, cioè si spoglia dell’esoscheletro che rimane sul fondale del tutto simile alle spoglie di un crostaceo morto. L’animale esce dal suo rivestimento e sembra che resusciti.
    La popolazione astacicola in Veneto era consistente ed ampiamente diffusa fino al 1859, anno in cui fece la sua prima comparsa la “peste dei gamberi” nel nord Italia (Cornalia, 1960; Ninni, 1865).
    A partire dal secondo dopoguerra, l’areale del gambero di fiume autoctono si è sempre più ristretto in tutte le provincie della Regione. Il crostaceo è scomparso dalle zone di pianura, a causa dell’inquinamento, conseguente allo sviluppo agricolo – industriale o per interventi dell’uomo in ambito fluviale, inclusi i parchi e le aree protette. Talvolta questo è anche dovuto ad insipienza di pubblici amministratori. La realizzazione di un impianto di depurazione urbano con scarico alla sorgente di un torrente montano ha portato alla scomparsa di una popolazione millenaria di gamberi autoctoni.
    E poi dicono che l’acqua è un bene prezioso.

  3. Grazie per questo ampio e interessante approfondimento.
    Buono a sapersi che il gambero di fiume fosse un cibo anche comune, al pari delle mele e delle pere spesso rappresentate assieme sulla tavola dell’ultima cena.

  4. una volta ho trovato un gambero di fiume morto per caso in alta montagna in romagna, se ricordo bene a verghereto.
    Quindi una lista pulita e completa dei gamberi raffigurati nelle chiese dove la si puo’ trovare?

  5. Anche questo articolo è di grandissimo interesse… La lista dei gamberi sarebbe a questo punto piuttosto interessante. Io mi permetto di segnalare la bellissima Ultima Cena quattrocentesca nell’oratorio della Natività di Maria a Cadessino (Oggebbio VB), dove i gamberi sono moltissimi (e mi ero chiesta perché… ora qualche risposta l’ho trovata qui).

  6. Vista la citazione iniziale si può notare come quel cibo sia vietato agli Ebrei; dunque nonostante i partecipanti alla cena fossero tutti Ebrei, a un certo punto sè dicenti Cristiani vollero far sapere di non poter essere confusi con gli stessi loro fratelli.
    Ecco la cena è servita, tanto più che in qualche caso il gambero è proprio l’unica vivanda imbandita (il che rafforza il messaggio).

    Una cena con gamberi era raffigurata anche nella chiesa di S.Martino di Erto in Val Vajont, ma la sua distruzione fu un altro tradimento.

  7. Lo stesso crostaceo rosso, cinque in totale, si trova anche sulla tavola laica (non un’ultima cena) dei pellegrini che si recano a Santiago di Compostella (storia del miracolo di S. Giacomo) nella chiesa di Praturlone in provincia di Pordenone. L’affresco è del 1503 ed è rimasto coperto per 400 anni dopo la pestilenza di quegli anni. Riscoperto in corso di restauri è visibile sulla parete sinistra dell’abside.

  8. Gamberi di fiume, trenta in totale, si trovano sulla tavola dell’ Ultima Cena, affrescata nella chiesa cimiteriale di Santo Stefano in Carisolo (Trento).
    L’affresco è databile intorno al 1461 ed è opera dei Baschenis de Averara, frescanti itineranti, provenienti dalla Valle Averara (BG) che operarono con continuità per quasi un secolo (dal 1450 al 1550 circa) sulle Alpi lombarde e soprattutto nelle valli del Trentino occidentale.
    Duplice – afferma l’architetto Antonello Adamoli – il messaggio rappresentato dalla presenza sulla tavola dai gamberi, crostacei che abbondavano nelle acque dei fiumi.
    Il primo è un significato di rinascita, di Risurrezione del Cristo, rappresentato dal cambiamento del colore, da grigio a rosso, con la cottura del crostaceo. Il secondo, più recondito, in spregio agli Ebrei e al loro divieto di mangiare crostacei (Levitico 11,10) con un preciso riferimento all’immagine di Giuda, che per 30 denari, stesso numero dei crostacei, vendette il Cristo.
    Famose le “Danze macabre” , opera di Simone II Baschenis, che si possono ammirare in Val Rendena, a Carisolo – chiesa cimiteriale di S. Stefano (1519) e a Pinzolo (1539) – chiesa cimiteriale di San Vigilio.

    Altre “Ultime Cene” con gamberi in Trentino:
     a Pelugo in Val Rendena, nella stupenda chiesa dedicata a sant’Antonio abate, Ultima Cena – seconda metà del secolo XV, opera dei Baschenis;
     a Seo, nelle Giudicarie esteriori, chiesa di San Michele – Ultima Cena – opera di Cristoforo II Baschenis;
     a Pergnano – San Lorenzo in Banale – Ultima Cena – opera di Cristoforo II Baschenis;
     a Corte Inferiore di Rumo in Val di Non – chiesa di Sant’Udalrico, – Ultima Cena – affrescata nel 1471 da Giovanni e Battista Baschenis de Averara;
     a Castello Tesino, nella chiesa di Sant’Ippolito e Cassiano troviamo un’ Ultima Cena con gamberi, opera del pittore feltrino Giovanni di Francia, lo stesso che affrescò l’Ultima Cena nella chiesa di San Giorgio in San Polo di Piave (TV)
     nel monastero dei Santi Vittore e Corona a Feltre, Ultima Cena ad opera di artisti delle scuole di Giotto, di Tommaso da Modena e di Vitale da Bologna.

  9. Anche se in ritardo, grazie per queste dettagliatissime informazioni! Sta uscendo una mappatura molto interessante. E anche la ricerca del significato si sta arricchendo.

  10. Interessantissima la segnalazione di luigi caccia!!!!!, essa sfata molte delle interpretazioni mistiche, religiose ecc che si trovano in letteratura.
    Per pra sono riuscito a trovare la documentazione fotografica di oltre 40 di queste ultime cene con gemberi.

  11. Segnalo le numerose ricerche e gli studi sul tema dei gamberi nelle ultime cene effettuati dal prof. Claudio Comel di Lentiai (Bl) il quale negli ultimi decenni ha catalogato tantissime chiese con la presenza di tali affreschi, partendo dalla chiesa di S. Polo di Piave per arrivare, attraverso il bellunese, nella Val di Non e nella val Rendena. Un percorso che ricalca la strada romana Claudia Augusta Altinate.

  12. seguendo le mie ricerche sono incappata in questo sito… esatto! si profila una mappatura interessante, ed io credo di sapere il perchè. come posso contattarvi??

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