Il sabato del silenzio

L’arco di tempo che va dall’Ultima cena del Giovedì Santo alla Domenica di Risurrezione è il più raffigurato della storia dell’arte. Ma se qualcuno mi chiedesse un’opera d’arte che abbia a tema il giorno del Sabato Santo, mi troverei in forte difficoltà.

In effetti il sabato dopo la crocifissione è un giorno particolarissimo: Cristo giace nel sepolcro; i discepoli sono nascosti, nello smarrimento più totale. E soprattutto il vangelo non descrive quel giorno. Un solo cenno è dedicato ai soldati che piantonano il sepolcro. Tutto è immobile. Il Sabato Santo emerge per l’assenza di immagini e di voci, per il suo silenzio.

È l’unico giorno dell’anno in cui non si celebra messa. In quel giorno si veglia. Nel Sabato Santo è come se il creato intero stesse trattenendo il respiro per fare il grande balzo trascinato dalla risurrezione di Cristo. Ma questo lo sappiamo solo dopo, nel mattino di Pasqua, prima bisogna attraversarlo per intero questo giorno di silenzio in cui tutto appare perduto. Ma come? Come percorrere senza esempi e senza appigli questo giorno della desolazione?

La tradizione ha guardato alla figura di Maria: come ha vegliato lei così veglino i cristiani. Lei infatti è immagine e sintesi della Chiesa. Su questo il card. Carlo Maria Martini ha scritto una delle sue più belle lettere pastorali: La Madonna del Sabato Santo.

Per questo prenderemo tre momenti del vangelo, assieme a tre dipinti, in cui lei è presente. Proveremo a trovare così alcune indicazioni per entrare nel silenzio del sabato santo. Non per violarlo ma per custodirlo in immagini e parola.

 La visitazione (o della Fede)

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Silvio Consadori, La Visitazione (particolare)

Qui vediamo Maria di Nazaret che dopo un viaggio di tre giorni saluta e abbraccia sua cugina Elisabetta. Un arco incornicia le due figure. L’arco ha la forma di un grembo: ricorda che entrambe le donne attendono un figlio: Gesù e Giovanni il battista. L’arco, inoltre, segna una soglia dove si incontrano due cammini:

  • quello di Elisabetta che rappresenta il popolo di Israele – che generazione dopo generazione, profeta dopo profeta, finalmente con il figlio Giovanni Battista, l’ultimo profeta, riuscirà a riconoscere e toccare con mano il messia tanto atteso;
  • quello di Maria che qui rappresenta il cammino di Dio che va incontro al suo popolo: infatti Maria come una nuova arca dell’alleanza porta la parola di Dio, non più solo di pietra, ma la parola fatta persona, il Verbo incarnato.

Si capisce allora perché in questo momento viene elevato l’inno del Magnificat. Un canto che alzandosi come in volo vede, nei rivolgimenti e le contraddizioni della storia, un ordine, un disegno unitario retto dall’azione salvifica di Dio. Vede lo stile con cui Dio interviene nella storia, vede che i superbi finiscono sempre per perdere se stessi, che i troni dei potenti sono rovesciati… Riesce a vedere che sconfitte, sofferenze, errori non vanno dispersi ma hanno un valore. Che l’azione di Dio nella storia passa anche da ciò che non è che un piccolo resto, e appare un frammento, un avanzo, uno scarto.

L’intelligenza della fede scorge la fedeltà di Dio nella storia e intuisce la possibilità che la pietra scartata dai costruttori diventi testata d’angolo.

Fuga in Egitto (o della speranza)

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Silvio Consadori, Fuga in Egitto, particolare

Sembra proprio la raffigurazione di quel brano del Vangelo: “Maria serbava tutte quelle cose che stavano accadendo, meditandole nel suo cuore”. In questo volto convivono cura e affidamento, preoccupazione e serenità.

Preoccupazione perché se nel primo dipinto abbiamo visto che Dio mantiene le promesse è anche vero che le promesse possono tardare. Quante volte prima di quel Sabato Santo questa donna può aver sentito incomprensibili le promesse dell’angelo dell’annunciazione: “Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo… e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32-33).

E poi, come può Dio, colui che ha fatto cielo e terra, chiedere di essere allattato ed essere esposto alla fame, alla mancanza, alla fragilità, alla morte. Come possono esserci lì, in quel bambino, le risposte alle domande di verità, di giustizia, di felicità che l’uomo e la storia hanno?”

Tutto questo per dire che Maria ha avuto molte occasioni per mollare tutto e tornare indietro. Ma non lo ha fatto, ha perseverato, è rimasta attaccata al buono che c’è – per quanto fragile. Abbracciando il figlio, Maria abbraccia la promessa di Dio. E fin dentro il Sabato Santo ha sperato contro ogni speranza.

Il ritorno dal Calvario (o della carità)

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Silvio Consadori, Le tre Marie al Calvario (particolare)

Abbiamo visto, l’intelligenza della fede, e la perseveranza della speranza ma quando di un corpo rimane solo il suo peso, quando la morte appare vincitrice e sovrana, cosa mai può rimanere da sperare?

Da custodire, nel silenzio ineluttabile del Sabato Santo, risuonano queste parole: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Sotto a questa frase c’è un’esperienza che risulta inscalfibile: se la vita viene donata per amore, se amore vale più della vita, allora la morte può prendere la vita ma non oltre, non amore. Amore eccede e scavalca di continuo la morte. E morte non avrà mai l’ultima parola.

Nascosta nel buio del sepolcro c’è una fecondità che nasce da colui che muore donando la propria vita.

[continua]

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