Sul fondamento dell’ornamento

Ripartire da zero. E ripartirono: presero dei punti e li sommarono; accatastarono linee; assemblarono superfici. Ripartirono da zero, ma si fermarono alle addizioni. La palingenesi creò scatole. Le battezzarono “macchine da abitare”.

Il principio è questo: il meno è più. Ci deve essere solo ciò che serve. E ciò che serve è dritto, spigoloso, piatto. Tutto uniforme. Nessun ornamento. Bianco su bianco. Così la materia fila via come un’idea. Non ingombra più. Rarefatta diventa angelica. Spolpata diventa spirituale. Pura architettura pura.

Il risultato è questo: tutto è impilato. Tutto è lì perché porta un carico. Nulla mai riposa. Tutto è lì solo perché impiegato. Tra tutte le funzioni possibili è ammessa solo la funzione che serve. Tutto è servile. Tutto è giogo. Non c’è dono. Non c’è grazia.

Non è architettura per uomini. È architettura per telamoni.

Ψ

L’ornamento, invece, segna una differenza. Segna che qualcosa eccede. Che non tutto è servile. Che c’è dell’altro. L’ornamento segna un già e non ancora. Segna che solo una parte è legata, fissata a terra, sotto lo sforzo del peso. Segna che una parte regge e lavora e non può non reggere e lavorare, pena il crollo e la morte. Ma una parte no, una parte riposa. Una parte ha già conosciuto la libertà. Come un volto che alza lo sguardo.

La mano che orna è una mano libera. Che non deve solo cacciare o tagliare le frasche o portare il cibo alla bocca. È la mano di un uomo libero.

Solo l’uomo orna perché solo l’uomo ha una capacità creativa che lo libera dall’urgenza, dal freddo, dal cibo, dall’uccidere. Solo l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Solo l’uomo partecipa del riposo di Dio. Solo l’uomo celebra la festa.

L’ornamento, fin dal principio, riproduce elementi vegetali. Che sono segno di quel primo giardino. Di quei primi dialoghi. Di quella confidenza con Dio.

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5 pensieri su “Sul fondamento dell’ornamento

  1. Come può l’uomo relazionarsi con gli altri nella città di Le Corbusier?, Egli progettò le città per Citroen, ossia per l’automobile, città di scatole, senza spazi di relazioni, città giardino per i coleotteri, per le farfalle.

  2. E direi neanche per i coleotteri, a meno che non sia la Zabrus!

    In effetti, mi pare che con il ‘movimento moderno’ sia iniziata quella tendenza a sovraesporre il testo scritto rispetto all’opera. Così ci sono grandi enunciati che si rivelano essere più che altro suggestioni poco rigorose.
    Ad esempio, nell’utilizzo della “pianta libera” e della “facciata libera” tutta questa libertà non c’è, anzi presenta quel carattere “servile” che ho cercato di evidenziare.
    Oppure pensiamo a tutti i discorsi sulle costruzioni fatte “a misura d’uomo” e sulla sezione aurea, sul modulor… il riferimento non è all’uomo concreto, carne e ossa, ma all’uomo che passeggia nei rendering. Anche farfalle e coleotteri stanno meglio nelle baite di montagna!

    @ ascanio, credo di sì:
    http://it.forums.wordpress.com/topic/inserire-unimmagine-nei-commenti?replies=11

  3. Difatti nessun uomo o donna (e meno che mai famiglia…. vade retro!) ha mai abitato quella casa lì, se non per brevi periodi e nelle stagioni medie quando il sole non picchia.
    Forse i telamoni.
    Bisognerebbe chiedere a quelli del posto se in certe notti di luna piena… come le statue animate di cui Porfirio parla…

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