La bellezza è promessa

“Crocifisso con i Santi Giacomo, Filippo e Francesco” di Giovanni Battista Crespi detto il Cerano (1573-1632), Cappella del Seminario, Seveso.

Quando ci fermiamo davanti a un dipinto come questo riconosciamo una bellezza. Ma questa constatazione ci pone di fronte a un problema: come possiamo dire che un Crocifisso è bello, dove sta la bellezza davanti a un corpo inchiodato alla croce e condannato a una morte terribile?

La risposta più semplice è attribuirla alla bravura del pittore con la sua pennellata raffinata, i colori intensi, i gesti armoniosi. Ma questo non basta: se fosse solo una questione formale, la bellezza rimarrebbe chiusa e sigillata in una scenografia struggente quanto vuota e, alla lunga, disperante.

La bellezza, invece, annuncia, apre, spalanca. Anticipa quanto il mondo da solo non può darsi. È caparra. La bellezza è la promessa che regge alla prova. È promessa temprata, che rimane fedele nonostante le ferite inferte dall’ultimo e più implacabile nemico: la morte.

La bellezza, insegnano i filosofi medievali, è splendore della verità. E nulla è più vero di una vita donata nella carità. Questo è quanto vediamo davanti a un crocifisso. Gesù, benché uguale a Dio, si è fatto simile agli uomini: ha assunto così profondamente la sua umanità che, posto sulla croce, la sua stessa vita ha ceduto alla morte. Morte che però non ha avuto l’ultima parola. Cristo ha incarnato l’amore della carità e ha donato la propria vita per gli uomini affidandola all’abbraccio del Padre. E se anche la morte è stata capace di intaccare la vita, non ha però annientato l’amore che regge e governa la vita. Gesù Cristo risorto lo testimonia.

Ecco, allora, che possiamo trovare una risposta al nostro interrogativo iniziale. Un’opera d’arte comunica bellezza quando contiene questa promessa: l’amore capace di donarsi non soccombe. E un’opera d’arte, quando è annuncio cristiano, va ancora più in profondità dicendoci che questa vita, questa bellezza, questa verità si sono rese visibili come primizia nel corpo, nel volto di Cristo.

La bellezza è promessa, e quindi chiede tempo. Lo vediamo in questo dipinto del Cerano. Il corpo fisso in croce risplende di una luce bianca che anticipa agli occhi della fede il corpo trasfigurato del Risorto.

San Filippo, alla destra della tela, guardando negli occhi chi giunge davanti al dipinto, apre un varco, crea una continuità di tempo e di luogo tra lo spettatore e il Crocifisso. Chiama il fedele sul Gòlgota e lo trasforma in pellegrino. È l’invito a intraprendere un cammino di conversione.

San Giacomo, a sinistra della croce, contempla il mistero dell’amore di Dio resosi visibile nell’obbedienza del Figlio: nelle tenebre del Venerdì Santo scorge la luce; nell’urlo emesso dalla croce riconosce la Parola che fa nuove tutte le cose. La bellezza non è un’ideale ma una persona, un corpo da sfiorare, da accarezzare.

San Francesco, quasi nascosto, umile, si inginocchia e abbraccia il legno della croce. Dopo la conversione che purifica, dopo la contemplazione che illumina il cuore, il terzo Santo, il Santo con le stimmate, l’alter Christus, indica la via dell’unione con Dio, la via che trasforma l’esistenza e la rende feconda.

La bellezza è promessa e, per questo, chiede tempo. Il tempo che si fa carne e storia, affinché  il cuore si apra alla conversione, affinché la storia si apra alla grazia.

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