Cattelan a Milano – 2

Il sito ArteVarese ha pubblicato una mia breve analisi sulla mostra di Cattelan a Milano (qui).

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Quei tipi che ripetono sempre la stessa battuta

Milano smonta Cattelan. O forse no. Palazzo Reale incellophana il papa colpito dal meteorite, la donna crocifissa e il tamburino, mentre la scultura L.O.V.E., quella del dito medio per intenderci, rimane ancora a piazza Affari. Doveva rimanere dieci giorni, è lì da un mese, adesso rimarrà fino a Natale. Poi si vedrà, forse un’altra piazza della città, in ogni caso non lascerà Milano, parola del sindaco Moratti.

Dopo le polemiche e gli imbarazzi dell’amministrazione comunale, adesso quasi tutti sembrano concordi: la scultura piace ai milanesi e trattandosi di una piazza pubblica non si può non tenere in considerazione il parere dei cittadini. Il che per un’opera d’arte che nelle sue stesse premesse cerca la provocazione (intelligente, certo, ça va sans dire) rischia di rivelarsi un fallimento. È infatti necessario che una qualche contesa permanga, altrimenti il gioco non funziona.

Il fatto è che nel giro di un mese “Il dito” di Cattelan si ritrova ad aver già esaurito il ciclo vitale tipico dell’arte contemporanea, quello che la sociologa Nathalie Heinich ha sintetizzato in tre fasi: 1) trasgressione dell’ordinarietà da parte dell’artista; 2) reazione negativa e polemica da parte del pubblico; 3) integrazione nel gusto comune tramite la mediazione di istituzioni culturali e opinion leader. La conciliazione raggiunta in queste ore conferma solo che l’opera di Maurizio Cattelan ha un valore simbolico ormai digerito. E come insegnava Marshall McLuhan, “se funziona, è obsoleto”.

A passare in piazza della Borsa sotto la scultura L.O.V.E, la prima volta ci si ferma a guardarla. La seconda volta è come incrociare quei tipi che ti ripetono sempre la stessa battuta.

Il “dito” di suo dice poco, è poco più di un guizzo. C’è, sì e no, materiale per una vignetta. In compenso, è l’artista che dice molto. Il suo lavoro cura molto le parole che circondano la propria opera. Basti pensare al titolo ridondante L.O.V.E. che diventa a sua volta un acronimo per Love (amore) Odio Vendetta Eternità. Significati su significati, evocazioni su evocazioni, cenni e ammiccamenti, ma tutti affibbiati dall’esterno, un turbinio di significati reconditi ravvisabili più nel comunicato stampa che accompagna l’opera che non nell’opera stessa. Quanto estratto dal marmo è un pretesto. Il vero testo è quanto l’artista dice di sé, del proprio punto di vista, sono gli articoli usciti sui giornali, le dichiarazioni di questo o di quello, le polemiche, le adulazioni e le partigianerie, le citazioni, e pure queste mie stesse righe.

A quel dito impudico non è chiesto nulla, se non di durare fino al termine del rinfresco d’inaugurazione. Adesso gli viene chiesto di rimanere fino al taglio del panettone. Il resto è attesa della prossima piazza, del prossimo rinfresco.

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2 pensieri su “Cattelan a Milano – 2

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