Via pulchritudinis – 9

Prima della Bauhaus, e prima dell’Ikea, ci furono gli Shakers. La fattura dei loro prodotti – sedie, mobili, scrivanie, scatole, tessuti – ha anticipato e ispirato molto design moderno.

Gli Shakers sono una piccola comunità religiosa americana, una delle tante nate da quella sorta di diaspora che fu la riforma protestante. Il primo gruppo si costituì a Manchester, nel Regno Unito, ma ben presto, nel 1774, si trasferì negli Stati Uniti. Il loro numero crebbe. Sciamarono più volte fondando diverse comunità tutte pressoché autosufficienti. Raggiunsero il numero massimo di circa seimila membri. Oggi gli Schakers sono praticamente estinti e musealizzati (1, 2, 3).

La loro denominazione esatta è United Society of Believers in Christ’s Second Coming. Influenze quacchere e antiche tradizioni millenaristiche possono essere annoverate come origini del loro credo. La dottrina degli Shakers porta alle estreme conseguenze i presupposti del protestantesimo: il testo si risolve in un pretesto. Il ragionamento è questo: il primato è dato alla sola grazia, e questa ispira una lettura del testo biblico individuale non mediata dalla tradizione; questa lettura, a sua volta, intona molteplici interpretazioni individuali, irrelate e magari pure contraddittorie ma sempre e comunque valide; quindi, tolta la tradizione e tolta la comunità, non c’è bisogno neppure del testo che vincola la libertà di interpretazione, ma il testo è continuamente ricreato in un rapporto solipsistico con la divinità e mediato dalla sola grazia.

Gli Shakers, infatti, leggono la Bibbia, ma attribuiscono un peso molto maggiore alle visioni personali impartite e ricevute come doni della grazia. Il rapporto con Dio è immediato, fondamentalmente compulsivo e basato sull’emotività. Il rapporto con Dio è una forma di possessione. Non per nulla il nome Shakers deriva dal verbo inglese to shake (che significa agitare) inteso come descrizione dei loro incontri caratterizzati da danze, canti, agitazione, pronuncia di lingue sconosciute, urla, salti, tremori, imitazione del verso degli animali. Ma andiamo con ordine.

Oggi non c’è guida turistica che non presenti gli Shakers come pionieri di idee quali l’ecologia, il pacifismo, l’emancipazione femminile, il comunitarismo, la dieta vegetariana, il design moderno. Il che, per certi aspetti, può anche essere plausibile, se non fosse che si corre il rischio di interpretare l’esperienza shakers con occhi d’oggi, applicando schemi di lettura apparentemente sovrapponibili ma che, ad una analisi più attenta, risultano banalmente superficiali. Superficiali perché dettati dal “religiosamente corretto” e soprattutto perché incapaci di restituirne i principi originari e costitutivi. Questo accade, in modo particolare, quando sono presi in considerazione gli oggetti da loro prodotti (come già detto si tratta di prodotti artigianali quali sedie, mobili, scatole, utensili, moduli abitativi).

Solitamente gli oggetti shaker sono presentati come anticipatori del design moderno: questi manufatti sarebbero realizzati secondo il principio che la bellezza risiede nella funzionalità, dove tutti gli elementi non essenziali sono banditi. Ora, che l’artigiano shaker appaia come una sorta di Gropius anonimo è possibile. Ma, allo stesso tempo, metterei in guardia dall’affermazione che la ricerca di una bellezza schiacciata sulla funzione sia la ragion sufficiente capace di spiegare la loro poietica. Anche perché, leggendo in lungo e in largo i loro testi, non ci si imbatte mai in una qualche pagina dedicata al tema della bellezza.

Certamente gli Shakers hanno puntato la loro attenzione alla funzionalità. E certamente, oggi, questo tipo di design trova consenso o, molto più semplicemente, piace. Ma il principio che guida la produzione shaker non ricerca la bellezza nella funzionalità ma, piuttosto, la purezza della funzionalità. E la purezza è innanzitutto intesa come processo di sottrazione e assenza di ogni ornamento.

Che poi, se ci soffermiamo un momento a ragionare, che bellezza c’è nella funzionalità? Cosa c’è di bello nel corridoio di una caserma? e nulla è più funzionale di un lungo corridoio da caserma. Cosa c’è di bello in una ghigliottina? e nulla è più funzionale di una ghigliottina ben levigata. Cosa c’è di bello in una croce? E nulla è più funzionale di due linee incrociate per far morire atrocemente. Forse che è la pura funzione a rivelare bellezza? Non credo. La pura funzionalità porta altrove, e gli Shakers lo sanno bene.

Gli Shakers esaltano il celibato e, al termine del loro percorso di iniziazione, vivono casti. Non per dedizione totale a Dio e alla comunità. Ma perché hanno in odio la carne, aborrono la generazione, esecrano la procreazione. 

Questo tema ci porta alla loro leader e fondatrice: Ann Lee, chiamata Mother Ann. Lei ebbe il dono di una visione nella quale comprese che la caduta dell’uomo e della donna dalla condizione paradisiaca è dovuta al fatto che Adamo ed Eva si congiunsero carnalmente. Il divieto divino avrebbe riguardato l’atto sessuale e il frutto proibito altro non sarebbe che il coito. Di qui la scelta di vita shaker che rinnega la carne, la sessualità, la procreazione per recuperare l’innocenza e la pace edenica. Di qui la ricerca di una vita spirituale disincarnata.

Non è un caso che nei loro testi, scritti negli Stati Uniti di inizio ‘800, si trovino, oltre alle ovvie e inesorabili condanne di cattolici, luterani e calvinisti, molte dichiarazioni di rispetto e di affinità con le posizioni di manichei, marcioniti, nestoriani, terapeuti, priscilliani.

In effetti, in modo consono a queste antiche dottrine, gli Shakers considerano male la carne (e di conseguenza anche la materia, il mondo e la storia) e ricercano una sorta di spiritualizzazione della persona innescata da un ascetismo estremo. Ovviamente negano una reale incarnazione di Cristo (spiegata come una sorta di apparizione). Inoltre, negano la Trinità ma in un modo tutto loro: equiparando Mother Ann a Cristo.

In breve questo è quanto affermano. Riprendendo un’espressione di Abramo, Dio è chiamato l’onnipotente, the Almighty (Gn 17,1). Va notato che, a differenza di certe dottrine gnostiche, non affermano l’esistenza di un demiurgo, un dio minore e creatore. La carne è condannata a causa del peccato originale che, in modo per nulla fondato sul testo biblico, viene ravvisato nel coito sessuale. La storia è interpretata come un processo di spiritualizzazione che deve recuperare lo stato edenico, processo che viene guidato da una sequenza di rivelazioni successive. Ann Lee ha portato a compimento la rivelazione di Dio: come Cristo ha rivelato la paternità di Dio, così Mother Ann Lee ha rivelato la maternità di Dio. Cristo e Mother Ann, ricolmi entrambi della santità dello spirito, sono della stessa natura. La metafora spesso utilizzata è quella dell’ape che diventa regina: come un cibo puro, la pappa reale, eleva la natura dell’ape così il cibo spirituale ha colmato di grazia ed elevato Mother Ann. Nei loro inni, gli Shakers cantano Mother Ann come il Messia del secondo avvento, quello definitivo, come colei che ha portato a compimento la rivelazione del mistero di Dio e condotto l’umanità al traguardo della storia.

Gli Shakers, in particolare quelli delle primissime comunità, affermano di essere nel tempo escatologico, di non attendere più nulla dalla storia, ma di vivere già il compimento della salvezza. Le loro comunità sono già la Gerusalemme Celeste. Da qui discendono i canti e le danze che tanto hanno caratterizzato gli Shakers, con tremori e visioni, contorsioni e contrazioni, scuotimenti e strilli. Da qui discendono quelle stranezze che tanto colpivano alcuni dei viaggiatori che si imbattevano nei loro villaggi: le danze (ma anche le corse nei campi e le cavalcate) eseguite completamente nudi: chi infatti ha restaurato lo stato edenico sta nudo e non prova vergogna (Gen 2,25). 

A questo dobbiamo aggiungere un altro dato che può risultare utile alla nostra ricerca. Le comunità shaker fanno vita comune. Grandi edifici accolgono gruppi di circa cinquanta persone, ovviamente con maschi e femmine rigorosamente separati. Le misure degli edifici e delle officine sono standardizzate. Interessante notare che, più che richiamare le esperienze dei monasteri cristiani, gli Shakers paragonano la propria strutturazione ai modelli di società utopiche e ai modelli urbanistici ideali come quelli di Fourier e Owen. Anche perché questo confronto permette loro di vantare almeno settant’anni di vita comune effettivamente realizzata mentre tutti quei fermenti utopistici rimasero solo sulla carta o, se realizzati, naufragarono subito.

Questa breve incursione nei fondamenti teologici della fede shaker ci consente ora di dare una lettura dei fondamenti che presiedono alla produzione dei loro manufatti e di comprendere maggiormente cosa sottende la ricerca di una pura funzionalità.

Ogni comunità che parta da una forte condivisione della missione tende a indossare una divisa. Questo perché le individualità devono risultare subordinate all’obiettivo da compiere e allo schema che garantisce la sopravvivenza del gruppo prima che del singolo. Ogni particolarità tende a essere bandita: ogni cosa che eccede e porta ad una qualche distinzione rischia di innescare le rivalità mimetiche e una conseguente escalation della violenza che dissolverebbe la comunità.

L’uniformità e la standardizzazione sono molto diffuse e sono proprie di organizzazioni religiose, militari, industriali, burocratiche. Tutto è regolato, anche l’eventuale premio, ovvero ciò che fa eccezione alla regola. Le macchine organizzative hanno quindi sempre privilegiato una meccanica dove le parti fossero relate tra loro da rapporti meramente funzionali. Questo vale, giusto per fare degli esempi, per la cella del monaco, la falange militare, la catena di montaggio, l’archivio di stato. Ma ognuno di questi sistemi organizzativi non si concepisce in modo assoluto, ma limitato al proprio ambito di intervento.

Anche il monaco, che tra i casi citati presenta la pretesa teoretica ed esistenziale più forte, non presuppone affatto una qualche utopica “monasterizzazione” del mondo. Non solo: se da un lato la regola governa in modo uniforme l’intera giornata del monaco, dall’altro la testimonianza della gloria di Dio, ovvero della presenza di Dio nella storia, ha portato a incentivare lo sviluppo di tutto quanto risulta particolare ed eccedente all’uniformità, basti pensare alla creatività  applicata alle arti (musica, architettura, miniatura, pittura, scultura, ecc.). Nel testimoniare la gloria di Dio il monaco non crea un pilastro seriale ma una colonna ben affusolata e decorata in modo da risultare una colonna unica tra tutte le colonne ben affusolate.

Diversa è invece la missione degli Shakers: il proprio modello di vita ha una pretesa di validità universale. Lo stesso celibato, l’astensione dai rapporti sessuali e il rifiuto della procreazione sono comportamenti che costituiscono modello implicitamente universale in quanto si fondano sul giudizio negativo che investe la carne, e quindi la materia, il mondo e la storia. Uniformità e serialità hanno valore universale e vengono estese a ogni manifestazione della vita comunitaria.

Ma qui, a mio avviso, la funzionalità riveste un significato ancora più profondo. La ricerca di una pura funzionalità non garantisce solo una migliore efficienza della gestione comunitaria. La pura funzionalità consente di disincarnare gli oggetti. Nulla è più visibile, opaco, ingombrante di ciò che è rotto ovvero che manca di funzionalità. Nulla è più invisibile di ciò che è puramente funzionale. La pura funzionalità è “angelizzante” in quanto comporta come una sorta di rarefazione della materia.

La tensione ascetica che nasce dal rifiuto della carnalità e la tensione a una spiritualizzazione della persona ha modellato il mondo che circonda l’esperienza quotidiana degli Shakers. Anche l’estrema attenzione data dagli Shakers alle superfici piane e alla pulizia degli spazi abitati non trova origine in una attenzione di tipo igienico (come ad esempio le superfici ospedaliere), ma nel fatto che l’accumularsi di sporco e polvere rendono opaco e materiale uno spazio che nella sua concettuosa funzionalità deve tendere a disincarnarsi. La funzionalità del loro modello poietico costituisce la loro funzione religiosa. E’ propriamente la liturgia degli Shakers.

Gli Shakers non portano il segno della croce. La croce è infatti per il cristiano segno glorioso ovvero manifestazione di Dio nella storia, segno dell’incarnazione, della passione, della morte e della risurrezione. Ma gli Shakers rifiutano incarnazione, morte e risurrezione del corpo di Cristo. Cristo non è risorto perché non si è mai propriamente incarnato. Lo shaker non attende la risurrezione ma, grazie alla rivelazione di Mother Ann, è già entrato nel tempo finale; lo shaker vive, attraverso il celibato e il rifiuto della generazione, la risurrezione e la restaurazione edenica.

Molto diversa è la nozione di liturgia cristiana (e cattolica in particolare) che vive un tempio intermedio, il tempo del già e non ancora. Per dirla coi Padri della Chiesa, il cristiano vive nel tempo dell’aurora dove la luce è mescolata ancora alle tenebre. La liturgia cristiana vive un tempio intermedio. I sacramenti e le realtà sacramentali, come ad esempio l’arte cristiana, sono segni che testimoniano una definitività che ha avuto inizio con Cristo ma, allo stesso tempo, rimandano al compimento pieno delle promesse che ha da venire. Lo shaker, invece, vive già in spirito e verità, e non ha tempio esattamente come la Gerusalemme celeste non ha tempio perché è tutta tempio. Vivendo la pienezza dei tempi, non c’è realtà sacramentale perché non c’è nulla di cui debba essere segno. Anzi quanto c’è rischia solo di risultare ingombrante mentre dovrebbe sempre risultare invisibile e funzionale ad una vita condotta nella pienezza dello spirito e della verità.

L’esperienza shaker vive nella tensione di due poli opposti. Da un lato pretende di vivere già la restaurazione della vita edenica nella pienezza dei tempi; dall’altro, il mondo smentisce questa pretesa con le cose che presentano una tale consistenza e opacità, un tale residuo di colpa che solo la purezza della funzionalità redime scarnificando. Da una parte, la ragione è ridotta a mera applicazione della potenza espressa dalla pura funzionalità; dall’altra, recupera una modalità di approccio al mistero e alla conoscenza della verità che sono proprie della possessione. La razionalità calcolante si alterna con l’insondabile irrazionalità, avulse l’una con la’ltra senza possibilità di relazione.

La cultura di questa comunità è un laboratorio che ha anticipato quanto la modernità manifesterà lungo il ‘900. A questo proposito è salutare leggere quanto Ciro Lomonte ha scritto sui presupposti di molte avanguardie artistiche del secolo scorso (L’ornamento architettonico dopo il diluvio,1998): anche gli angoli retti, le superfici piane e i pilastri presuppongono una visione d’insieme, anzi una vera e propria teologia. Perché se gli Shakers scoprono di essere moderni, prima ancora, è la modernità ad essere shaker.

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13 pensieri su “Via pulchritudinis – 9

  1. Lungo ma bello, questo tuo post, caro Luigi. Più che la modernità, ad essere shaker mi sembra esser stato il cosiddetto movimento moderno, razionalista e funzionalista, che tuttavia ha accompagnato l’esplosione di irrazionalità e di bestialità del nazismo. Oggi il design e l’architettura esplorano campi in cui la forma predomina sulla funzione, o comunque l’asseconda. Oggi più che di bellezza parlerei di volontà di stupire con l’inusualità, con la volontà di offrire immagini che esaltino l’individualità. Mi sembra di sentire quel celebre verso del Marino che è la più centrata definizione del Barocco: “…è del poeta il fin la maraviglia…”. Così dell’architetto e dell’artista, come del poeta. Oggi siamo tornati ad un nuovo barocco, nel quale la foprma e l’immagine che colpisce sono determinanti. Perché la nostra società si fonda sulla pubblicità e anche le arti ne hanno assunto i metodi di lavoro.L’importante è vendere e vendersi: anche l’artista e l’architetto si vendono e per far questo devono eccitare l’immaginazione con le loro forme. Quanto dovremo aspettare per veder crollare questo castello di carte, questa società che, diventata virtuale, di virtù non ha più sentore? Le prime scosse sono sotto gli occhi di tutti…

  2. Sì, con modernità intenderei quanto parte esplicitamente con Cartesio (ma avvisaglie ce n’erano già prima) si afferma con la rivoluzione francese e si popolarizza in architettura e dintorni con il movimento moderno. Adesso siamo in tanti post e postpost-moderni, ma sono etichette: ne costituiscono la coda lunga, variazioni sugli stessi assiomi di fondo che continuano a permanere. Urge cambio di paradigma, ma non vorrei finire a fare il millenarista shakers!

  3. Davcero bello e, per me che non sapevo dell’esistenza degli Shakers, istruttivo.
    Dalle tue considerazioni sul significato della funzionalità, dell’immaterialità ma direi, meglio, del disprezzo della materia, si comprende ancora meglio che il Movimento Moderno, pur essendo certamente influenzato dallo sviluppo della medicina e dall’igiene pubblica iniziata già dall’800, ha al suo fondo una filosofia, ma forse una religione, sostanzialmente contro l’uomo. C’è infatti una grande differenza tra una scelta individuale di castità e chi teorizza addirittura il rifiuto della procreazione. Una scelta tetra e di morte.
    Quando Nikos Salìngaros, e prima di lui Tom Wolfe, parla di culto, di chiesa modernista esprime una verità profonda e non una esagerazione polemica per “aggredire” il modernismo.
    Su di noi che ormai siamo, purtroppo, assuefatti da decenni alla purezza e alla pulizia del moderno, quei mobili e quegli ambienti possono anche esercitare un certo fascino, ma immagino quale effetto avrà fatto sui contemporanei avvezzi a ben altra bellezza!
    Ne esce da questo post ancora più rafforzata la convinzione di essere debitori al cristianesimo non solo dei capolavori d’arte e di architettura, ma di una visione dell’universo che mette al centro la bellezza dell’uomo e della sua vita come espressione terrena della bellezza di Dio.
    Appena mi capiterà l’occasione farò un link a questo post, davvero illuminante come ha già scritto qualcuno prima.
    Pietro

  4. Grazie per questo bellissimo post!
    Interessante soprattutto come ricerca (riuscita) di un nocciolo teologico del funzionalismo contemporaneo. Leggendolo ho capito meglio i motivi per cui non amo i loro moderni discendenti/epigoni. Gli Skaters hanno avuto il merito di portare alle estreme conseguenze alcuni di quegli aspetti che in seguito si sarebbero rivelati vincenti nelle confessioni protestanti.
    In questo senso constato, una volta di più, l’esistenza di una distanza incolmabile tra la loro concezione del mondo e del divino e la mia.

  5. Trovo questo scritto esemplare per il metodo di analisi. Mi pare la cosa più approfondita che ho letto sul tema, in quanto indaga bene il nucleo teologico degli shakers (come dici, generalmente indicati tout court come precursori del funzionalismo con brevi note).
    Ricordo anche di aver letto alcune note sul tema del mobilio shaker di Ananda Coomaraswamy, in cui lui viceversa rimarcava la differenza qualitativa rispetto al funzionalismo moderno e la loro aderenza ad una estetica medioevale, anche collegabile a Tommaso d’Aquino (che pur dava per scontato che non conoscessero), forzando, come gli capitava spesso.
    E’ un nesso – quello con il funzionalismo moderno – effettivamente ambiguo nel caso degli Shakers. Tendenzialmente non andrebbe forzato, credo, e tu non lo fai, infatti.
    La mia impressione è che il caso degli Shakers è isolato, per molti aspetti un unicum fuori dalle principali correnti teo-ideologiche; anche se parallelo e collegato a correnti principali, meno “simpatiche”.

  6. Grazie per suggerimenti e analisi.

    Le correnti “moderni” pensano che la funzionalità riposi su se stessa. E ci riposerebbe così bene che addirittura coinciderebbe con il “fatto bene”. Invece shakers e pure i moderni presuppongono altro, rimandano all’antropologia, alla filosofia, alla teologia. E questa può rivelarsi tutt’altro che neutra e anche disumana.
    Molti poi di quelli che hanno denunciato la modernità schiacciata sulla funzionalità (volontà di potenza, ragione calcolante, cosalità della cosa) in realtà l’hanno riaffermata opponendo semplicemente metodi irrazionali di approccio alla realtà.

    Avevo letto il breve testo di Coomaraswamy, uno dei pochi in italiano su questo tema. Secondo me, assieme a considerazioni interessanti, instaura relazioni inesistenti con S.Tommaso. L’Aquinate infatti non mira a un processo di perfezione spiritualizzante ma al Verbo abbreviato e incarnato. E la differenza è grande. Ne esce un’altra bellezza. Un’altra umanità. Anch’io mi sono chiesto quale percezione un uomo di inizio ‘800 potesse avere del mobilio shaker…

  7. Doverosi complimenti ad un’analisi tanto lucida quanto stimolante. Una tra le tante suggestioni evocate è il rapporto tra funzione e spirito, o forse meglio non-materia.
    Da qualche tempo mi sto occupando di Cohen e certi aspetti del neokantismo, nello specifico della rilettura in chiave funzionale dei concetti di sostanza nelle analogie dell’esperienza kantiane. Ora, lungi dal voler istituire improbabili connessioni tra la teologia shaker e il filosofo di Königsberg, e tanto meno con i suoi epigoni, trovo però che il funzionalismo smaterializzato di questi “protestanti” ricalchi piuttosto fedelmente il formalismo, che fosse funzionale ce lo insegna Cohen appunto, di Kant. Non credo le due aree si conoscessero, direi piuttosto che lo Zeitgeist era comune, da una parte uno gnosticismo dualista in sede teologica, dall’altra un dualismo gnoseologico poi culminante nella dissoluzione della sostanza nella sua funzione (dall’inaccessibilità del noumenon alla sua riduzione al solo fenomenon).
    Insomma una parabola dalle diverse facce, ma con una coerenza intriseca, da un dualismo di massima iniziale si culmina poi sempre ad esaltare il polo “negativo” della relazione. Lo spirito e la funzione sono rispettivamente la negazione della materia e della sostanza, ovvero sono l’operazione umana per eccellenza, troppo umana appunto, al limite del diabolico (lo spirito che nega…).
    Un caro saluto e grazie per la condivisione di queste tue riflessioni.

  8. Grazie Giampaolo. In effetti Kant e la sua declinazione del sublime, senza riferimenti in qualche modo ravvisabili o “abbreviati” nella materia, ha portato a un’arte che stringi stringi è tutta emozione e autocompiacimento, con l’unico criterio della smisuratezza, ancorata solo retoricamente a un qualche assoluto, raggiunto per via negativa, attraverso le pratiche basse del brutto, dell’orrido, del sorprendente, delle cazzate, purché sorprendenti. La body art, ad esempio, vive ed è body solo perché smisura il body, ma poi non sa più che dire.

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