Via Pulchritudinis – 3

Del Beato Angelico il Vasari, nelle Vite, scrive: “Aveva costume non ritoccare né racconciare mai alcuna sua dipintura, ma lasciarla sempre in quel modo che erano venute per la prima volta, per credere (secondo ch’egli diceva) che così fosse la volontà di Dio”.

Una citazione per tornare, e forse approfondire, su quanto si diceva, ovvero: l’opera eccede l’intenzione dell’artista. Terminare è consegnare, sancire una cesura, consacrare. Che non è solo quel constatare che l’opera non appartiene più all’artista. Non è tanto ribadire un’ermeneutica continua, ma ricordare che l’artista crea partendo dal già creato, da una natura già inscritta.

Il pericolo non è che l’artista faccia male. O perlomeno è un pericolo minore. La materia più sfigurata mai cesserà di testimoniare un’eccedenza, di rivendicare una consacrazione. Il pericolo è che l’artista pretenda di creare, pensando che questo coincida con il delirio di rimanere sempre legato alla propria opera, di essere colui che presiede al senso dell’opera.

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6 pensieri su “Via Pulchritudinis – 3

  1. Importante la scansione: “testimoniare un’eccedenza / rivendicare una consacrazione”. Perchè le nostre teologie tanto enfatizzano l’eccedenza, da rendere inutile la esplicita dedicazione a Dio (come origiene e culmine del percorso); così facendo in breve, perdono quella stessa eccedenza…

  2. Credo proprio di sì. L’eccedenza reca un’impronta, il mistero ha una forma. Che poi è ancora mistero, ma non l’informe. Il che non è pretendere di esaurire tutto in un percorso unilaterale, dall’umano verso Dio. Ma è riconoscere in quell’impronta il primato di Dio, è sempre lui che si dà per primo.

  3. Forzando un po’ si potrebbe dire che il pericolo è l’arte contemporanea! Soprattutto nelle sue tendenze “concettuali”, che tendono a considerare l’opera d’arte un’oggettualizzazione/oggettivizzazione autoreferenziale dell’«idea dell’artista».

  4. sì, nella pretesa di far coincodere il cosmo con l’artista.
    A proposito di arte contemporanea, sto riflettendo se sia lecito recuperare l’attenzione che questa pone al gesto. Il gesto, nella pennellata di colore più o meno violenta e specie nelle performance, porta con sé tutta una carica di singolarità equivoca. Eppure questo non lo possiamo abbandonare, ma va recuperato. Ma come?

  5. C’è una commedia del 1994 (“Arte”, di Yasmina Reza) che si legge tutta d’un fiato. Descrive il legame verosimile fra tre amici, che rischia di rompersi a causa della spesa folle affrontata da uno dei tre per un quadro “decostruttivista”, assolutamente bianco.
    La vicenda provoca un sorriso bonario sulle pazzie della cultura contemporanea.
    L’umorismo è liberatorio. Di queste follie davvero si può ridere, non le si può elogiare. Conviene riscrivere oggi “Encomium moriae”? Non sarebbe meglio “Encomium Mori”?

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