Via pulchritudinis- 2

Il serpente dunque non crea. Pensiamo a quanto è descritto nella Genesi. Il serpente si inserisce nella creazione stravolgendone il senso. In modo parassitario instilla il sospetto verso l’Origine della creazione: nel dono insinua il possesso; nel mistero consegnato ai giorni della vita fa balenare un sapere sottratto. Quanto si mostra infinito nella confidenza di un passeggiare nel giardino il serpente lo copre con la maschera di un’ermeneutica illimitata.

Il brano della Genesi ricapitola i rischi a cui è esposta la relazione con l’Origine, con l’Oltre, con Dio.

Il primo rischio è quello di rapportarsi con l’Origine come se fosse una potenza che schiaccia il cielo sull’uomo.  L’Oltre è alterità antagonista, il tremendum che annienta. E’, per farla breve, quanto annuncia il serpente di libri della casa editrice Adelphi.

Il secondo rischio è quello di esorcizzare il tremendum dell’Oltre con il niente del proprio oltre. E qui abbiamo tutte le velleità tecno-esistenzialistiche  profuse in modo particolare con l’età moderna. Ovvio notare che questa seconda modalità non è che un sussulto mal riposto, una variazione temporanea della prima: i mostri si svegliano di notte.

Se la prima opzione trova immagine nell’informe, la seconda si diletta dell’iperrealismo, fotografico o concettuale.

Ecco allora arte e religione accomunate da un rapportarsi al sacro, detto genericamente anche l’oltre, l’altro, il separato. Il sacro può affacciarsi come arbitrio, come mondo oppiaceo e orgiastico, come distruzione, come violenza, come negazione dell’umano.  Oppure, religione e arte possono  restituire al sacro l’evidenza sensibile di un’Origine che si rapporta all’umano attraverso la consegna di una alleanza. Un’Origine che non divora la storia ma le dà tempo, un tempo di redenzione dove gli uomini possono portare a compimento la propria esistenza.

Nell’annuncio cristiano tale compimento prende una forma precisa e unica e avviene nella conformazione dell’uomo alla forma cristologica.

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5 pensieri su “Via pulchritudinis- 2

  1. Ottime segnalazioni, Lycopodium!
    Io, credo, che la modalità è stata già ricordata in questi giorni. C’è un post recente di Fides et Forma, c’è il pezzo di De Marco, c’è risalendo negli anni l’incipit (sempre tu, una volta, me lo segnalasti) di Sequeri, c’è l’articolo di Ratzinger…
    Insomma, risalendo a monte non possiamo che stare ancora una volta con Agostino: Commento alla Lettera di Giovanni 9,9.

    http://www.augustinus.it/italiano/commento_lsg/index2.htm

    E’ un pezzo questo obbligatorio, inoltre vedendo queste pagine ho capito il perché di alcune iconografie tradizionali sulle quali mi arrovellavo: ci passeremo, grazie…

  2. Grazie a Lycopodium per la segnalazione del bell’articolo di M. Zorzi.
    L’unico neo di quel saggio è che si respira – se ho letto bene – una certa qual disperazione. Le analisi sociologiche hanno questo difetto, di registrare i fenomeni quasi fossero ineluttabili. E lì, anche se si parla di “teologia” della body art, si dà l’impressione che l’arte approdi a certi lidi perché è naturale che proceda inesorabilmente in quelle direzioni.
    Ma è davvero così? Non ci sono altri artisti ed altre ricerche più coerenti con il messaggio della Rivelazione? Si guardi all’esperienza in corso nella Cattedrale di Noto, per esempio.
    Il progresso dell’arte sacra comporta l’uso di riferimenti comprensibili all’uomo contemporaneo. Ma questo è un bene. In fondo, liberarsi della Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (indispensabile per capire l’arte cristiana del passato) significa utilizzare l’immenso patrimonio di riflessione sulla storia della salvezza elaborato dal Magistero, scoperto dai santi, nella nostra epoca.

  3. Devo leggerlo con più calma, ma la lettura, ad esempio della body art, in termini psicanalitici e di risposte a bisogni profondi , in genere, non mi convince. Anche perché a questa si aggiunge facilmente quella retorica dell’inesorabilità che anch’io non vedo essere adeguatamente giustificata: l’uomo moderno non potrebbe non approdare a certi esiti, quasi l’esito fosse necessario.

    Probabilmente non è tanto una necessità dialettica, hegeliana, la matrice di tali pratiche artistiche. Se c’è una paternità credo sia molto kantiana. Con lui linguaggio e realtà diventano estranei. La nozione di sublime ne è il risultato. L’al di là dell’essere ricompare. Anzi irrompe e perturba perché non solo al di là di ogni schematica e frigida razionalità kantiana, ma della parola stessa. L’orrido, il non sense, l’innaturale, tra cui la body art, diventerebbero attestati di garanzia dell’illimitato, dell’oltre, del sublime. Nuovi misticismi, ovvero, le solite vecchie gnosi. Da Kant si arriva infatti direttamente a Heidegger, e dietro a questo ci va anche una certa teologia, specie di influenza protestante (sarebbe da farci un post).

    Ovvio che il Cristianesimo temi particolarmnete il kantsimo, in quanto è intriso di linguaggio. E questo vive di un equilibrio delicatissimo, in particolare presuppone una ben determinata gnoseologia. Come garantire questo linguaggio comune che il cristianesimo presuppone? Eccone (tratta dal commento di hakim) la sintesi e la sfida:
    “In fondo, liberarsi della Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (indispensabile per capire l’arte cristiana del passato) significa utilizzare l’immenso patrimonio di riflessione sulla storia della salvezza elaborato dal Magistero, scoperto dai santi, nella nostra epoca”.
    La gnoseologia, possiamo dire lo statuto epistemologico dei santi, è una via da percorrere per far vivere quel linguaggio comune di cui il cristianesimo è intriso, per tracciare una via pulchritudinis.

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