Pietra che vive (15 architetti nel 1968) – fine

1. Ritiene che le indicazioni conciliari siano sufficienti per la progettazione di luoghi di culto per l’assemblea?
2. Che cosa dicono di nuovo le indicazioni conciliari rispetto al passato? Quali problemi risolvono e quali lasciano insoluti?
3. Lei vorrebbe progettare e costruire una chiesa? e perché?
4. Disponendosi oggi alla progettazione di un luogo di culto, da quali istanze partirebbe per la progettazione?
5. L’uso del marmo può essere ancora valido per la costruzione, in particolare, di un luogo di culto?
6. Se sì, per quali elementi costruttivi o di arredo liturgico? Con quale tipo particolare di lavorazione?

Le sottolineature sono mie.

Arch. Mario Roggero – Torino

1 – Le indicazioni conciliari, che finalmente permettono di uscire da formulazioni rubricistiche, sono sufficienti, a mio avviso, alla progettazione dei luoghi di culto: infatti consentono ad un approfondito esame, che è sempre necessario per un progettista cosciente, indicazioni di indirizzi e non prescrizioni normative che si trasformerebbero fatalmente in formule e schemi rigidi.

2 – Le indicazioni conciliari, come sopra accennato, risolvono o meglio suggeriscono la via per soluzioni a problemi di impostazione generale. Il dettaglio viene lasciato logicamente alla competenza, alla esperienza e alla meditazione del progettista. Questi finalmente esce di minorità nei confronti delle necessità cultuali e viene reso responsabile di una personale aderenza alla liturgia.

3 – Progettare e costruire una chiesa, le rare volte che mi è stato possibile, ha sempre rappresentato una esperienza rinnovatrice nell’azione progettuale e professionale; perciò non posso che augurarmi frequenti incontri con tale tema.

4 – A questa domanda è estremamente difficile rispondere preliminarmente poiché si tratta di tener conto dell’ambiente ecologico, naturale, sociologico e religioso in cui deve sorgere la chiesa. Credo tuttavia che si possa affermare la validità del principio che deve innescare l’operazione di progettazione. Tale principio è rappresentato dalla necessità di costruire una casa per il popolo di Dio, definendo anzitutto i caratteri specifici di tale comunità e poi le sue necessità in ordine al fatto edilizio.

5 – L’uso del marmo è perfettamente legittimo e valido per la costruzione di un luogo di culto purché sia inteso tecnologicamente e decorativamente come un ingrediente del complesso e non il fondamentale fattore da esibire e da ostentare come simbolo di una ricchezza e di un lusso che nella Chiesa come in molti altri edifici del mondo moderno, non sono più legittimati da nulla. Non ci sono particolari indicazioni per elementi costruttivi o arredi liturgici specifici come non ci sono tipi particolari di lavorazione; occorre soltanto evitare ogni forma di mistificazione e di esibizionismo.
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Arch. Raffaele Selleri – Milano

1 – Le dichiarazioni Conciliari sulla Liturgia e l’arte Sacra non pretendono dare soluzione ai problemi loro connessi. Esse indicano semplicemente la strada del rinnovamento.
Certo la ricerca viene stimolata verso precise direzioni; ma è compito della Chiesa post-conciliare risolvere i problemi aperti. Ritengo che questi non troveranno soluzioni univoche; esse dovranno bensì adattarsi alle varie e quanto mai mutevoli situazioni spazio-temporali. Sarebbe errato credere che la riforma liturgica possa essersi esaurita con la semplice traduzione dei testi nelle lingue volgari. Le recenti esperienze, invece, stanno a dimostrare un’ampia esigenza di rinnovamento nelle basi cattoliche più sensibili.
Per concludere, ritengo che il discorso sia solo aperto, quindi appena agli inizi, e che, seppur confusamente, si stiano formando veramente i presupposti di un nuovo linguaggio che possa farci parlare a Dio in modo chiaro (oggi solo pochi fortunati e gli iniziati riescono ancora ad esprimersi col vecchio gergo). Ovviamente le indicazioni per la progettazione dei luoghi di culto seguiranno alle conclusioni (se di conclusioni si potrà parlare) di questo necessario rinnovamento liturgico.

2 – La riscoperta più bella della realtà cristiana, che ritengo espressa nei testi conciliari e che indirettamente dovrà determinare i futuri spazi per il culto è racchiusa, secondo me, nel paragrafo 48 della Costituzione sulla Sacra Liturgia. Esso dice: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede (Mistero Eucaristico) ma che, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione Sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano istruiti nella parola di Dio; si nutrano alla mensa del Corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo l’Ostia immacolata, non soltanto per le mani del Sacerdote, ma insieme con lui imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per mezzo di Cristo Mediatore, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti ».
In questo paragrafo leggo la necessità della dimensione comunitaria della Chiesa. Dimensione che dovrà esprimersi anche e soprattutto nella partecipazione corale alla Messa. Non più il solo Sacerdote Celebrante, ma la Chiesa tutta con lui. Fino a ieri nelle Chiese il Sacerdote e l’altare erano come su di una scena, lontani dai fedeli.
Oggi l’altare deve tornare ad essere la mensa di tutta la comunità Cristiana con la quale il Sacerdote deve celebrare.
Da questa rivalutata realtà discendono per i luoghi di culto nuove esigenze distributive e soprattutto spaziali. Ad esempio, gli altari secondari saranno elementi di disturbo e di confusione nelle nuove Chiese. Ancora, la conservazione dell’Eucarestia sarà incomprensibile sull’Altare. Le Chiese molto lunghe, o peggio ancora a navata, divideranno i fedeli anziché aiutare la loro comunione; cosi le Chiese molto grandi (eccettuate le Cattedrali) potranno distrarre, con componenti trionfaliste, dall’essenza Comunitaria.

3 – Certamente vorrei poter riavere l’opportunità di progettare una Chiesa; anche se, per quanto detto rispondendo alle domande precedenti e senza voler mitizzare oltre misura il tema, non credo che il problema sia chiarito o possa essere assegnato con chiarezza. L’architetto oggi, come d’altronde ieri, è chiamato, costruendo Chiese, ad interpretare con la sua sensibilità le nuove esigenze della Comunità. La riuscita dell’opera dipenderà soprattutto dalla verità di questa interpretazione.

5 e 6 – Tutti i materiali costruttivi, marmo compreso, possono di volta in volta essere considerati opportuni per la costruzione).e di Chiese. Certo il marmo in particolare, non potrà più avere le peculiari funzioni ad esso attribuite in alcune epoche del passato. Difficilmente quindi potrà essere chiamato ad impreziosire i luoghi di culto poiché oggi non si sente questa necessità. Non dovrà suggerire potenza temporalista e trionfalista e neppure ricercatezza o sofisticazione.
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Arch. Alfonso Stocchetti – Firenze

1 – Condizione indispensabile per la progettazione dei luoghi di culto è, a mio parere, la profonda coscienza e serietà del progettista, nell’affrontare il tema. Coscienza di voler seriamente dedicarsi alll’argomento approfondendone, con la collaborazione di specialisti, i valori e le esigenze liturgiche dettate dalle nuove indicazioni conciliari e rinunciando alle tentazioni di personalismi scenografici e monumentali ai quali facilmente si è portati dal tema in oggetto.
Soltanto a queste condizioni le recenti indicazioni conciliari sono sufficienti per la progettazione dei luoghi di culto per l’assemblea.

2 – Sostanzialmente non credo che ci siano novità nelle indicazioni conciliari dal punto di vista liturgico poiché la liturgia è rimasta come prima. Tuttavia esse chiariscono e rendono più dinamica la funzionalità della liturgia stessa adeguandola alla psicologia della Società attuale rendendola quindi più adeguata ai nostri tempi.

3 – Mi sono dedicato continuamente al problema degli edifici per il culto, sia nell’insegnamento universitario, sia negli studi (mediante pubblicazioni) e sia professionalmente dove ho progettato e realizzato Chiese e complessi parrocchiali.

4 – Senz’altro dallo studio approfondito delle istanze liturgiche funzionali e sociali.

5 – L’uso del marmo è sempre valido come del resto di tutti gli altri materiali da costruzione a patto che sia adoperato, e quindi valorizzato, nella sua vera espressione tecnologica per costruire o arredare.

6 – Non ritengo possano esserci risposte a questa domanda. I materiali da costruzione assumono valore funzionale, estetico, strutturale solo se saputi adoperare con estrema sensibilità dall’artista. Pertanto anche il marmo può essere usato come elemento costruttivo o arredo e con qualsiasi tipo di lavorazione secondo l’estro e la sensibilità del progettista.
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Arch. Giuseppe Varaldo – Torino

1 – Non ritengo le indicazioni conciliari sufficienti a risolvere pienamente i problemi della progettazione dei luoghi di culto per le comunità cattoliche; non ritenevo e non ritengo peraltro che questo fosse il compito di tali indicazioni.
Mi sembra che il loro compito, in tal materia, sia soltanto quello di delineare uno spirito, un atteggiamento di pensiero di giudizio e di azione e credo che lo stesso intendimento dei padri conciliari fosse precisamente questo nel formularle.

2 – Proprio in questo limitarsi esse testimoniano d’altra parte un deciso progresso rispetto ad atteggiamenti che avevano ispirato posizioni ufficiali della Chiesa in un passato non molto lontano.
Se si può dire, e lo si deve, che lo spirito dei documenti risulta senz’altro indispensabile per garantire taluni requisiti irrinunciabili di uno spazio moderno per la chiesa (attitudine alla partecipazione comunitaria, pertinenza semiologica, ecc.) mi pare non si possa negare che l’attivismo responsabile dell’architetto, nell’interpretare il tema e nel caratterizzare lo spazio, risulta tuttora primariamente necessario, anche dal contesto dei documenti del Concilio.
Lungi dall’aver voluto fornire norme precise o metodi esaustivi, sia pure aggiornati, di progettazione, il Concilio ha voluto anzi costituire proprio l’occasione per avviare nuove sperimentazioni in uno spirito di maggiore indipendenza dalle convenzioni e di maggiore adattamento alla varietà delle culture; al di là della rimeditazione di temi già consueti gli architetti vengono così chiamati ad avventure veramente nuove su percorsi del tutto inesplorati con maggior rispetto della loro libertà espressiva e della stessa logica interna delle operazioni progettuali, ricche di implicazioni scientifiche, tecnologiche ed estetiche.
Risulta allora legittima una certa perplessità nei confronti di taluni atteggiamenti, non solo sporadici, della letteratura specialistica postconciliare di fronte ai quali si ha spesso l’impressione che molti credano di poter dedurre quasi univocamente da una esegesi dei testi condotta sistematicamente una specie di nuova tipologia ottimale degli edifici di culto, capace in qualche modo di garantire di per sé al tempo stesso funzionalità liturgica e valore architettonico.

3 – Non sarei un architetto se non desiderassi di progettare una chiesa.
Non sono nuovo d’altra parte a questo tipo di esperienza ed il mio primo esperimento del genere mi ha visto un po’ all’avanguardia, in collaborazione con colleghi valenti, nel ricercare non senza fatica configurazioni spaziali congruenti ante litteram con lo spirito che sarebbe stato del Concilio, in anni in cui tale spirito certamente già cercava la sua espressione in sedi ben più autorevoli della nostra, ma certo non era giunto ancora in luce nelle norme vigenti e negli atteggiamenti della burocrazia competente.
Un nuovo esperimento mi consentirebbe ora di trovare rimossi molti ostacoli e di affrontare le meditazioni di allora partendo da premesse definitivamente acquisite.
Al di là della rimeditazione di quei temi rimasti attuali, mi interesserebbe tuttavia tentare piuttosto la verifica delle ipotesi avanzate dalla cultura più recente sui rapporti tra la chiesa e la città, tra le funzioni tipicamente cultuali e quelle genericamente spirituali, tra le esigenze del momento presente e quelle, incognite in gran parte, che il futuro ci presenterà ben presto nella nostra situazione caratteristica di accentuata mobilità generale.

4 – È tuttavia molto difficile dire esattamente da quali istanze partirei oggi perché si tratta di un problema complesso di congruenza tra indicazioni della cultura architettonica e indicazioni della cultura religiosa.
Ho tentato in altra sede di precisare natura e limiti della relazione tra queste due culture ed ho sottolineato, com’è peraltro diventato di moda, il momento della interdisciplinarità come momento indispensabile per superare vicoli ciechi del costume operativo del passato.
In questa sede vorrei solo riaffermare la esigenza di riflessioni sufficientemente prolungate per ovviare agli inconvenienti di troppe improvvisazioni, quella di introdurre metodi di partecipazione più estesa, da parte della stessa comunità dei credenti, ai momenti della programmazione e della verifica per ovviare agli inconvenienti di troppe superficialità ed arbitrarietà, quella della acquisizione di una maggiore cultura generale e specifica da parte degli architetti e dei committenti, quella infine di non esaurire l’integrazione disciplinare nella integrazione tra architetti e liturgisti.

5 – Alla domanda se l’uso del marmo possa essere ancora valido per la costruzione di un luogo di culto debbo rispondere ovviamente di sì, purché nel modo giusto per risolvere un giusto problema il marmo può essere usato come ogni materiale naturale e artificiale.

6 – Sarebbe tuttavia inutile pretendere di elencare minuziosamente elementi costruttivi, o arredi, o tipi di lavorazione particolarmente interessati dall’architettura per il culto. Ogni materiale è soprattutto portatore di una particolare vocazione, che tocca all’architetto scoprire e valorizzare di volta in volta. La storia dell’architettura ne ha gia evidenziato molti aspetti e tra essi qualcuno risulta certamente ancora molto attuale.
Altri e forse molti potranno tuttavia venire evidenziati nel futuro; si tratta comunque di attendere i frutti di un necessario apporto più sistematico di collaborazione tra architetti e operatori del settore del marmo: tra le diverse direzioni nelle quali tale apporto, secondo me, ha da essere avviato, non mi sembra ultima quella della ricerca di una maggiore congruenza tra le espressioni architettoniche e le tecnologie specifiche più attuali.

(fine)

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