ars naturaliter christiana – 1

Oakland Christ the light

oakland cathedral interior


oakland cathedral

oakland altare

oakland cathedral

La cattedrale di Oakland, Christ the light. Ha una forma riconoscibile, da lontano richiama la tenda (non quella di abramo, non quella del deserto, ma quella degli indiani d’America). Più da vicino emerge la continua intersezione di cerchi, ovvero la forma base del pesce, simbolo antico, ixthus, (l’acronimo che in greco ricorda Iesus Kristos Theou Uios Soter – Gesù Cristo salvatore figlio di Dio). Archi e vetro si alzano a sesto acuto richiamando modelli gotici (e la mitria vescovile); di stile gotico è anche il grande Cristo raffigurato nella parte absidale e reso possibile dalla luce che attraversa innumerevoli fori realizzati nell’alluminio: Christ the light, appunto. L’altare è un altare sobrio e solenne, l’ambone posto sul lato sinistro con un grande crocifisso, la cattedra del Vescovo è laterale in posizione chiastica con l’ambone. Un grande fonte battesimale è posto centralmente in fondo alla chiesa, fuori dall’aula, in una posizione un po’ troppo esposta al passaggio, ma emana una forza che supplisce bene.

Legno, vetro, cemento. Siamo abituati a vedere questi materiali combinati in soluzioni aniconiche. Qui la grande immagine di Cristo smentisce quella pretesa “purista”. Certo, l’immagine qui risulta accostata e non integrata, ma perlomeno il problema, se non pienamente risolto, almeno è stato posto.

L’aspetto che mi lascia un po’ perplesso è la forma che racchiude la cattedrale e che esternamente appare tronca: ricorda la torre di Babele o le piramidi con tutto il cascame di simbologia poco ortodosso che si è riversato su queste forme. In ogni caso, mi pare che le ambiguità qui riescano comunque a dissolversi.

Insomma, possiamo considerare quest’opera una chiesa fatta bene? Possiamo metterla tra quelle che perlomeno iniziano a mediare, magari un po’ ingenuamente, la tradizione con il nuovo?

Meglio poi ricordare che la forma del pesce ha vinto contro l’occhio-conchiglia, che era il progetto concorrente (preferito in un primo tempo, ma poi scartato) di Santiago Calatrava. Ecco alcune immagini del suo progetto:

calatrava 1 crist the light

calatrava 2 - oakland

calatrava 3 oakland christ the light

Mi pare che a Oakland sia andata bene.

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13 pensieri su “ars naturaliter christiana – 1

  1. Splendida recensione. Complimenti!
    Un’osservazione su “legno, vetro, cemento: siamo abituati a vedere questi materiali combinati in soluzioni aniconiche”. La questione è radicale. Il Movimento Moderno ha scelto ideologicamente l’iconoclastia e l’abbandono del decoro. Per questa ragione è difficile (se non impossibile) impiegare i linguaggi contemporanei per articolare significativamente lo spazio di una chiesa.
    Bisogna pure fare acrobazie per dialogare con pittura, scultura, ecc. L’architettura contemporanea coerente è spoglia.

  2. L’architettura spoglia é uno dei dogmi del movimento moderno già teorizzato nel 700 da Ledoux. Vedi:
    http://lacapannainparadiso.blogspot.com/2009/04/larchitettura-della-rivoluzione.html
    E’ quello di un’architettura pura e quindi astratta, e di conseguenza anticristiana, dove è chiaramente impossibile inserire qualunque manufatto pittorico o scultoreo. Comunque Calatrava sarebbe stato peggio.
    Chissà se è in atto un’inversione di tendenza?
    Enrico Bardellini

  3. Cosa manca a questa architettura?
    Paradossalmente proprio il “non architettonico”.
    Se ci fermiamo al “guscio”, si apprezza la florida inventiva; se si guarda l’interno, vi è la riproposizione un po’ banale della tipica (e stucchevole) aula post-conciliare.
    La gerarchia dei poli celebrativi non mi sembra sufficientemente valorizzata così come, di conseguenza, il dialogo e/o il contrappunto tra questi poli e l’insieme dell’edificio.
    L’altare ha certo tutte le doti che Luigi gli attribuisce ma, nel suo carattere spoglio, mi ricorda troppo la nuova linea-piave del minimalismo progressista (peraltro molto massimalista).
    Secondo questa vulgata, il segno deve essere solo conviviale, la valenza sacrificale dell’altare va lasciata alla teologia o alla catechesi. Quindi nessuna iconizzazione connotativa, aniconismo puro, o anche iconoclastia; e pure falsa coscienza, perchè l’attacco (a tenaglia!) a tale valenza sacrificale è fortissimo, proprio a livello di teologia e di catechesi …
    E qui immagino che Hakim e Bardellini andrebbero a nozze!
    Se poi aggiungiamo che è l’ambone ad essere connotato dal crocifisso, la svalutazione della primazia dell’altare è compiuta.
    E a poco serve la timida consapevolezza che la cattedra episcopale non DEVE stare in asse con l’altare.
    E’ troppo sperare in qualcosa di più?

  4. Condivido la critica di Lycopdium alla scelta fatta ad Oakland di porre la Croce in rapporto con l’Ambone e non con l’Altare.
    Anche se il legame Croce-Parola è teologicamente pregnante: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il vangelo, non con sapienza di parole, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La Parola della Croce infatti…” (1Cor 1,17-18), non è liturgicamente pregnante. Infatti, dal punto di vista liturgico, l’ambone è in rapporto precipuo con l’annuncio della Resurrezione: accanto ad esso va collocato il Cero Pasquale (= Christ the Light), da esso va proclamato l’Exultet e l’annuncio della data di Pasqua, e l’ambone dovrebbe essere addobbato con molti fiori e piante come il giardino in cui il Crocifisso è Risorto dai morti.
    Inoltre proprio la Parola della Croce è annuncio del sacrificio definitivo compiuto dall’unico sommo sacerdote cristiano, Gesù Cristo, perciò proprio la Parola rimanda all’Altare in quanto luogo del sacrificio eucaristico.

    Faccio un’altra osservazione critica. La cattedrale di Oakland intitolata a “Christ the Light” è orientata a nord e non ad est. Una scelta forse dovuta all’esigenza di integrazione con il tessuto urbano circostante, che però ha fatto perdere l’integrazione simbolica con il tessuto cosmico, confermando il disorientamento simbolico del tessuto urbano.
    Cristo Luce del mondo è invocato dalla quinta antifona al Magnificat della novena del Natale come: “ORIENS, splendor lucis aeternae et sol iustitiae: veni et illumina sedentem in tenebris et umbra mortis”.

  5. Questo post vorrebbe essere il primo di un elenco di chiese contemporanee non schiacciate dall’ideologia purista ( ma neanche da quella reiterante), da quella idoelogia che Hakim e Bardellini hanno ben richiamato qui sopra.

    Che si possa sperare di più di questa chiesa non credo sia troppo! L’ho proposta qui, e come prima, perché mi pare che ci sia una buona volontà, un porsi il problema del rapporto con l’immagine e la tradizione che altrove viene saccentemente ignorato. Che il problema sia stato qui risolto non mi pare. A Oakland le soluzioni sono state accostate, non fuse. Ecco perché mi pare sia interessante soffermarsi su questa cattedrale.

    Per quanto riguarda i poli celebrativi non sarei così severo come lycopodium.
    L’aula non si chiude nel cerchio autorefenziale (come invece proponeva Calatrava, con altare e ambone posti come due fuochi equivalenti), ma rimane direzionata, in cammino verso il grande Cristo dell’abside.
    L’altare (di marmo di carrara) non porta segni eucaristici ma da quanto ho capito ha un vetro che mostra le sottostanti reliquie di Santi. E poi la forma cubica dell’altare è uno dei pochi casi in qui il minimalismo evidenzia il valore sacrificale. Cubico è l’archetipo dell’altare sacrificale, mediato poi dalla tovaglia nel suo valore di mensa.
    Non solo, ma è sottolineato dai gradini attraverso i quali si ascende. Un Golgota così è raro vederlo ultimamente; secondo me molto meglio delle balaustre.
    Il crocifisso sopra o comunque in rapporto diretto all’altare non c’è. Però aggiungo una riflessione sulla sua vicinanza all’ambone. Non mi pare un minus, anzi. Oggi dove il rischio è di invocare la parola, la parola, la parola fino a disperderla in un mare di chiacchiere, segna(la)re che il verbo è incarnato, è dono della sua persona sulla croce non mi pare poco.

    Poi, sono sempre d’accordo con te. Dobbiamo sperare in qualcosa di più.

  6. Su questa cattedrale, nell’ultimo numero di Chiesa Oggi, è intervenuto Nikos Salìngaros. Lui la rapporta a quella di Houston (che qui la si richiamava all’attenzione qualche post più indietro) e fa delle osservazioni molto interessanti, ribaltando il punto di vista.

    Chiederò di poter postare quanto prima il suo intervento.

  7. Paolo ed io abbiamo scritto il commento nello stesso tempo. Lo leggo ora e lo trovo ineccepibile: avvalora ancora di più quanto richiamato da lycopodium.
    Rimane la mia chiosa che cerca di vedere anche quello che ci può essere di positivo.

  8. Piccole aggiunte.
    1) Tu dici: “la cattedra del Vescovo è laterale in posizione chiastica con l’ambone”: ottime cose, la lateralità e il chiasma, ma che non dovrebbero presupporre una “pedana plenaria” (altare, ambone, sede o cattedra, fonte, tabernacolo, seggi per concelebranti, ministranti e lettori etc.), rappresentando invece una pertinenza dell’aula e NON del santuario/bema/presbiterio; l’edificio dovrebbe essere in grado di evidenziare, scandire questa differenza.
    2) Eccellente il riferimento all’ambone da parte di Paolo Gobbini; debbo però confessare una piccola perplessità. Si può legittimamente parlare dell’ambone come “icona spaziale della risurrezione”, in analogia con l’altare che è “icona spaziale del sacrificio della Croce”? Io direi di no, non almeno allo stesso titolo e rango. La liturgia stessa parla di Cristo-altare, ma non di Cristo-ambone. Preferirei che si dicesse: “icona spaziale dell’ANNUNCIO della risurrezione”, differenziando l’Evento (il mistero pasquale riassunto nell’altare) dalla sua comunicazione.

    Inutile dire della gratitutine che provo per l’esistenza di questa oasi …

  9. Concordo con la puntualizzazione di Lycopodium e per la gratitudine di quest’oasi.
    Ma dopo aver DISTINTO tra “l’evento della Pasqua riassunto nell’Altare” e “la sua comunicazione riassunta nell’Ambone” si rende necessario sottolineare l’UNITA’ del mistero pasquale e delle sue diverse e complementari “icone spaziali”: l’Ambone è in relazione intrinseca con l’Altare e questo con la Croce ed essa con il Battistero e questi quattro con l’insieme dell’edificio chiesa e questo con l’insieme della Chiesa di Dio, la parte pellegrinante, la parte purgante e la parte gaudente.
    Cosicchè la Parola annunciata dall’Ambone non rimane suono orale, nè segno scritto, ma diventa Carne vivente in eterno grazie a Colui che è morto, è disceso agli inferi ed è risorto, e ora alla destra del Padre intercede per noi. Essendo diventata Carne di Dio, la Parola non è solo annunciata e ascoltata, spiegata e creduta, ma è anche offerta e sacrificata per essere mangiata.

    La categoria teologica fondamentale è quella di “MISTERO”, la quale significa non solo l’ineffabilità, quanto l’irriducibilità, la sovrabbondanza di sensi e dimensioni che non porta alla babela relativista, ma introduce alla Vita divina secondo la taxis, ovvero l’ordine delle processioni trinitarie che plasmano la preghiera cristiana: adoriamo il Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo.

    La liturgia parla di Cristo-Altare perché questo è l’unico centro della chiesa, generata dalla celebrazione del mistero pasquale. Ma l’altare è sacro per la Vittima che vi è offerta, e non viceversa.
    Ciò implica che continuare a contrapporre le due dimensioni della messa, quella sacrificale e quella conviviale, sia un non senso, dato che la prima, il sacrificio della croce è funzionale alla seconda, la comunione eucaristica. Certo con ordine, la fractio panis infatti è possibile solo grazie al sacrificio redentore e non viceversa. Ciò implica che il culto cattolico sia “et-et”

  10. Il sacrificio della croce è certo “funzionale” alla comunione eucaristica, ma è anche “strutturale” ad essa; ma forse si potrebbe far valere anche il reciproco. Le due dimensioni, l’Evento e il Rito, sono così intrecciate da rendere impossibile separarle. Quello che mi lascia perplesso in molte teorie odierne, per altri versi di valore, è l’estremizzazione del Rito in senso esclusivisticamente conviviale, mentre la valenza sacrificale dell’Evento sembra confinata nell’irrappresentabile. Eppure, anche Guardini (Il Testamento di Gesù), alla dimensione dell’altare “come mensa”, accompagnava quella dell’altare “come soglia”. Nelle chiese post-conciliari, questa lezione sembra assolutamente inascoltata, quando si ripropone un presbiterio come spazio in cui si sta d’emblée, invece che un luogo in cui l’accesso è guadagnabile solo per via mistagogica.

  11. Id quo maius cogitari nequit

    Sant’Anselmo così definiva Dio, con una definizione insieme catafatica ed apofatica che introduce al superamento del pensiero nell’unione mistica, la cui cifra espressiva è dafinita dall’yper.
    Un percorso che solo apparentemente è simile all’hegeliana “tesi-antitesi-sintesi”, perché il moto del filosofo è tautologico e rimane dentro al mondo finito, come il viaggio di Ulisse, mentre il cammino dell’uomo che incrocia il cammino di Dio verso di lui, subisce una trasfigurazione provocata dalla divina Rivelazione, come il viaggio di Abramo.

    Il Mistero della fede è talmente più grande di qualsiasi cosa l’uomo possa pensare, dire e fare al riguardo, che possiamo solo toglierci i sandali quando Dio ci sorprende e ci porta oltre ogni aspettativa umana per introdurci nella stessa Vita trinitaria.

    Bellisssima l’immagine dell’altare come soglia, ben descritta, mi pare, dagli innumerevoli altari edificati dai patriarchi a segnalare la porta del cielo “Bet-El”; opere così universali e primitive, secondo Mircea Eliade nel Trattato di Storia delle Religioni, da definire una categoria molto diffusa di opere sacre: le pietre betili, come i menhir.

    L’Altare come soglia esprime il Mistero di Cristo, Colui che alla destra del Padre intercede per noi ed è anche presente tra i suoi riuniti nel suo Nome, irriducibile quindi a qualunque categoria o rappresentazione, essendo il Risorto, il cuore del mondo.

    Il limite di tante opere contemporanee è nel rifiuto del Mistero, è nella superba volontà di sottomettere il Mistero di Dio alle proprie idee, preferenze, opinioni, gusti… perdendo il Dio vivo e trattenendo tanti inutili idoli.
    Penso che a questo errore di fondo, non si debba rispondere con la nostalgia del ritorno al passato, ma con l’umile speranza che s’apre al mistero di Dio.

  12. Un grazie sentito all’estensore dell’articolo e a tutti i commentatori nei quali ritrovo il mio stesso ‘sensus Fidei (et Ecclesiae)”

    Mi ha colpito l’accenno alla tovaglia d’altare che riconduce al ‘convito’ e mi sovviene quanto invece non rappresenti – come il corporale – la ‘Sindone’ che richiama il Sacrificio, dal quale poi il convito trae la sua ragion d’essere

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