Lo scenario, e oltre

A una prima ricognizione, il panorama generale delle chiese costruite dopo il Concilio vaticano II è sconsolante: da un lato, abbiamo opere che reiterano stancamente antichi e nobili modelli e, dall’altro, opere solitamente avvitate attorno alla soggettività dell’architetto che declina per l’occasione la sua personalissima idea di “sacro”.

Ma fermarsi a questo scenario non basta.

Io sono stufo di inseguire, lamentandomi, o tempora o mores!, le chiese brutte. Allo stesso modo, non mi esalta vedere rispolverare idee recuperate in sacrestia. Inutile ripetere quello che fa Langone e accoliti. Il fatto è che quando le posizioni si cristallizzano in uno scenario di opposti, ne esce una stasi che uccide ogni corpo vivo.

Il lavoro, e quindi un risorgere, mi pare sia altrove. Trovare chiese non solo contemporanee, ma nuove. Nuove perché gravide di tutta la storia che le ha generate (non solo quindi della storia degli ultimi cinquant’anni). E belle di una bellezza forte delle proprie ferite. Ecco il compito. Non per mediare, non per stilare compromessi, non per tiepidezza, ma per trovare testimonianze di un’ermeneutica della continuità.

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10 pensieri su “Lo scenario, e oltre

  1. Compito arduo, ma affascinante e, direi, doveroso. Perché arduo? Perché, da profano, la mia impressione è che gli architetti di oggi – bene o malintenzionati che siano – si sforzino sempre di realizzare “concetti”; mentre la Chiesa non è un concetto, ma un Corpo. Solo pensando al Corpo si può innovare rimanendo nel solco della tradizione.

  2. caro Luigi, fai bene a rimarcare il problema delle nuove chiese. Quali sono le chiese che reiterano stancamente vecchi modelli? A cosa ti riferisci? Io vedo solo il secondo tipo, cioè la proiezione della soggettività dell’architetto, che nel migliore dei casi propone con enfasi la propria idea del sacro. Il problema è che spesso questi architetti l’idea del sacro non ce l’hanno nemmeno e dunque non propongono nulla se non una proiezione del proprio ego, fatta per stupire. Mi sembrano adatte le parole del Marini: “E’ del poeta il fin la maraviglia…”. Progettare una chiesa dovrebbe essere innanzitutto atto di umiltà, nel quale l’io del progettista si nasconde per accogliere l’io della comunità, per ricevere dal cielo con la preghiera l’indicazione da seguire. Non dovrebbe progettare una chiesa un architetto che non prega. Ogni chiesa è un tabernacolo, un trono per l’Altissimo: se non si ha questa certezza credo non si debba progettare una chiesa, perchè invece di aiutare l’effusione del sacro si otterrebbe l’opposto: il sacrilegio.Scusa la passionalità eccessiva di questa nota.

  3. La chiesa segnalata da Hakim penso sia un esempio perfetto. E’ una chiesa che certamente non possiamo definire brutta e che possiamo dire bella. Ma la reiterazione di un modello finisce per essere invivibile, perché entropica, perché non lascia spazio all’uomo. La chiesa nella sua vitalità non l’ha mai preteso né voluto. E la storia ne è testimone.

    Nei giorni scorsi nel twitter segnalavo la co-cathedral di Houston. Anche questa non è una chiesa brutta, ma anche questa si chiude nella ripetzione di un modello.
    http://www.sacredhearthouston.org/

    Invece, nei prossimi giorni vorrei tornare sulla chiesa di Oakland.

  4. Ah dimenticavo, anche secondo me il corpo (e la croce) devono in qualche modo rimanere al centro. Il post su Frank Stella qui sopra in parte vorrebbe riprendere proprio questo.

  5. Ottimo proposito, Luigi.
    Penso che non si possa prescindere dal riferimento al Corpo vivente di Cristo che è la Chiesa-popolo. Più in particolare non si deve prescindere dalla Liturgia divina che la Chiesa-popolo offre a Dio in Cristo.
    Questo nell’ottica di una “ermeneutica della continuità” con cui concludi il tuo post iniziale. Palese riferimento alla volontà di Benedetto XVI di recuperare il Concilio Vaticano II dalle secche dell’ermeneutica della rottura, alla vivente Tradizione che è la Chiesa. Operazione che ha nella Liturgia il suo fulcro.
    In quest’ambito è centrale l’opera di ri-orientamento della preghiera, non essendo indifferente la direzione in cui si prega, come sanno molto meglio di noi perfino i mussulmani! I cristiani devono tornare a pregare rivolti a EST, ovvero rivolti al Signore che ri-sorge, e questo orientamento deve ri-orientare anche le chiese-edifici.
    Penso che l’esatto, direi ortodosso, orientamento della preghiera cristiana, e in dipendenza da essa degli edifici del culto cristiani, è l’Oriente, la direzione cosmica che simboleggia il Cristo che ritorna (il “marana tha” di 1Cor 16,21 e l’invocazione “Vieni Signore” di Ap 22,17.20).
    Penso che l’orientamento degli edifici di culto cristiani sia il luogo proprio della Luce-Fuoco, di cui chiedevi in un post di aprile. La luce del fuoco non ha un proprio luogo sacro dentro l’edificio-chiesa, perchè dovrebbe plasmare l’orientamento stesso dell’edificio sacro, indicando quell’oltre specificamente cristiano che è la Parusia, seconda venuta di Cristo nella gloria.
    Infine, ritengo che vada colto come problematica la modalità statica cui è obbligato il sacerdote: nel Rito preconciliare è ridotto a rappresentare solo il Popolo a Dio, nel Rito riformato secondo il Vaticano II è ridotto a rappresentare solo Dio al Popolo. Il sacerdote, invece, dovrebbe rappresentare tutte e due le direzioni della mediazione sacerdotale di Cristo, girando attorno all’altare durante la Liturgia, non solo per incensarlo, ma per occupare le due posizioni ideali: ora tra assemblea ed altare ad esso rivolto, per presentare a Dio la preghiera del Popolo da lui presieduto; ora dietro l’altare e rivolto al popolo, per raffigurare il Cristo unico sacerdote al popolo cui è inviato.

  6. Grazie Paolo, e molto interessante il legame che poni tra lucernario e orientamento.
    Sulle due direzioni ricordo il noto passo di Ratzinger su La feste della fede. C’è qualcun’altro che lo abbia approfondito (con un testo che si possa trovare)?

  7. Volevo chiedere se conoscevi il lavoro svolto nella diocesi di Terni da Don Fabio Leonardis e dal Vescovo Paglia, negli ultimi anni (prima che Leonardis venisse a mancare prematuramente).
    Io non mi intendo di architettura e scultura, ma – anche se molte cose mi sembravano bruttine – certe cose come il ciclo di dipinti “surrealisti” francescani mi aveva entusiasmato proprio perché, a mio avviso “funzionava”, nel senso che dici.

  8. Trovi tutto in un libro (bruttissimo tipograficamente, proprio a proposito di quanto dicevo, ma evidentemente la tipografia richiede una sensibilità specifica) pubblicato nel 2003 da Leonardo International.
    Si intitola “Arte Sacra. Verso una nuova committenza”. Ci sono riprodotti tutti i dipinti del ciclo francescano (dell’autore Stefano di Stasio), e una parte delle sculture realizzate per le chiese della diocesi di Terni sotto la direzione di Leonardis e Paglia.

    Le sculture non mi piacciono, ma trovo interessanti le porte della cattedrale di Terni (una della quali è ripresa in uno dei dipinti “metafisici” del ciclo francescano, in un interessante gioco di rimandi).

    Conto di tornare sull’argomento: io sono parecchio ignorante ma il vostro sito è interessantissimo!

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