Incarnazione vera, non immaginaria /2

Il dipinto di Bassano citato nel post precedente non penso sia frutto di qualche eresia, ma semmai di traduzione sempliciotta, se non sprovveduta, dell’evento dell’annunciazione (anche se quella soluzione iconografica la ritroviamo in molti dipinti estremamente elaborati e rivolti a un pubblico erudito).

Un vero eretico non avrebbe scelto quella soluzione iconografica, ma avrebbe scelto di non dipingere del tutto. Infatti, l’eretico, se rigoroso, non dipinge e non rappresenta. Perché quello che gli fa problema è innanzitutto l’affermazione dell’incarnazione di Dio.

Ecco cosa insegna il Concilio Niceno II: “Alcuni come istigati dal nemico ingannatore, deviarono dalla retta ragione e, opponendosi alla tradizione della Chiesa universale, sbagliarono nella comprensione della verità… Osarono gettar via l’ornamento, a Dio dovuto, delle cose consacrate… Noi preserviamo senza alcuna innovazione tutte le tradizioni della Chiesa, decretate per il nostro bene in forma scritta e non scritta. Una di queste tradizioni è la rappresentazione pittorica iconografica, che è in accordo con il racconto della proclamazione evangelica, a conferma dell’incarnazione del Verbo di Dio, incarnazione vera e non immaginaria”.

Insomma, le immagini non solo sono ammissibili ma vivono di una propria necessità teologica nell’economia della rivelazione e della comunione cristiana. Infatti, la rappresentazione pittorica iconografica riguarda la retta fede nell’incarnazione del Verbo di Dio, nel suo autentico legame con l’uomo e la storia. 

Ecco allora che il Natale è natale di buona parte dell’arte di questo mondo: perché è arte nata dalla necessità di rendere testimonianza viva e gioiosa del fatto che è nato, veramente e non solo immaginariamente, il Redentore.

Auguri di buon Natale.

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3 pensieri su “Incarnazione vera, non immaginaria /2

  1. Molto interessante questa nuova precisazione sulla necessità delle immagini nell’arte cristiana. Addolora vedere come si possa citare il II Concilio di Nicea per giustificare scelte artistiche che incideranno per lunghi anni nella liturgia (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/183968). Fa soffrire e insieme rimane senza spiegazioni, a meno di non perdersi in dietrologie inquietanti.
    “L’eretico, se rigoroso, non dipinge e non rappresenta…”: che dire allora della chiesa di S. Pio a S. Giovanni Rotondo?
    Restando invece nell’ambito dell’Annunciazione con il Bambino che si tuffa nel grembo di Maria, mi chiedo se non ci siano correnti teologiche eterodosse che abbiano questa visione dell’Incarnazione. Forse è necessario un approfondimento della questione.

  2. Grazie anche per l’intervento molto bello sul presepe nel post precedente.

    Per quanto riguarda il nuovo Lezionario liturgico non l’ho visto. L’operazione, secondo me, va incoraggiata perché necessaria. Poi sul risultato. L’altro giorno con un amico si parlava di visioni teologiche che vedono l’azione dello Spirito Santo in luoghi anche molto distanti da quelli della tradizione cristiana. Considerazione assai valida, in quanto il problema non è lo Spirito Santo e la sua creatività che soffia dove vuole, ma il fraintendimento culturale assai diffuso di ogni minimo criterio di bello e buono che fa prender bidoni per opere d’arte e magari misconoscere quanto è da tenere.

    Per quanto riguarda la chiesa di Piano a S. Giovanni Rotondo, che aggiungere se ho avuto occasione di sentire giudizi di disappunto e scoramento, con tanto di allargamento di braccia, anche dai più alti e autorevoli responsabili della Chiesa.

    Per quanto riguarda l’Annunciazione, non credo esistano più eterodossi a cui interessi minimamente l’argomento :-).

  3. [commento del 23/12 rimasto per disguido impubblicato].

    Di mons. Valenziano, per nulla è assimilabile ai molti teorici della banalizzazione liturgica.

    Cito solo alcune idee notevoli:

    1. la pertinenza teologico-liturgica dell’icona, di cui rivendica l’essere vera, miracolosa, di origine divina (acheropita, “non fatta da mani d’uomo”) e, di conseguenza, la necessità di un “canone” (cioè la comunione con la Tradizione ecclesiale);

    2. la specificità (purtroppo difesa con asperità quasi barthiane) dell’ “arte cristiana”, in quanto “arte liturgica” , diversa dall’ “arte religiosa” e dall’ “arte sacra” ;

    3. l’affermazione dei poli celebrativi (in quanto “icone spaziali” ) come generatori dello spazio liturgico (e non viceversa, come la pratica secolarista o banalizzante ci propala), in uno con la rivendicazione della corretta modalità celebrativa: processionale (ingresso, offertorio, comunione) e non staticamente ‘frontale’;

    4. conseguentemente, l’articolazione e l’orientamento dello spazio liturgico: ad esempio per lui l’altare deve stare nel “santuario” (bema, presbiterio), rivolto a oriente e opportunamente evidenziato dal crocifisso e dal ciborio (simbolo dello Spirito).

    Direi che i punti cruciali del dibattito, su cui tutti devono essere giudicati, sono proprio quei principi che lo stesso Valenziano fa propri, che possono essere riassunti in questo bellissimo passo dello storico dell’arte Hans Sedlmayr:

    “l’arte è un linguaggio nel quale ciò che è detto dipende da come è detto: questo è il motivo per cui è assolutamente impossibile esprimere, per esempio, ciò che è presente agli occhi della fede nella Seconda Persona divina o, ugualmente, nella Madre di Dio, con un’immagine formata in una qualsiasi strana forma, posto soltanto che il suo autore l’abbia etichettata come “Cristo” o come “Maria”. Non sta bene appellarsi al fatto che l’artista è soggettivamente “sincero”, perché ciò che conta in arte non è la mera sincerità ma la verità”.

    Se ad “arte” si aggiunge “liturgica”, ecco la necessità di quei principi, pena lo scadere da “icona” a “rappresentazione soggettiva”.

    Per quello che sembra emergere, la chiesa di Piano e i lezionarii ed evangeliarii che mons. Valenziano ha commissionato sembrano (sottolineano: sembrano!) al momento dei collage di creazioni artistiche … “soggettivamente sincere” (nel senso tecnico di Sedlmayr): opere dunque non propriamente “liturgiche”, non veramente “icone”.

    p.s.

    Per approfondire (compresa la critica a Valenziano), un’autocitazione:http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000424.html

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