La giusta distanza

 Burri    Tapies     Tinguely

“Se dovessi costruire una chiesa […] inviterei per l’ornato figurativo Burri e Tapies, e (detto non per facezia) un Tinguely che pensasse non in forma sarcastica un analogo del Cenotafio o ritornasse alle esili ruote dentate dei primi anni, vere machines à contempler”. Giovanni Pozzi, Sull’orlo del visibile parlare, Adelphi, 1993, pag. 433

L’informale pretende di sbatterti tutto sul naso, tutta materia senza corpo. Le machines, invece, pretendono la contemplazione propria di demiurgo minore, la visione imperturbabile su meccanismi e automi effettuata da un’altezza siderale. Direi quindi che alla chiesa di Padre Pozzi mancherebbe la giusta distanza. Perché sarebbe senza decoro, senza la giusta distanza tra significato e significante.

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5 pensieri su “La giusta distanza

  1. Entrare in chiesa è attraversare innumerevoli soglie; dmenticarlo è giocare a fare salti logici tra liturgia e non liturgia. Più che un parlare visibile, serve allora sapere che del Verbo ora ne vediamo la gloria di Unigenito.

  2. L’edificio-chiesa è edificio articolato, non uniforme, ma primariamente costituito in SOGLIE.
    Con un’immagine verbale, direi che la soglia è un AUT/AUT, che viene trasfigurato non in un generico ET/ET, ma in un più evocativo (e sensibile ai diversi livelli implicati) TAM/NECNON ET/SED ET.
    Passare una soglia equivale a morire a noi stessi e al mondo, per essere in Cristo una creatura nuova, noi redenti dalla sua morte.
    Per questo, non ce lo dice solo l’arte, Cristo è la porta.
    E come l’inizio dell’esistenza cristiana è il battesimo, così nel percorso mistagogico della chiesa-edificio il primo nucleo germinativo sono il battistero o il fonte (e le piccole acquasantiere stanno lì a ricordarcelo), le pareti e le colonne sono come un’irradiazione del sacramento battesimale, così come lo è quel simbolico vestibolo rappresentato dalla penitenzeria, dove il penitente scende negli inferi per risalire perdonato.
    Poi vi è la morte del singolo, nel segno dell’assemblea: dall’IO al precario NOI dei convocati dall’Annuncio della Buona Notizia. Questo “noi” è – architettonicamente – l’aula, con la sua eminenza primaria (l’ambone) e con il suo contrappunto/conferma (la sede presidenziale): kerigma e dogma, nella loro radice cristologica.
    Questo noi precario dell’assemblea convocata deve anch’esso morire a se stesso: senza questo morire sarà forse convocata ma non unita, sarà comunità, ma non ECCLESIA.
    E come la PAROLA ha scelto di farsi carne immolata e di questa carne immolata mostrare la gloria divina, l’annuncio deve perdersi nell’EVENTO, nel modo unico con il quale questo Evento è accessibile: il RITO del sacrificio pasquale di Cristo.
    Così si giunge all’eminenza principe dell’architettura ecclesiale: l’altare (ara/mensa/luogo innalzato da Dio, per Dio, in Dio), dove la comunicazione si scopre dentro il Mistero, dove la vicinanza si fa convertire e abbracciare dalla lontananza e i “santi”, per esser tali, si devono prostrare al “sancta sanctorum”, perché finalmente si possa fare COMMUNIO e si realizzi davvero il SANCTA SANCTIS.
    Altro vi sarebbe da dire, suggerito dalle scansioni del rito della messa, in specie le tre duplici (dei fedeli e del celebrante “in persona Christi”) processioni che lo scandiscono: d’ingresso, di offertorio e di comunione.
    Mi limito a rilevare che tutte implicano una qualitativamente diversa “salita all’altare” e sarebbe bene che gli architetti, memori della lezione di Guardini, vi esercitassero la loro creatività.
    Altrimenti celebreremmo la vita (non-liturgia), ma senza celebrarne l’Autore (liturgia), costruiremmo metafore e allegorie, ma senza accedere al sacramento.
    Ecco, molto in fretta e con disordine, questo è quello che penso sia la “giusta distanza”.

  3. Grazie, per questo percorso. Un percorso che potremo rendere visibile nel tempo qui (intendo profanamente nel blog) portando esempi concreti: una via a tappe di “salita all’altare”…
    Anche il riferimento alle processioni è appropriato, anzi urgente: a me pare che oggi soprattutto la processione dell’offertorio non sia compresa per i suoi rapporti stretti, vincolanti con il sacrificio eucaristico. Il più delle volte il tutto si perde in un turbinio di segni più o meno colorati in scampagnata all’altare…
    E poi altro spunto è, se si tratta di salita all’altare, cosa dire delle chiese con “due fuochi” paritari, ambone e altare?

  4. È l’offertorio stesso ad essere stato penalizzato ed ancor oggi i liturgisti dibattono (si dibattono) in merito alla sua sussistenza e consistenza: solo funzionale o qualcosa di più?
    Cattolicamente parlando, “il di più” è sempre la soluzione più saggia.
    La chiesa a due fuochi, diffusa in ambito tedesco, mi pare proponga un’indebita altarizzazione dell’ambone.
    È vero che ciascuno di questi “luoghi eminenti” ha la sua propria pertinenza: l’aula per l’ambone, il presbiterio per l’altare.
    Ma altare e ambone hanno diversa qualità di eminenza rituale e teologica.
    Se proprio vogliamo mantenere l’immagine verbale, direi che i veri fuochi vanno correlati ai sacramenti, in primis il battesimo e l’eucaristia.

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