Nozze di Cana

Nozza di Cana

La tavola è imbandita per le nozze, ma il vino è finito. Gli sposi sono in imbarazzo, rimasti senza parole aprono le braccia. Maria indica Gesù, dicendo: “fate quello che vi dirà”. Gesù ordina di riempire d’acqua sei giare: di lì a poco il maestro di tavola, gli sposi e gli invitati gusteranno l’acqua trasformata nel vino più buono.

Maria è seduta in mezzo agli sposi. Collocazione strana, quasi a indicare che lei non solo assiste alle nozze ma è parte delle nozze. In effetti lei non separa, ma permette l’unione. E’ lei che prende l’iniziativa, interpellando Gesù e chiedendogli di intervenire, perché “non hanno più vino”. Il vino significa la festa: nel Cantico dei Cantici (4,10) è segno della gioia che gli sposi provano nell’amarsi e, allo stesso tempo, immagine dell’unione di Dio con il suo popolo. La mancanza di vino, quindi, allude all’incapacità dell’antica alleanza di introdurre l’uomo a una vera e profonda comunione, all’intimità sponsale, con Dio. Indicando Gesù, Maria è la figura che per prima riconosce in Gesù il Messia che realizza la nuova alleanza. Le Nozze di Cana celebrate in un paese sperduto della Galilea si aprono al significato di un altro sposalizio, quello della Nuova Alleanza, di una nuova intimità sponsale: quello tra Gesù e la nuova umanità pronta a credere in lui. Ecco perché Maria ha quel posto centrale al banchetto: lei è la figlia di Sion, la Chiesa, la nuova umanità da sposare definitivamente.

Un muro separa nettamente il banchetto dalla piazza e dal giardino che si distendono dall’altra parte. Oltre quel muro, oltre due colonne tortili che richiamano quelle del tempio gerosolimitano, c’è quanto ancora ha da venire, uno spazio già pronto, da abitare. Indica la Chiesa nello spazio e nel tempo: è attraversata dalla luce secondo un modulo trinitario che si ripete.

C’è anche una via che porta a un giardino che si apre, in prospettiva, al cielo. La via è affiancata da alti cipressi che alludono al sacrificio e alla morte. Come la via della croce che porterà alla salvezza tramite il sacrificio. L’acqua trasformata in vino è segno dello sposalizio, dell’amore di Dio che si spande, ma per Gesù il vino è sangue, croce, morte. Gesù infatti, nel brano di Giovanni, dice “non è giunta ancora la mia ora”. L’arco che si apre, come la porta di Gerusalemme, può essere arco di trionfo del giorno delle Palme e, allo stesso tempo, porta che conduce al Calvario. Sappiamo però che il bosco in fondo è luminoso. La via non si chiude, un arco in fondo apre, ancora. Apre alla luce della risurrezione.

Troppe cose, troppi salti per un dipinto sconosciuto che si trova nella chiesa di un piccolo paese del Cusio? Mica tanto. A schiacciare il naso sul quadro o ingrandendo col pc la foto ci si accorge che tre giare riportano ognuna una parola: acqua – vinum – laetantur; acqua – vino – rallegrano. Cerca e ricerca ho scoperto che è la citazione di un testo molto particolare, l’antifona al Benedictus proclamata durante le lodi mattutine nel giorno dell’Epifania: “Oggi la Chiesa si congiunge al suo celeste sposo, perché Cristo la purifica dei suoi crimini nel Giordano. Con i loro doni, i Magi corrono alle regali nozze, e gli invitati si rallegrano per l’acqua mutata in vino, Alleluia!”.

Nel libro Vedere il Mistero, Timothy Verdon si sofferma proprio su questa antifona (senza un riferimento diretto a un dipinto) e scrive: «L’antifona del Benedictus per le lodi della Solennità dell’Epifania, per esempio, collega in modo straordinariamente suggestivo i tre eventi biblici che, nella loro sequenza cronologica, insieme costituiscono la “epifania” (manifestazione) di Cristo al mondo: l’arrivo dei Magi portando doni al neonato Gesù (Matteo 2, 1-12); il Battesimo di Gesù trentenne nel fiume Giordano (Matteo 3, 13-17; Marco 1, 9-11; Luca 3, 21-22) e la mutazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana (Giovanni 2, 1-12). Invertendo l’ordine cronologico, e sovrapponendo il terzo evento al secondo – le nozze al battesimo – l’anonimo autore dell’antifona afferma che “oggi” (cioè nella solennità liturgica dell’Epifania) “lo Sposo celeste [Cristo] si unisce alla sua Chiesa, che egli lava dal peccato nel Giordano”.

Avendo così evocato il matrimonio di Dio con il suo popolo, promesso dai profeti, nonché l’obbligo dello “sposo” di purificare la sua “sposa” lavandola (cfr Efesini 5, 25-27), l’autore inserisce i Magi, che arrivano con i loro doni come “invitati” alla festa nuziale, dove i commensali verranno poi rallegrati dall’acqua mutata in vino del primo miracolo di Cristo, avvenuto appunto a Cana: Hodie caelesti  Sponso juncta est Ecclesia, quondam in Iordane lavit Christus ejus crimina: currunt cum muneribus Magi ad regales nuptias, et ex acqua facta vinum laetantur convivae, alleluia!

E’ la prima parola di quest’antifona, insieme all’ultima, a dare la chiave di lettura liturgica: “Hodie […] Alleluia”. Nella liturgia cristiana il tempo cambia d’aspetto, così che eventi passati e perfino tra loro sequenziali vengono vissuti in maniera estatica nell’”oggi” di Dio, con l’effetto di trasformare impossibili sovrapposizioni storiche in misteri compresenti e interpenetranti. Ogni evento getta luce su ogni altro evento, nell’unico progetto del Padre rivelato dalla vita-morte-risurrezione di Cristo». (Timothy Verdon, Vedere il Mistero, Mondatori, 2003, pagg. 95-96)

Abbiamo fatto incontrare l’anonimo autore dell’antifona con l’anonimo pittore che le ha dato immagine.

 

In seguito alla notorietà data a questo post dalla segnalazione di Sandro Magister, ho constatato che lettori stranieri tentano di leggerlo utilizzando la traduzione ottenuta tramite Google, traduzione che però si rivela alquanto “pirotecnica”. Metto quindi qui di seguito una traduzione in inglese molto più fedele al testo.

 

English Translation

Nozze di Cana – Wedding at Cana

The table is set for the wedding banquet, but the wine has run out. The spouses are in embarrassment, they are speechless, you can see it as they open their arms. Maria indicates Jesus, saying: “do what he will say to you”. Jesus orders to fill up six jars of water: within little time the Master of the banquet, the spouses and the guests will taste the water transformed into delicious wine. Maria is seated right between the two spouses. Strange positioning, mainly to indicate that she not only assists to the wedding, but, that she is part of the wedding. In effect she does not separate, but she allows the union. She is the one who in fact takes the initiative by asking Jesus to intervene, because “they do not have wine anymore”. The wine means the festivity: in the Song of the Songs (4,10) it is the sign of the joy that the spouses feel in loving each other and, at the same time, image of the union of God with its people. The lack of wine, therefore, alludes to the inability of the ancient alliance to introduce the mankind  to a true and deep communion, to the nuptial intimacy with God. Indicating Jesus, Maria is the first to recognize the Messiah in Jesus, who realizes the new alliance. The Wedding at Cana celebrated in an out-of-the-way village in Galilee  means in reality another wedding, the one of the New Alliance, a new nuptial intimacy: the one between Jesus and the new humanity, ready to believe in him. That’s why Maria has got that place at the banquet: she is the daughter of Sion, the Church, the new humanity to marry definitively. A wall clearly separates the banquet from the public square and the garden, that are stretching away beyond that wall, beyond two spiral columns, that recall those of the Gerosolimitani Temple, there is something which still has to come, a space, ready to be lived in. It indicates the Church in the space and in the time: light filters through, according to a repeating trinity pattern. There is also a path leading to a garden, that is opened, in perspective, to the sky. On both sides of the way, there are high cypresses that allude to sacrifice and death. Like the way of the cross, that will carry to salvation  through sacrifice. The water, which has been transformed into wine is the symbol of the wedding, of the love that God spreads out, but for Jesus the wine is blood, cross, death. Jesus in fact, in John’s reading passage, says “my time has not yet come” (John 2:1-4). The arch, that is opened, like the gate of Jerusalem, can be the arch of triumph of the day of the Palms and, at the same time, gate, that leads to the Calvary.We know, that the forest in the rear of the painting is luminous. The way is not closed, a bright arch opens a way, still. It opens it to the light of resurrection.Too many things, too many jumps for such a poor painting, situated in a small church in a village of the Cusio region? Not at all. If you crush the nose on the picture or enlarge the picture with your PC, you will notice, that there is a word written on each one of the three jars: acqua – vinum – laetantur; water – wine – make happy. I searched and researched until I found, that it is the citation of a very particular text, antifona to the Benedictus, which is proclaimed during the morning praiyers in the day of Epiphany: “Today the Church meets its celestial spouse, because Christ purifies it of its crimes in the Jordan. With their gifts, the Magi run to the royal wedding, and the guests are happy, because the  water has been transformed into wine, hallelujah!”. In Vedere il mistero (Seeing the Mystery), Timothy Verdon puts his attention right on this antifona (without obviously  referring himself to this very painting) and writes: “The antifona of the Benedictus for the praiyers of the Epiphany Solemnity, for instance, connects in extraordinarily evocative way these three Biblical events that, in their chronological sequence, entirety constitute “epifania” (the manifestation) of Christ to the world: the arrival of the Magi carrying gifts to the baby Jesus (Matthews 2, 1-12); the Baptism of the thirty years old Jesus in the river Jordan (Matthews 3, 13-17; Mark 1, 9-11; Luca 3, 21-22) and mutation of the water into wine at the wedding at Cana (John 2, 1-12). Inverting the chronological order, and overlapping the third event to the second – the wedding to the baptism – the anonymous author of the antifona asserts that “today” (meaning the liturgical solemnity of the Epiphany) “the celestial Spouse [Christ] joins to his Church, that he washes from the sin in the Jordan”. Having therefore evoked the wedding of God with his people, which has been promised by the prophets, as well as the obligation of the “bridesgroom” to purify his “bride” by washing her (compare Ephesians 5, 25-27), the author includes the Magi, who arrive with their gifts as “guests” of the wedding festivity, where the other guests are made cheerful by the transformation of the water in wine in Christ’s first miracle, a fact, that happened exactly in Cana: Hodie caelesti Sponso juncta east Ecclesia, quondam in Iordane lavit Christus ejus crimina: currunt cum muneribus Magi to regales nuptias, former et ex acqua facta vinum laetantur convivae, alleluia! The first word of this antifona, together with the last one, are the key of this liturgical reading: “Hodie […] Alleluia”. In the Christian liturgy the time changes of aspect, so that passed events and even events, which are in temporal succession, may be lived in an ecstatic way in God’s “today”  reaching the effect of  transforming impossible historical superimpositions in simultaneously present and interpenetrating mysteries. Every event throws light on other events, in our Father’s only plan revealed by the life-death-resurrection of Christ”. (Timothy Verdon, Vedere il Mistero, Mondadori, 2003, pagg. 95-96) We have brought the anonymous author of the antifona to meet the anonymous painter, who has given an image to the antifona itself.

(translated by F. Codemo)

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4 pensieri su “Nozze di Cana

  1. Bello quello che hai spiegato, molto interessante. Mi ha colpito la frase “ogni evento getta luce su un altro evento”. E’ vero questo perchè tutto è un continuo rimando. In fondo penso che anche il futuro non possa non rifarsi un po’ anche al passato. Credo non ci possa essere garanzia di un evento senza chiarificazione di un altro evento…una sorta di concatenazione…
    ciao

  2. Che i “segni” siano legati a doppio filo alla fede è ribadito dall’evangelista: “Gesù diede inizio ai suoi segni miracolosi nella città di Cana…, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2,11). Già, ma cosa sono i segni? Nel miracolo del figlio del funzionario regio (4,46-54) Gesù si rivela come Colui che dona la Vita; la guarigione del cieco nato è il sesto segno (9,1-41) e rivela Gesù come “Luce del mondo”. Il segno allora è ciò che rimanda a una realtà al di là da sé. Per Giovanni i miracoli hanno un valore trascendente, da scoprire oltre il puro evento visibile. Ecco perché possiamo collegare eventi biblici significativi che costituiscono l’epifania del Risorto. A proposito del mosaico di Ravenna con il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gombrich annota che: “La scena ha l’aspetto di una cerimonia solenne. Sentiamo che l’artista attribuiva un profondo significato alle cose che stava rappresentando. Per lui non si trattava soltanto di un singolare miracolo avvenuto in Palestina qualche secolo prima. Era il simbolo e la prova del potere perpetuo di Cristo impersonato nella Chiesa. Ecco peché Cristo guarda con tanta fissità lo spettatore: è lui che Cristo vuole sfamare”.

  3. Le nozze di Cana sono il primo di sette miracoli, sette segni che il Vangelo di Giovanni riporta. Scelti per spiegare al meglio, compiutamente. Segni che rimandano ad altri segni, anzi a una storia di segni come quando Gesù spiega i rimandi all’Antico Testamento ai due di Emmaus. Il rischio dei simboli è di perdercisi dentro: che il rimando continuo diventi una semiosi infinita. Il segno stesso si perderebbe, indicando tutto si svuoterebbe. Resterebbe solo la possibilità di dire “mi piace o non mi piace”. Ma alla semiosi infinita ormai non ci crede più neppure U. Eco. Perché i segni hanno una forza deittica indistruttibile, ad un certo punto escono dal testo e indicano fuori, verso qualcuno. Come quel Cristo a Ravenna, ricordato da Clara, che guarda dritto in faccia allo spettatore.

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