L’astrazione di per sé è potente. È capace di elevarsi in alto. Le compete uno sguardo siderale e imperturbabile che coglie l’universale. Da lassù scatta e piomba su ogni cosa fino ad afferrarne l’essenza per poi impacchettarla nel concetto e portarla su fino al nido della mente.
L’astrazione è potente perché non si fa distrarre dagli accidenti della vita: dove domina l’astrazione non c’è irruzione dell’imprevisto. Prevede tutto e ogni minaccia rimane disarmata. Nulla scappa, nulla eccede. Calcolo, numeri e linee, punti e angoli puntuti fanno da manovalanza: tramite loro l’astrazione blocca il divenire nell’incantesimo degli immutabili.
Tutto questo avviene nel rigore della logica più ferrea. Quella con cui si è cimentata anche l’arte, soprattutto da quando si è ritrovata addosso l’etichetta di “non più necessaria” perché ormai oltrepassata dalla Wissenschaft, vale a dire dalla scienza hegeliana. Altrimenti non si capirebbe, nel corso dell’arte del ‘900, il ricorso così intenso al numero, al movimento, alla luce, all’energia, all’algoritmo: tutto è scattato dall’esigenza vitale di mostrare quanto l’arte mantenga ancora uno statuto veritativo capace di misurarsi con quello delle scienze.
La ricerca artistica di Davide Maria Coltro conosce bene questi utensili, e se ne serve. Ma non per impennarsi verso verità universali, scientifiche, assolute. Non insegue essenze e concetti. Crea piuttosto le condizioni affinché l’assoluto si curvi, l’anelata purezza si abbassi e ciò che è libero da tutto si manifesti. Il suo è un sapere non tentato dall’hybris, ma allenato all’accoglienza. L’astrazione presente nei suoi lavori è un dispositivo che non è orientato al controllo e al dominio ma al lasciar apparire. Una volta attivata, quella di Coltro è un’astrazione che si lascia deporre.
Prendiamo le Arborescenze, una serie di quadri mediali con alberi interamente progettati dalla sua mente, esattamente come le guglie di un’architettura dove il controllo numerico è totale: eppure qui l’astrazione molla la presa per darsi non come produzione o emanazione ma libera germinazione.

Nella serie di quadri mediali Io sono lei il reticolo di linee non ingabbia le forme della ballerina modellate dallo scultore Francesco Messina, ma ne fa trasparire la dinamica: nell’ora c’è già il momento successivo. L’astrazione qui non aspira all’essenza angelizzante e neppure tratteggia il calcolo della forza muscolare, ma delinea il segno che restituisce non l’immobile ma il sospeso, e dà corpo al gesto atteso, a quel movimento di danza nascosto che sta per scaturire.

Già da questi due esempi di pittura elettronica emerge come costitutiva della sua arte il movimento, il divenire, o più precisamente la temporalità. Che è aperta. Mai chiusa in un loop prevedibile quanto rassicurante. Una temporalità che significa esistenza, ovvero che esce fuori, esposta alla contingenza alla pari di quella vissuta da chi contempla l’opera. C’è un’affezione temporale che compone le sue tele elettroniche. Emblematiche a questo proposito sono le sue Nature morte continue, dove come un Qoelet contemporaneo fa percepire attraverso vanità e caducità del tempo la necessità di una grazia che vada oltre quella stessa temporalità. L’effetto è quello di una letizia agonica.

Anche dove la sua ricerca diventa analitica, dove l’astrazione marca di più la propria autonomia e si spinge ad indagare in modo radicale i fondamenti del colore e del segno nella pittura elettronica, la temporalità rimane costitutiva. Nelle versioni più aniconiche dell’opera Crux – Ad lucem per crucem si può parlare di una vera e propria musicalizzazione del visivo: relazioni temporali tra toni diversi.
E poi, con Crux i singoli quadri mediali compongono una croce, la più grande astrazione e sintesi simbolica della totalità orizzontale e verticale, terra e cielo. Ma qui l’universale, la visione potente non si eleva con la conquista e il dominio di essenze, né con sguardi che puntano diritti verso l’invisibile. I cieli di Coltro sono visti dal basso. La potenza dell’astrazione qui si depone, si mescola al tempo e alla storia, si espone al tempo in mezzo al tempo delle esistenze. E l’universale, la visione potente e irrevocabile, e persino l’invisibile sono raggiunti secondo una via negativa, per differenza, per relazione, per chiamata, per necessità di un orizzonte che renda ragione del singolo tempo vissuto.
Davide Maria Coltro lavora sul tempo del settimo giorno. Il giorno in cui sarà possibile fare un passo indietro ed esclamare: tov, è cosa buona e giusta! E lasciare libera la propria opera.
Testo di Luigi Codemo per il catalogo:
DAVIDE MARIA COLTRO, Infiniti Transiti del Quadro Mediale, a cura di Alberto Fiz, Vanilla Edizioni, 2022

