Daniela Novello – Nel nome del pane

No, non trasforma le pietre in pane. L’abilità tecnica di Daniela Novello nello scolpire la pietra non mira a replicare le cose e a riprodurre l’identico. È vero che di fronte a queste sue opere viene da esclamare «sembra pane!», ma il suo virtuosismo non insegue l’effetto sorpresa.  La sua arte è maieutica: prende la materia quando si trova ancora nella sua grana primordiale, sorda e gutturale, e la conduce alla parola limpida e schietta. Non impone, non squadra un’idea dal blocco ma, nel dialogo con la materia, porta alla luce le possibili forme che la natura le consegna. In questo modo l’opera, pietra o piombo che sia, porta in primo piano la propria fisicità. È anche per questo che i suoi pezzi suscitano il desiderio di essere accarezzati. La sua arte perfeziona la natura, non l’idea della natura.

Una delle cifre distintive dell’arte di Daniela Novello è di innescare un contrasto, un cortocircuito tra forma e materiale usato per accendere una ricchezza di significati. Nel nostro caso mette in tensione la pietra con la forma del pane. Sappiamo, infatti, che trasformare le pietre in pane può costituire una tentazione. Ce ne avverte il Vangelo di Matteo con la scena di Cristo nel deserto, dove nello scontro col diavolo avviene una sfida a colpi di citazioni: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». (Mt 4, 1-4). La tentazione, quindi, consiste nel ridurre il pane a cosa cancellandone la natura di segno. Consiste nel rimpinzare un vuoto per anestetizzare il desiderio. Significa negare la costitutiva dipendenza dall’altro da sé per chiudersi nel miraggio di una solitudine sazia e beata.

Le opere della serie Convivio non cadono in questa tentazione, non permettono che il pane venga ridotto a cosa e mantengono la pietra segno aperto e resistente, pietra d’inciampo che rinvia oltre da sé. E lo fanno evocando e citando significati tratti dai testi della filosofia antica e della tradizione sacra.

La forma del pane, compatta, scolpita nel tufo e posta sul tavolo, richiama la forma assoluta, compiuta, il centro che immobile governa ogni movimento della circonferenza, unità del minimo sforzo e della massima resa. È l’immagine che abbiamo della divinità come motore immobile, ciò di cui non possiamo pensare più grande, impassibile legge del destino, perfetta nella propria solitudine. Ma, allo stesso tempo, il suo stare su una tovaglia finemente ornata incrina questo modo di concepire Dio. La tovaglia indica cura, accoglienza e il ricamo inciso nel piombo manifesta un’uscita dalla logica del necessario per rendere partecipi di un’eccedenza, di una bellezza gratuita esattamente come lo è il profumo del pane appena cotto.

E poi c’è il pane spezzato: immagine e gesto che rivelano Dio. Uno squarcio che manifesta l’essenza divina. Un’irruzione nel tempo. Accadde a Emmaus. E accade lì dove il pane rotondo viene aperto, frazionato, offerto, condiviso. Lo ricordano i cestini vuoti di piombo, dodici come nell’ultima cena e dodici come le ceste colme di cibo che avanzarono sulla riva dove avvenne la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Sintesi visiva di quella legge evangelica per cui chi divide e dona non perde ma guadagna e moltiplica. Qui allora il pane di pietra diventa pane spirituale, segno di carità e giustizia. Di dono e sacrificio. Pane diventa il nome di Dio.

Testo di Luigi Codemo per il catalogo Il profumo del pane edito in occasione dell’omonima mostra realizzata nel 2019 al Museo Diocesano di Faenza, poi alla GASC – Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei di Milano e successivamente al Museo Adriano Bernareggi di Bergamo rispettivamente a cura di Giovanni Gardini, Luigi Codemo, Giuliano Zanchi. 

Lascia un commento