Il museo o l’arte del bondage/2

Si diceva dunque che il museo si atteggia a cattedrale nel tentativo di requisirne il ruolo: le architetture ardite, un tempo applicate alle chiese, sono oggi riservate ai musei; qui si entra in processione, si esige silenzio, si ascolta, si contempla.

Non solo. Il museo, solenne come un tempio, ambisce a ricapitolare l’universo. E lo fa rimescolando i geni ricevuti da due progenitori: da un lato, la wunderkammer, il caos primigenio di mirabilia, artificialia e naturalia; dall’altro, l’enciclopedia con le sue definizioni stivate sotto vuoto.
Ne è uscito il museo inteso come tempio dei ciapa pùlver, dove tutto quanto è messo in fila. Tutto inteso dalla A alla Z, e non dall’Α all’Ω. Nel museo non c’è compimento, non c’è eschaton, ma chronicon senza storia, magnifiche sorti progressive senza fine e senza senso.

L’esempio del MoMA, col suo incamerare elementi eterogenei, mostra il persistere di questa discendenza e lo sviluppo più esteso e coerente di questo modello orizzontale e inclusivo di museo. Modello poi legittimato e incoraggiato dal clima culturale degli ultimi decenni segnati dalla filosofia post-strutturalista secondo cui ogni cosa può essere smontata, rimontata, affiancata con la speranza che dall’accumulazione possa uscire sempre qualcosa di nuovo e sorprendente. È l’onda lunga di quell’estetica pura descritta da Kierkergaard in Aut-Aut e caratterizzata dal «giocare con le possibilità»: tutto si può concepire, tutto si può fare senza dover mai prendere una decisione; possibilità immaginata come un «essere sospesi», come potere di produrre continue e inesauribili forme di vita. Nulla è disdegnato perché nulla è importante, tutto è occasione. La bellezza, scrive Hans Sedlmayr, è stata sostituita dall’interessante. Tutto può essere disposto, tutto è disponibile nell’orizzontalità delle vetrine. Tutto può essere interessante.

Ma se il MoMA è tra i musei più capaci nel celebrare l’interessante, su questo stesso fronte, è stato superato. E non dal Guggenheim o dal Louvre con le loro sfavillanti sedi in franchising. Bensì da ciò che porta alle estreme conseguenze il museo contemporaneo e lo rivoluziona senza neppure più esserlo: il Google Art Project.

L’orizzontalità dell’esperienza è portata all’estremo. Tutto è affiancato. Non c’è soluzione di continuità tra la street view e il percorso nel museo: le vetrine della strada continuano nelle bacheche e nei quadri. Non c’è più neppure il percorso, ma è possibile accostare opera dopo opera, sala dopo sala, museo dopo museo. Non c’è il tempo della distanza, ma pixel sgranati man mano messi a fuoco. Tutto è digitalizzato, caricato, linkato, taggato, indicizzato, accessibile. Ovviamente è possibile estrarre, inanellare, insaccare, legare, annodare la propria gallery. Eccolo il nuovissimo museo come arte del bondage. Perché tutto è disponibile e tutto è condivisibile. L’irrelato è incastrato con ciò che lo affianca, secondo desiderio. Abbiamo il museo unico del mondo.

Ma Google Art Project va oltre: offre la possibilità delle possibilità, il DIY, il Do It Yourself. Ognuno può creare giustapposizioni e nuovi significati. Nuovi musei dell’unico museo.

Una funzione, questa del DIY, ideata e potenziata prendendo esplicitamente spunto da una mostra di Vik Muniz, intitolata Rebus. Qui Muniz aveva scelto un numero di opere di altri artisti e le aveva estrapolate dal loro contesto, dalla loro ordinaria classificazione per creare (creare?) giustapposizioni inusuali, prossimità inedite «nuove connessioni tra gli oggetti». Mostra fatta nel 2008. Al MoMA.

Tutto è sullo stesso piano. Il museo unico del mondo accumula opere per perderle nel troppo pieno.

Epilogo provvisorio
Se tutto è sullo stesso piano, tutto rimane sospeso. Tutto rimane conversazione e chiacchiera. Del resto, forse che l’enciclopedia è mai uscita dal salotto buono? La conversazione ha espulso il racconto. Perché il racconto è la possibilità che non rimane sospesa. Il racconto è tale se chi compie l’azione non torna indietro ma riconosce che c’è del buono, del vero, del bello e compie una scelta.
Forse nella moltiplicazione delle conversazioni, nella molteplicità del DIY, ci sarà chi tralascierà la conversazione per recuperare il racconto. Forse.

Epilogo
Il racconto è tale, abbiamo detto, se chi compie l’azione non torna indietro ma compie una scelta. Riconosce che all’origine c’è un fine, che ciò che tarda attende un compimento. L’azione ha senso nel riposo. La creazione chiede l’ottavo giorno. E questo non è dato nel museo, ma nella cattedrale.

Google arte project

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