Il mestiere della parola (il medium è il messaggio)

E’ uscito un mio articolo su La Bussola quotidiana.

Parola, marketing e fede visti attraverso le analisi di McLuhan.

“Nei vecchi film americani si vede spesso la scena dove i fedeli, al termine della funzione domenicale, salutano il pastore complimentandosi per “l’ottimo sermone”. Questo è senza dubbio uno dei primi effetti della ‘sola scriptura’: per avere una buona funzione, un buon servizio domenicale, ci vuole un buon oratore. Del resto, se tutto si concentra sulla parola, ha valore chi sa parlare. L’annuncio è roba da professionisti della parola. E’ mestiere. Così il baricentro tende a spostarsi. Il testo del Vangelo si risolve in un pre-testo, dove centrale diventa la personalità e la capacità persuasiva del pastore”.

Qui l’intero articolo.

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7 pensieri su “Il mestiere della parola (il medium è il messaggio)

  1. Un ottimo articolo, che mi ha colpito in particolare laddove parla di parcellizzazione dei contenuti (e di conseguenza anche delle interpretazioni) della Scrittura.
    Ho la grazia di non vivere in America, ma frequentando per alcuni mesi la chiesa valdese italiana mi son fatta l’idea che sia sì ancora distante dalle forme pentecostali di culto, ma anche la più prossima a superare il confine tra una tradizione non ufficiale e poco strutturata e l’assenza totale di riferimento ad una tradizione.
    Fra le altre cose, mi sono sentita citare alternativamente, o anche insieme, Lutero e Calvino con il generico appellativo di innovatori e coraggiosi trasmissori del vangelo contro forze inique. Le differenze teologiche, il peso storico e la collocazione culturale delle loro teorie non vengono affatto considerati. Apparentemente non c’è un vero sviluppo dell’esegesi, ma solo un individuale accumulo di pensieri personali – o al massimo di gruppo, ma privi di basi condivise.

    Al centro della comunicazione fra fedeli non c’è realmente una volontà di comprendere il messaggio evangelico, quanto piuttosto la tendenza a riproporre e sottolineare l’idea che ognuno debba, e possa, cogliere da sè ciò che gli serve e gli aggrada.
    Ma se ciò contrasta con quanto pensano gli altri di un medesimo brano o indicazione gesuana, non v’è problema: è giusto così. L’inconciliabità delle posizioni passa inosservata.

    Se possibile, mi piacerebbe riportare l’articolo sul mio blog – naturalmente con credits e link alla Bussola.

  2. Grazie Denise per quanto riportato qui. L’effetto riscontrato è proprio quello dell'”accumulo”.
    In Europa l’approccio protestante è stato diverso. Molto più scientifico (anche se non sempre verificato), intellettuale e freddo. Alla fine per pochi.
    Negli Stati Uniti, l’approccio è più semplice, emotivo, di massa.
    In entrambi i casi c’è una frammentazione del testo. Il rischio è di prendere quello che “serve e aggrada”.
    Non che l’ambito cattolico sia immune, ma perlomeno c’è un impianto che se rispettato rimane solido.

    Per l’articolo non saprei, bisogna chiedere alla Bussola.

  3. Un altro aspetto – pure rilevato da Mc Luhan altrove – è l’estensione che il medium dà alle facoltà umane naturali. Osservazione che fece pure Pavel Florenskij. A proposito degli utensili manuali (es. pinze, martello ecc.), osservava, essi estendono una funzione della mano a scapito di altre. La mano, essendo uno strumento versatile e multifunzione, in una singola funzione è superato da uno strumento specifico, che tuttavia deve sacrificare del tutto innumerevoli altre funzioni.
    Questo può forse avere a che fare con la “parcellizzazione dei contenuti”, aspetto del tuo articolo che ha colpito Denise.
    Quale funzione – della voce, del rito – si sacrifica per l’estensione del contatto di lettori-uditori con i mezzi di comunicazione di massa?

  4. A mio parere, biz, la funzione che viene sacrificata maggiormente in questo processo è quella che chiamerei “di interrogazione” delle anime.
    Il messaggio che passa, qualunque esso sia, è recepito sempre più come affermazione tanto più perentoria quanto più si fa sintetica e collettiva; e cessa di contenere un’implicita domanda al lettore-uditore.
    Il senso della Parola, che per la natura stessa delle Scritture interroga chi la approccia personalmente e profondamente, viene sottaciuto al rimbombo di un significato opportunamente precotto e servito rapidamente, intriso di coloranti e conservanti per renderlo (apparentemente) più appetibile.

    La voce non ha tempo per soffermarsi sui contenuti, anche il ritmo e l’intonazione variano e perdono sfumature.

  5. Grazie Biz, sottolinei un punto su cui lavorare.

    Quanto dice Denise mi pare abbia molti riscontri. Il rischio infatti è che si presentino come ambienti che espongono l’interrogativo ma solo come modalità “religiosamente corretta”. Mi spiego.
    L’ambiente americano interroga ma solo per ricevere uno yeah (come dicevo, un approccio immediato ed emotivo).
    L’ambiente europeo, intellettuale, molto accademico risolve tutto in interrogativo, dove una risposta non può non valere tanto quanto un’altra, (purché “educata”). La funzione è notarile, si prende atto quanto di volta in volta la modernità presenta come opportuno ed educato.

    Sull’esclusione dei sensi, direi che quanto è sacrificato è il simbolo. Tutto è appiattito nel flusso di parole e vista che cerca immediata conferma nel proprio piccolo io. Quanto viene visto, quanto viene sentito si ha una portata che si esaurisce lì, subito. L’architettura utilizzata è semplicemente funzionale, basta una pianta di fiori in vaso.
    Invece la liturgia cattolica coinvolge il cosmo, l’architettura sacra convoca e mostra il cosmo intero.

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