Trasformare o radere al suolo?

Sul numero di maggio di Studi Cattolici è uscito un mio articolo dedicato al rapporto tra chiesa e corpo (pdf scaricabile qui). Ne riporto il pezzo conclusivo.

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Una diffusa sudditanza ai presupposti teorici tipici della modernità ha prodotto spazi dove non è previsto che il corpo varchi la soglia. Spazi dove geometrie spigolose, cemento grezzo, lunghe pareti bianche non si rapportano alla misura e alla sensibilità di un corpo vivo. Spazi dove lo spirituale è concepito come il distillato di una scarnificazione. L’effetto che rimane è un’impressione di strutture mentali non abitabili, che possono approdare a uno spiritualismo ma non a una vita secondo lo Spirito.

Il punto è che questi edifici o vengono disertati o vengono trasformati.

La trasformazione può avvenire «dal basso», in modo spontaneo, attraverso una graduale accumulazione di segni che, marcando lo spazio, lo riconquistano al rapporto di Dio con l’uomo. Il rischio, in questo caso, è che avvenga una parcellizzazione dello spazio in ritagli di segni e devozioni personali, spesso purtroppo attraverso un arredo liturgico
improvvisato e mediocre, che sfibrano quel linguaggio comune di cui la fede cristiana vive.

L’altra possibilità è che la trasformazione avvenga «dall’alto», attraverso una visione capace di edificare uno spazio adeguato per il corpo della Chiesa perché visione conforme  a Colui che infonde unità e vita al corpo della Chiesa.

Tutto questo ci porta diritti a tutta una serie di interrogativi che, guardando all’alto numero di chiese costruite negli ultimi cinquant’anni, sempre più si imporrà: gli involucri tipici dell’architettura moderna sono convertibili, si lasciano trasformare dal Verbo della vita? Ci sono chiese contemporanee che possono essere considerate, non tanto in termini costruttivi ma sacramentali, non ancora terminate, ferme come un catecumeno nel nartece? Possiamo considerare alcune brutture lasciate in eredità come ferite di un corpo, tanto incancellabili quanto allo stesso tempo bisognose di essere trasfigurate? E, in ultimo, è cattolico radere al suolo?

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3 pensieri su “Trasformare o radere al suolo?

  1. Certo che è cattolico radere al suolo! Lo è stato nei secoli passati per la sola esigenza di edificare nuove Chiese, nuovi affreschi, mentre oggi c’è anche la necessità di eliminare brutti edifici religiosi incapaci di rispettare i principi non negoziabili della fede cristiana.
    Non è cattolico fermarsi a ciò, limitare l’Opera alla sola fase demolitiva, essa va integrata dall’edificazione di belle Chiese, capaci di esprimere il modello divino.

    Certamente è preferibile una trasformazione “cattolica” ovvero non parcellizzata, e piuttosto che nessuna trasformazione anche la riduttiva trasformazione parcellizzante è meglio.

  2. Grazie Paolo. Comprendo, però se devo indicare una cifra che ha contraddistinto la storia della chiesa non è il radere al suolo. La storia è piena di Attila. Pochissimi invece hanno saputo trasformare come la chiesa. L’apocalittica, nel senso di palingenesi, non è un genere cattolico (infatti l’apocalisse giovannea si differenzia profondamente). Perfino con il diluvio c’è un resto da cui ripartire.
    Allo stesso tempo, comprendendo le obiezioni, termino l’articolo lasciando l’interrogativo. Perché per trasformare bisogna che ci sia chi si prende carico di questa trasformazione. E su ciò riposano tutte le mie perplessità.

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