La chiesa di San Michele, Val Formazza – 5

Nella volta sopra il presbiterio sono dipinte quattro figure: Sant’Agostino, Sant’Ambrogio, San Girolamo, San Gregorio. Sono i primi dottori della Chiesa.
Sono quattro come i quattro evangelisti (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) e come i quattro grandi profeti (Mosè, Isaia, Ezechiele, Geremia). Tutti costoro sono accomunati dal fatto che, con i loro scritti, conducono nel mistero di Dio che si rivela. Sono coloro che presentano il Messia: i profeti lo hanno atteso, gli evangelisti lo hanno annunciato, i dottori della chiesa lo hanno testimoniato.
Nella chiesa di San Michele troviamo raffigurati solo i quattro grandi dottori. Ma, come il frutto contiene il seme, così tramite di loro sono richiamati anche gli evangelisti e i profeti che li hanno preceduti, ovvero tutta la storia della rivelazione.
La raffigurazione di questi padri della chiesa collocata nel presbiterio assieme agli altri santi sembra suggerire un legame e assumere un significato più ampio.
Sant’Antonio e San Carlo avevano entrambi combattuto dottrine, quelle dei catari e quelle delle chiese protestanti, che negano la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo nell’eucaristia.
San Pietro e San Nicola, uno accanto all’altro, mostrano come il primato del vescovo di Roma, ovvero del papa, e la tradizione delle chiese tedesche possano vivere in comunione.
E i quattro padri della chiesa testimoniano come l’annuncio cristiano viva fedelmente e compiutamente nella liturgia celebrata dalla comunità che si raccoglie in questa chiesa.
Insomma, i santi raffigurati nel presbiterio ribadiscono proprio quei temi della fede come l’eucaristia, la comunione con la chiesa di Roma, la fedeltà alla tradizione, che sono invece contestati e rifiutati nei paesi della Riforma. Paesi che si trovano appena dall’altro lato delle montagne. La chiesa di San Michele in Formazza emerge come un caposaldo tra le alpi: espone alcuni grandi temi della dottrina cristiana facendo quadrato attorno alla dottrina cattolica e portando i propri santi come testimoni.

C’è un altro elemento che mostra questa disputa a distanza con la posizione protestante, ed è la frase che campeggia in alto, sulla trave dell’arco trionfale: Christum et non istum sed Christum adoro per istum. Ma per comprendere questa frase bisogna fare un passo indietro.

L’arte sacra, le immagini sacre hanno una loro forza: mostrano l’invisibile, racchiudono l’infinito, trattengono l’eterno. Le immagini sono potenti: incantano i sensi, muovono i sentimenti, piegano le ginocchia. Ma la potenza delle immagini comporta anche un rischio: l’idolatria. È facile cadere nella confusione, ridurre la divinità ad un’opera fatta da mano umana, pensare che un pezzo di legno faccia miracoli, pretendere di stipare dentro un tempio chiuso il mistero di Dio.

La Riforma protestante, riconoscendo la forza e il rischio insiti nelle immagini, fece delle scelte drastiche. In molte parti abolirono e cancellarono le immagini sacre. Per un certo periodo ci fu anche una distruzione delle immagini in quanto accusate di essere portatrici di superstizione, di magia, di idolatria. La Parola di Dio, affermano i riformatori, essendo di naturale spirituale non può che trovare ostacoli nelle immagini materiali.

La Chiesa cattolica, invece, in particolare con il Concilio di Trento, ne regolamentò la realizzazione affinché non fossero motivo di errore e idolatria. Non le abolì, anzi, ne ribadì il valore ricordando che,  poiché il Verbo si è fatto carne, l’arte sacra non è idolatria ma annuncio che Dio si è reso visibile, si è degnato di abitare nella materia e di operare la salvezza attraverso la materia. L’arte può essere luogo che testimonia la nuova dignità del creato. La bellezza non costituisce in sé salvezza, ma splendore che irrompe nel lavoro e nei giorni, caparra di quella vita eterna a cui l’uomo è destinato. L’arte, e in particolare l’arte sacra, è chiamata a far balenare l’eterno, non per umiliare il quotidiano ma per elevarlo .

Possiamo ora ritornare alla frase posta sulla trave nella Chiesa di san Michele: Christum et non istum sed Christum adoro per istum. Che possiamo tradurre con: Io adoro Cristo e non questo (sottinteso “manufatto”, in questo caso il crocifisso posto sopra la trave) ma adoro Cristo attraverso questo (manufatto).

È un insegnamento che mette in guardia dall’idolatria e riprende un passo preciso del “Decreto sull’invocazione, la venerazione e le reliquie dei santi e le sacre immagini” stabilito durante il Concilio di Trento nel 1563. E questo decreto afferma: «Inoltre le immagini di Cristo, della Vergine madre di Dio e degli altri santi devono essere tenute e conservate nelle chiese; ad esse si deve attribuire il dovuto onore e la venerazione: non certo perché si crede che vi sia in esse una qualche divinità o virtú, per cui debbano essere venerate; o perché si debba chiedere ad esse qualche cosa, o riporre fiducia nelle immagini, come un tempo facevano i pagani, che riponevano la loro speranza negli idoli, ma perché l’onore loro attribuito si riferisce ai prototipi, che esse rappresentano. Attraverso le immagini, dunque, che noi baciamo e dinanzi alle quali ci scopriamo e ci prostriamo, noi adoriamo Cristo e veneriamo i santi, di cui esse mostrano l’immagine. Cosa già sancita dai decreti dei concili – specie da quelli del secondo Concilio di Nicea – contro gli avversari delle sacre immagini».

San Michele, chiesa di confini
La chiesa di San Michele in Val Formazza è un caposaldo, un baluardo, una fortezza della fede incastonata nelle Alpi.
Inizialmente l’arcangelo Michele è stato invocato dagli abitanti affinché quella terra resa buona con fatica, metro dopo metro, giorno dopo giorno, non fosse sopraffatta dal caos e dall’oscurità, dalle piene e dalle frane, dalle valanghe e dagli incendi. San Michele veglia sul confine conquistato: per quanto il magma della storia rigurgiti sfacelo e rovina, il male non prevarrà.
Quando poi la terra era ormai da tempo diventata prati ben falciati, la chiesa di San Michele fu nuovamente chiamata ad essere baluardo fedele. Da Nord entravano eresie della riforma protestante, e la chiesa di San Michele divenne teologia in immagini, una summa montana della retta dottrina.

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