La chiesa di San Michele, Val Formazza – 4

Nella navata, i santi dipinti alle pareti sono riconoscibili uno ad uno. Volti veritieri, rustici e schivi. Magari fanno anche sorridere per quel drago al guinzaglio, il maiale nero, i teschi e gli scheletri, gli occhi sul piattino, gli angeli domestici, i diavoli dalle ali di pipistrello, i piedi grossi e nudi. Eppure santi colorati e madonne vestite di cielo reggono questa chiesa quanto i muri e le travi. I santi come le pietre hanno il loro posto ben fissato. Non c’è qui devozione improvvisata, ma tutto è misurato secondo necessità.

La porta è rivolta a nord. Apertura con un orientamento insolito per una chiesa: è da nord che entrano vento di tramontana, demoni e il buio della notte. Da lì giunsero anche peste, eresie e soldati armati per la guerra. Per questo, sulle pareti laterali, ad accogliere chi entra ci sono due santi, uno di fronte all’altro, due sentinelle capaci di proteggere e custodire questo luogo.

A destra c’è Francesco Saverio, santo invocato contro i bubboni della peste, tonaca nera da gesuita, missionario in Oriente, abituato alle frontiere. Come una sentinella, è girato verso la porta: il peso sulla gamba destra, si inarca pronto alla lotta. Alza il crocifisso, come un esorcismo, a tutto ciò che si presenta sulla soglia.

Di fronte, c’è Antonio Abate. Eremita, viveva nel deserto: qui trovava solo piccoli frutti, erbe strappate e demoni schierati a battaglia. La Legenda Aurea narra che questi gli apparivano in forme di bestie: «crudelissimamente lo stracciarono con l’unghie e con le corna e con li denti». Sant’Antonio resisteva. Anzi riusciva pure a farsi beffe dei diavoli e sottrarre loro anime di peccatori. Gli rimasero addosso i segni del fuoco, perché non temeva le fiamme dell’inferno. Ed ecco perché il popolo lo invocava per guarire le pustole di quel fuoco chiamato “di Sant’Antonio”. E quel piccolo maiale nero ricorda le frizioni di grasso che sulla pelle piagata davano un po’ di sollievo ai malati.

 Nella navata, di fronte, sui due lati, in posizione privilegiata, ci sono due sante, vergini e martiri: Lucia e Margherita.
Santa Lucia è la protettrice della vista, della luce degli occhi. Lucia: il suo nome dice luce. Quella dei giorni che si accorciano, quando il sole traccia un solco sempre più basso all’orizzonte, quando il sole potrebbe continuare a scendere ed eclissarsi per sempre dietro il monte Giove e non tornare più. Ecco che in quei giorni di dicembre c’è la festa di Santa Lucia, vergine e martire. Lucia, luce testimone della luce, preludio del Natale, testimone fedele nell’attesa del sole nuovo, del sole che tornerà ad impennarsi sopra le vette. Il Sole è ovviamente Cristo, il sole di giustizia (Mal 3,20) di cui il sole del cielo non è che un riflesso.

E c’è Margherita. La Santa tiene al guinzaglio un drago. Il drago è tutta la forza oscura che ancora imperversa nel mondo e nelle menti. Lei lo trattiene impedendo che possa sopraffarla. La leggenda narra che Margherita sia stata trangugiata da un drago. Chiusa dentro, non disperò ma col segno della croce squarciò il ventre della bestia. Come da breccia di parto, ne uscì. Sconfitto il male, Margherita venne nuovamente alla luce. Per questo è invocata protettrice delle partorienti, delle donne che danno alla luce.

Ecco allora cosa ci fanno lì, di fronte, queste due vergini con la palma del martirio: martire significa testimone, e loro sono testimoni della luce perché con la loro testimonianza anticipano la sconfitta definitiva del male, anticipano il Regno di Dio.

Nella chiesa di San Michele sono ritratti molti santi. Santi che intercedono e aiutano. A volte basta invocarne il nome. Ognuno ha il suo compito: c’è chi fa guarire dalle malattie, chi protegge il bestiame, chi mette in salvo dai fulmini. Lo fanno perché aiutare è semplicemente nella loro natura così come il sole scalda, la roccia tiene saldi, la pioggia lava, la stella alpina fa la stella alpina.

Invece, per non essere solo esauditi, ma per chiedere ed essere anche ascoltati, guardati e confortati, c’è Maria, c’è la Madonna di Re. L’immagine miracolosa è lì che si può toccare. Col figlio in braccio, il seno fuori, Maria è a portata di mano, offre una parentela, si fa vicina al respiro e alle avemaria. Intercede amando, quindi ti guarda negli occhi.
Di fronte c’è San Francisse, frate Francesco. Ha un teschio in mano, come a dire: vanità delle vanità, tutto è vano se la fiducia, la speranza e la gioia non sono poste in Dio Padre. Francesco, umile e obbediente spogliò se stesso a tal punto da ricalcare le orme di Cristo. Fu chiamato alter Christus, l’altro Cristo. E le stimmate che porta nella carne, rosse come sigilli, ne sono il segno.

In questa chiesa c’è un dialogo tra i santi, un dialogo che si snoda a due a due: Francesco Saverio e Antonio Abate proteggono la soglia, Lucia e Margherita annunciano la luce, Maria e Francesco d’Assisi offrono ascolto e vicinanza. Nel presbiterio, Sant’Antonio da Padova è accostato a San Carlo Borromeo: il vescovo di Milano è il grande organizzatore che fece fronte alle sfide della Riforma protestante e Antonio da Padova, oltre ad essere il santo delle richieste impossibili e il taumaturgo di uomini e animali, è anche colui che predicò contro le eresie degli Albigesi.
Ai lati dell’altare ci sono San Pietro e San Nicola: Pietro attesta la tradizione apostolica e il legame alla chiesa di Roma e Nicola è il santo particolarmente venerato nei paesi tedeschi. La riforma protestante è arrivata fin lì vicino, il confine segnato dallo scisma solca quelle stesse montagne di Formazza. Proprio per questo motivo questi due dipinti sono vicini, per ribadire che Roma e i paesi tedeschi possono vivere nell’unità di una chiesa, nell’unità della fede.

 All’interno della chiesa si trova un’altra soglia, diversa da quella che sta all’ingresso. È quella che segna l’inizio del presbiterio. In questo punto ci sono le balaustre e termina la navata. Ai due lati, sono ritratti due santi: a sinistra, San Giovanni Battista; a destra, S.Anna con in braccio Maria e Gesù, entrambi bambini. Su questa soglia è bene soffermarsi un momento, ed approfondire.
Se la navata contiene il popolo di Dio che si raduna e va incontro a Dio, il presbiterio presenta alcuni segni che indicano il modo in cui Dio va incontro al suo popolo ed entra nella storia. Tra questi, in particolare, vi sono l’ambone e l’altare.

L’ambone è il luogo da cui si proclama la parola di Dio. Dio ha sempre parlato agli uomini, ha loro chiesto e li ha consigliati, li ha educati, li ha condotti per mano, ha consegnato loro la sua sapienza e il suo cuore, li ha fatti partecipare del suo mistero.

L’altare è il luogo del sacrificio. Dio non si è limitato a parlare, non si è limitato a consegnare la propria sapienza, la propria buona parola, ma ha consegnato se stesso. La parola si è incarnata: Cristo è il Verbo incarnato, è Dio che ha dato se stesso, consegnandosi pienamente nelle mani della storia e degli uomini.

Ora, questi due santi, Anna e Giovanni Battista, collocati in questo preciso luogo, ci dicono e ricordano esattamente questo. Come?
Il Battista è l’ultimo profeta. Prima di lui una lunga schiera di profeti che discende dall’intera storia di Israele ha ricordato, mostrato, proclamato la parola di Dio. Giovanni Battista è il profeta che non solo ha annunciato ma ha anche potuto vedere colui che è stato annunciato dai profeti. È lui che ha potuto indicare a dito e incontrare il Messia. Nel piccolo cartiglio in cima alla piccola croce sono riportate le sue parole: Ecce Agnus Dei, Ecco l’agnello di Dio (Gv 1,36) e in braccio mostra proprio l’agnello che prefigura il sacrificio di Cristo.
Di fronte, sul lato opposto, Sant’Anna è la madre della madre di Dio. Qui regge in braccio la figlia Maria e il nipote Gesù: un evidente anacronismo, ma la tradizione ha sempre avuto cara quest’immagine capace di rimarcare la genealogia di Cristo, di rimarcare che l’umanità di Dio è fatta di sangue e di midollo, di cordone ombelicale legato alla profonda radice di Israele.
San Giovanni da un lato e Sant’ Anna dall’altro ci introducono al mistero dell’incarnazione. Lì, uno di fronte all’altro, ricordano sia l’attesa dei profeti rimasta accesa nei secoli sia la genealogia della carne scaturita dalle viscere della storia. Ricordano che Dio non è rimasto nascosto: prima si è consegnato nelle parole dei profeti e poi si è consegnato nella carne, fino al sacrificio. Il verbo e la carne. Ecco cosa ci dicono quei due dipinti, ecco cosa segna quella soglia: il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14).

(continua)

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