Ars naturaliter christiana – 2

Liturgia, Cosmo, Architettura
a proposito del ridisegno dell’area presbiterale nella chiesa madre di Sancipirello (PA), parrocchia di Maria SS. Immacolata, diocesi di Monreale

Il paese di Sancipirello va visto dall’alto. È così che si vedono le sue strade a scacchiera e la sua collocazione alle pendici del monte Jato, nell’entroterra palermitano. Il paese è sorto nel 1838 per ricostruire in luogo sicuro l’abitato di San Giuseppe Jato disastrato da una frana. È dall’alto che lo sviluppo urbanistico di Sancipirello mostra ancora la traccia della volontà di disegnare il paese come una piccola città ideale a pianta quadrata con un reticolo ordinato di strade e piazze. Ed è sempre dall’alto che si vede la chiesa di Maria SS. Immacolata stagliarsi a forma di croce sulla piazza principale. Orientata come le basiliche costantiniane di Roma, la porta della navata principale apre ai raggi del sole all’alba del 25 dicembre: il sacerdote alza il calice e il pane verso la Janua Coeli nel giorno in cui la luce segna la vittoria sulle tenebre. Il cosmo partecipa della liturgia attraverso l’architettura.

Liturgia, Cosmo, Architettura è il libro di Ciro Lomonte e Guido Santoro (Cantagalli, 2009) che presenta l’intervento che ha ridisegnato l’area presbiterale nella chiesa madre di Sancipirello, parrocchia di Maria SS. Immacolata. I due architetti, infatti, sono stati chiamati per completare questa chiesa. Chiesa costruita nell’arco di circa cent’anni, maestosa con il suo impianto basilicale composto da transetto e tre navate, ma rimasta spoglia e incompleta nell’arredo architettonico per il culto.

Oggi, con i lavori dell’area presbiterale completati, quando si entra, è la grande croce collocata al centro della zona absidale a dare la direzione: si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto a me (Gv 12,32). Le navate diventano cammino verso Dio. E, sotto la croce, Dio si rende visibile nel sacrificio eucaristico, nel pane e nel vino consacrati sull’altare.

Ecco come S. Ambrogio descrive questo cammino, quasi come un’attrazione, verso l’altare: “dovete quindi accostarvi all’altare. Avete cominciato ad avvicinarvi, vi hanno guardato gli angeli, vi hanno visto venire… Anche gli angeli restano ammirati. Vuoi sapere cosa ammirano? Ascolta l’apostolo Pietro: ci dice che a noi sono state concesse cose che anche gli angeli desiderano vedere… cose che occhio non vide, né orecchio udì, le cose che Dio ha preparato per quelli che lo amano… Venivi dunque spinto dal desiderio, poiché avevi visto una grazia così grande, spinto dal desiderio venivi all’altare, perché sapevi che avresti ricevuto il sacramento… L’altare è l’immagine del corpo, e il corpo di Cristo sta sull’altare” (De sacramentis, IV, 5-7).
Croce e altare sono intimamente legati. L’arco trionfale, nell’intradosso, è caratterizzato da archetti concavi, a loro volta incorniciati da una trina di archetti ulteriori. È un rimando alla cortina della tenda del convegno che Mosè tese davanti all’arca dell’Alleanza. Allo stesso tempo, l’altare posto proprio sotto l’arco trionfale mostra che non c’è più luogo segreto: il velo del tempio è squarciato, Dio si dona fino alla nudità della croce.

L’ambone, collocato sul lato destro, è luogo dove il vangelo è proclamato. E poiché il Verbo si è consegnato fino a incarnarsi, morire e risorgere al terzo giorno, uno è l’annuncio che non può andare perduto: “Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo”. Per questo l’ambone, come da tradizione, ricorda il sepolcro vuoto: il diacono che canta l’Exsultet nella veglia pasquale rappresenta l’angelo che dà l’annuncio della risurrezione di Gesù alle donne che giungono al mattino dopo il sabato per ungere il corpo del Signore.

La forma della chiesa segue la liturgia, e la liturgia mostra l’azione salvifica di Dio nella storia degli uomini. Passato, presente, futuro con tutta la loro forza magmatica e centrifuga trovano unità in Cristo, Signore del tempo, l’alfa e l’omega, il principio e la fine (Ap 21,6); nella sua incarnazione e risurrezione ogni momento è abbracciato. Il presente della liturgia è presenza di Cristo: la liturgia infatti può dire hodie, oggi, ed esprime nell’hodie la pienezza del tempo salvifico che viene offerto da Dio in Cristo. E attraverso il dono dello Spirito Santo la memoria di ciò che non c’è più e l’attesa di ciò che non è ancora, così come i molteplici luoghi, tutti, fino a quelli più sperduti, trovano unità e fondamento in quel hodie.

L’Apocalisse, che è il libro liturgico per eccellenza, ci conduce nella celebrazione del dies domini, ci parla di questa pienezza del tempo, e del suo essere già e non ancora, di una definitività a cui ogni uomo è chiamato a partecipare e che ha già avuto inizio in Cristo. E il libro dell’Apocalisse è matrice fondamentale delle forme di questo presbiterio: in alto, la volta del cielo si apre in una stella a dodici punte e si fa profonda nella luce dell’oro attraverso sette gradini, che è numero simbolo di pienezza. Il dodici richiama i dodici apostoli e i dodici patriarchi, le dodici fondamenta e le dodici porte della Gerusalemme Nuova. La stessa forma quadrata in cui è inscritta la stella anticipa l’immenso cubo della Gerusalemme Nuova che giungerà dall’alto: il quattro è segno della terra e il cubo prefigura il compimento di quanto è terreno. La stella a dodici punte della cupola si riflette nel pavimento di marmo, due volte: dodici più dodici. Come i vegliardi descritti nell’Apocalisse: tutta la storia, l’antica e la nuova alleanza, patriarchi e apostoli sono radunati attorno all’altare (Ap 4,4).

La Chiesa, che secondo Gregorio Magno vive nel tempo dell’aurora dove luce e tenebre si mescolano, apre le porte delle sue navate al sole che sorge e ci conduce, dalla soglia del già e non ancora, verso i cieli nuovi e la terra nuova.

La pubblicazione Liturgia, Cosmo, Architettura presenta, anche tramite molte foto, tutti gli interventi che sono stati fatti: dalla risoluzione delle infiltrazioni d’acqua per risalita capillare alla collocazione della nuova sacrestia nella profondità della zona absidale, dalla sede del celebrante al leggio, dall’uso della luce alle geometrie dell’ornamento. Ogni particolare è stato concepito per servire la liturgia, ogni scelta partecipa della dinamicità di un popolo in cammino verso la Trinità.

La lettura del libro, che si avvale anche di un illuminante saggio introduttivo di Padre Uwe Michael Lang, conduce nella spiegazione di ogni particolare. Ma di questo intervento, tre sono i punti che vorrei ancora sottolineare, tre valori cruciali per cui la Chiesa di Sancipirello può essere presa come caso esemplare.

1. La chiesa è stata costruita dalla sua comunità: inizialmente, ancora nel secolo scorso, portando lì le stesse pietre che servivano per costruire i muri e, in tempi più recenti, permettendo all’arciprete Don Renzo Cannella di raccogliere man mano le offerte necessarie per avviare i recenti lavori. In questo modo chi progetta e costruisce risponde direttamente alla comunità. Se guardiamo alla storia delle comunità cristiane, questo modo di procedere può sembrare una ovvietà. Eppure, se guardiamo ai giorni nostri, i casi più problematici dell’architettura sacra nascono proprio da uno scollamento tra comunità e progettualità. Sancipirello è un esempio attuale della modalità in cui le comunità cristiane hanno saputo creare e mantenere, nel corso dei secoli, quasi per intero, il loro patrimonio culturale.

2. La comunità non ha preteso di sostituirsi alla competenza del progettista, ma ha sostenuto quel progettista capace di esprimere un linguaggio architettonico condiviso. Linguaggio che non può che essere generato dalla lingua prima, fondativa e comune propria della Rivelazione. L’opera che voglia definirsi cristiana non può sottrarsi alla parola di Dio che ha preso dimora tra gli uomini. Ed è nel rispetto di questa comunione che possono essere accolti la singolarità della capacità creativa e l’influsso particolare del genius loci. A loro volta, seguendo il percorso inverso, creatività e luogo con la loro singolarità risalgono al linguaggio condiviso dalla comunità e lo arricchiscono, affinché non ci sia appiattimento nella reiterazione del “già detto”. La tradizione deve nascere continuamente dalla vita.

3. Il problema di ogni comunità cristiana è che rischia di essere analfabeta. Di quella lingua prima, materna che è la Rivelazione, poche sono le parole conosciute. E anche l’arte cristiana risulta muta se manca quel codice comune. Per questo è da salutare con gratitudine una pubblicazione come questa che si concentra proprio nel far comprendere il legame tra le forme architettoniche e la liturgia. Ogni comunità dovrebbe averne almeno una che entra nello specifico della propria chiesa. Proprio come impegno pastorale. Perché se la liturgia si rispecchia nell’architettura, questa una volta riconosciuta e percorsa assume un valore sacramentale e, attraverso una mistagogia, conduce a riscoprire la bellezza della fede cristiana.

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Ciro Lomonte – Guido Santoro, Liturgia, Cosmo, Architettura, Cantagalli, Siena, 2009, pp. 80, 26 tavv. col.

Alcune pagine iniziali del libro possono essere lette sul sito Il Covile.

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7 pensieri su “Ars naturaliter christiana – 2

  1. Non si può che ringraziare l’arch. Lomonte per questa opera d’arte liturgica.
    Immagino che le foto per forza di cose non rendano appieno l’appropriatezza del lavoro. Questo scarto tra il mezzo ed il “faccia a faccia” mi permette di esprimere una piccola perplessità a proposito dei rapporti tra sede e altare.
    La sede è in posizione assiale ed è dotata di gradini, l’altare ne è privo.
    Altrove, e in un futuro che si spera prossimo, si potrebbe ripensare la questione, nel senso della coessenzialità (cfr. Guardini) di altare e gradini…

    L’augurio di un santo Natale per LC e per tutti i commentatori.

  2. Grazie Lycopodium per gli auguri, che ricambio, e per l’osservazione. Ho visto che in altre interventi realizzati, gli architetti Lomonte e Santoro hanno optato per una disposizione non assiale. Immagino che intervenendo bisogna tener conto della struttura già esistente e, nel nostro caso, del modello di questa chiesa che ricalca le madrici della diocesi di Monreale. In ogni caso, spero possano aver modo, nei prossimi giorni, di indicare loro stessi il perché a Sancipirello hanno preferito questa soluzione.

  3. In effetti il luogo merita una visita, ma le foto permettono di cogliere alcuni elementi. L’altare è posto, con l’intero presbiterio, al culmine di cinque gradini: tre più uno più ancora uno. Inoltre esso è il fuoco generatore della stella a pavimento.
    La sede ha un proprio podio sollevato di altri due gradini, per essere visibile dalla navata, ma senza enfatizzarne il ruolo. Vanno tenute presenti le proporzioni dell’edificio. Navata e presbiterio, insieme, sono lunghe 47 metri, il presbiterio nella sua sistemazione attuale 9.
    Abbiamo scelto una soluzione “monastica”, disponendo molti stalli, per concelebranti e accoliti, sulla parete che divide il presbiterio dalla retrostante sacrestia.
    La cappella del SS. Sacramento si trova nella cappella absidale adiacente.
    Sul fatto che Guardini amasse la coessenzialità di altare e gradini abbiamo qualche dubbio, essendo egli un propugnatore dello “spazio universale”, con la mensa al centro di una distribuzione avvolgente.
    Riteniamo più efficaci ed utili per la ricerca architettonica le riflessioni di un altro teologo appassionato di liturgia, Joseph Ratzinger, raccolte in numerosi saggi. In particolare attendiamo che il parroco si decida a collocare un crocifisso sull’altare.

  4. Anch’io preferisco “I santi segni” a “Lo spirito della liturgia”.
    A Lycopodium e LC auguro di continuare nel 2010 ad aiutarci con lo stesso garbo nella nostra ricerca.

  5. Tra le note sul restauro contenute nell’introduzione alla mostra “Crucis Mysterium” c’è questo CORAGGIOSO intendimento: “La tovaglia dovrà evocare una sindone sepolcrale, cioè avere la forma di un lenzuolo che penda dai lati e non di una tovaglia da mensa”.
    E’ stato già posto in essere?

  6. Cerchiamo di ottenere questo risultato in tutti gli altari che abbiamo realizzato.
    Nel caso di Sancipirello, è stata impiegata una tovaglia di lino. Sui due bordi che pendono verso il basso è stato eseguito a mano – con la tecnica dello “sfilato di Sicilia” – un disegno che riprende il motivo della stella a dodici punte e delle trame decorative del presbiterio, in modo da armonizzarsi con l’architettura.
    Le foto si trovano nel libro.

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