Pellegrini nel mondo verso la bellezza infinita

Riporto qui un commento di Pietro De Marco al discorso rivolto da Benedetto XVI agli artisti il 21 novembre 2009.  L’articolo è tratto dal blog Settimo Cielo di Sandro Magister.

Mi pare un buon inizio per continuare poi la riflessione.

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1. In pagine essenziali dedicate alla croce e alla nuova estetica della fede l’allora cardinale Joseph Ratzinger (”Ferito dal dardo della bellezza”, in “Il cammino verso Gesù Cristo”, 2003) rifletteva sul contrasto tra il salmo 44 (“Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo…”) e Isaia 53, 2 (“Non ha bellezza né apparenza…”), nel percorso della liturgia delle ore della settimana santa.

La manifestazione del Figlio è nella bellezza o nella iniquità? La bruttezza del volto irriconoscibile conduce alla Verità? La realtà non è forse iniqua ?

Rispondeva Ratzinger che la Rivelazione è proprio nella dialettica dei due volti.

Infatti, senza la bellezza, l’irriconoscibile uomo dei dolori non è trasceso nel Risorto. La sola iniquità della Croce, come la sola bruttezza del mondo, sarebbero dunque menzogna. Ma proseguiva: “E’ un trucco astuto della menzogna quello di presentarsi come l’unica verità, quasi che fuori e al di là di essa non ne esista alcun’altra. Soltanto l’icona del Crocifisso, in sé aperta alla resurrezione, è capace di liberarci da quest’inganno, oggi così prepotente”.

Nel discorso della Cappella Sistina agli artisti papa Benedetto ha come ripreso ed esteso quelle sue note precedenti il pontificato. L’arte scuote, ferisce “come un dardo”, fa soffrire, risveglia l’uomo “aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” e, richiamandolo al suo destino ultimo, “lo riempie di nuova speranza”.

In questo senso il papa può evocare il detto di Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare” (in “Le jour et la nuit. Cahiers, 1917-1952″, Paris, Gallimard, 1952). Solo in questo senso, sottolineo, poiché il detto suggerisce più frequentemente ai nostri contemporanei un’altra cosa: che cioè “l’arte deve scomporre e rompere la forma, mostrificare per far vedere, per evitare la distrazione dell’attenzione” (Jonathan Crary, “Suspensions of Perception: Attention, Spectacle and Modern Culture”, citato da Judit Török). Così trovo scritto in apertura di un ciclo di mostre-provocazioni di pochi anni fa, che pretendono astutamente di far danzare la ricerca della verità sul confine della pornografia, dell’autoerotismo, dei travestimenti di identità, dell’estetica del nulla.

Per Benedetto, invece, in questa pratica che si vuole “abbagliante fino allo stordimento”, priva di trascendenza, coltivata sull’onda di rivolte filosofiche esauste, questo tipo di arte “imprigiona [gli uomini] in se stessi, e li rende ancora più schiavi, privi di speranza e di gioia”. Da qui si capisce, ad esempio, il senso e il fallimento dell’installazione di Mark Wallinger nella cripta del Duomo di Milano: a partire dalla presunzione-illusione dell’artista e dei suoi committenti ecclesiastici di educare la nostra attenzione all’Incarnazione di Dio con una estetica del nulla.

2. Contro l’abitudine di tanti artisti e del loro pubblico a subire questa ideologia dell’abietto, e di certi teologi ad autenticarla evangelicamente, Benedetto XVI ripropone la “via pulchritudinis”, ossia “una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica”.

La proposta è rivolta anzitutto agli artisti, che capiscono perfettamente cosa sia “pulchritudo”, anche se la rinnegano. Il papa fa perno su “Gloria” di Hans Urs von Balthasar: “La bellezza ha preso congedo dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione”. Nell’annunciare agli artisti la ricchezza e la necessità del dialogo con la Rivelazione, troviamo dunque un invito a non avere paura. E la “paura” da superare non è quella per l’abisso della perdita, dello smarrimento, che anzi l’artista ama mettere in scena. È, al contrario, la paura della bellezza. “Non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare […] con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita!”.

Questa realtà pellegrinante verso la bellezza è la Città di Dio, che ha convocato molto presto gli artisti a sé, e che gli artisti hanno servito ed esaltato. Ed è il rifiuto, la lotta contro la Città di Dio, a servizio di altre Città o del solo artista, che ha portato l’arte occidentale, oggi non ieri, a subire “la legge della formazione degli idoli”, secondo la formula di Hans Sedlmayr nel suo “La rivoluzione dell’arte moderna” (1955).

L’arte si è piegata a più idoli prima deificandosi e poi, consapevole della impossibile autodeificazione, perdendosi, abolendosi. Si finge onnipotente mentre celebra l’assenza di speranza, il negativo, la polvere.

Il gioco disordinante e maligno del “trickster” (studiato da Arpad Szakolczai, in “Sociology, Religion and Grace”, e da Agnes Horvath) si nega alla grazia. L’artista libero dalla bellezza è irretito da se stesso (il Gehlen di “Quadri d’epoca”). Il dis-ordine ferisce l’uomo con un dardo mortale (Christopher Alexander, Nikos Salíngaros).

Questa funzione “perturbante” dell’arte apre solo illusoriamente al sacro; lo falsifica e infine lo allontana. Gioca, sguazza nella partita anticristiana dell’umano degrado e della sua paradossale assolutizzazione. E illude l’artista.

3. Si discute in queste settimane nella Roma cattolica sulla differenza tra arte convocata al dialogo e arte guidata ad edificare il tempio cristiano e decorarne le pareti. Fasi diverse, certo, ma una sola realtà; e concordo con quanto scrive Lucetta Scaraffia su “L’Osservatore Romano” del 22 novembre. La intercomunicazione tra le arti e la Città di Dio è certamente preliminare alla urgente ricerca di una nuova e migliore arte sacra. Se le chiese hanno bisogno della visibile bellezza, è altrettanto evidente – anche se non è stato così negli ultimi anni – che l’artista non può veicolare negli spazi sacri dei surrogati del divino, degli idoli del non-senso o dei simboli di “decostruzione” umana e cosmica, ossia il brutto che si oppone alla “pulchritudo”.

Ma vi è un momento che precede, e che è più vasto delle ragioni immediate del dialogo e della collaborazione, fosse pure il grande progetto del padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia del 2011.

In papa Benedetto la convocazione degli artisti è anzitutto l’annuncio all’arte di una salvazione delle sue grandezze e miserie e dei suoi stessi dèmoni, nella loro ricomposizione sotto la “bellezza infinita” dell’ordine cristiano di senso.

La oggettiva presenza della Santa Sede a Venezia prenderà, quindi, significato se eviterà di confermare il rapporto tra chiesa e artisti a criterio variabile o senza criterio del passato recente, se cioè accoglierà artisti che non siano sacerdoti del trash e della cieca performance, senza trascendenza, fosse solo per sudditanza alla maniera e ai mercati artistici.

Le “contrade dell’a-significante, dell’a-soggettivo e del senza-viso” (Deleuze e Guattari) sono ancora le utopie giustificative, gli approdi promessi di molte arti. Non debbono più contare su una confusa indulgenza.

Mancare di capacità critica non è conforme all’intelletto cristiano. Al “noi abbiamo bisogno di voi” del messaggio del Concilio Vaticano II agli artisti va articolato un coraggioso, non meno vero, messaggio della Chiesa cattolica: “voi avete bisogno di noi”, di noi portatori della fedele trasmissione della Rivelazione cristiana. Una bellezza che i “tagli” di Lucio Fontana da soli, e per il solo fatto di essere spiragli, non lasceranno mai intravedere.

(Di Pietro De Marco, Firenze, 22 novembre 2009).

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4 pensieri su “Pellegrini nel mondo verso la bellezza infinita

  1. De Marco spreca un sacco di parole invece di dire chiaro e tondo che l’ unica bellezza che conta per il Cristianesimo è lo sguardo di Madre Teresa di Calcutta. Tutto il resto, compreso il ricevimento con qualche ricco a spasso per il Vaticano, sono argomenti da aperitivo.

  2. Grazie Carlo (l’ho visto solo stasera, questo è un blog lento).

    Zadig: su aperitivi, brochure, comunicati stampa e ogni sorta di paratesto sono d’accordo, anche perché ho già prodotto parecchia “letteratura” sull’argomento.
    Sul fatto che la bellezza vada mostrata sono pure d’accordo. Ma della bellezza dobbiamo anche render conto, soprattutto in tempi barbari.

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