14 opere dal titolo “Via Crucis” di Frank Stella

Allora Frank Stella ha realizzato una serie di 14 opere dal titolo “Via Crucis”. Una scelta apprezzabile, non fosse che, invece di rimanere appese nel suo studio, pare siano destinate alla chiesa romana di Tor Tre Teste, quella progettata da Richard Meier. Ecco due foto di queste pezzi d’arte fatti di metallo attorcigliato. frank stella 1 frank stella 2 Secondo me queste opere non possono essere collocate in una chiesa. Semplicemente perché sono iper-devozionali. Una devozione che nasce da un percorso personale, intimo, unico, magari anche autentico, ma che rimane fondamentalmente insindacabile quanto incomunicabile. L’arte cristiana riconosce un lessico comune che definisce la stessa comunità cristiana.  La creatività dell’artista, quindi, esercita una libertà che riconosce un’appartenenza: non è arbitrio, ma riconosce alla comunità cristiana la libertà di partecipare dell’opera artistica. Alla base di questo lessico comune c’è una consegna ricevuta, condivisa, annunciata: il Verbo di Dio si è fatto carne. L’arte cristiana è parola seconda che si fonda, non su un sentimento da inseguire lungo le curve del Calvario, né su un’idea brillante o una necessità incombente, ma sulla rivelazione di Dio in Gesù di Nazaret. Fin dal principio del cristianesimo, la rappresentazione iconografica ha direttamente a che fare con la retta fede nell’incarnazione del Verbo di Dio. La pratica della via crucis non può astrarsi fino a perdere la parola, la storia e il corpo. Altrimenti non è più via crucis ma via degli affetti, devozione emozionata che rimane al massimo espressione di una soggettività autoreferenziale. Ma penso si possa fare anche una considerazione di carattere più ampio. Frank Stella è un artista rigoroso. Tutti ormai abbiamo letto su wikipedia quella sua frase “nei miei lavori esiste solo ciò che si può vedere”. Questo principio, o perlomeno questa asserzione, esprime bene il suo minimalismo. Minimalismo raggiunto per astrazione: non c’è più rappresentazione, che è pur sempre una finzione, un mondo ricostruito, una proiezione, ma tutto viene man mano sottratto. Rimane solo il segno puro nella sua matericità che rimanda, o pretende di rimandare solo a se stesso. L’arte astratta infatti è concretissima. Un peso che, anche se leggero come un segno, rimane comunque un peso che non si alza da se stesso. L’astrazione è una delle vie che l’arte negli ultimi due secoli ha intrapreso per perseguire un ideale di purezza e di originarietà. L’arte negli ultimi due secoli ha fatto di tutto per sapersi sciolta dalla storia, dalla tradizione, dal saper fare. L’arte ha da essere pura e assoluta. E quando la storia ha l’ardire di perdurare, è sfregiata o derisa; mai essa potrà più ergersi a modello. L’arte, e quindi l’artista, ha da essere il principio. Se perseguìta con rigore, l’astrazione permette di distruggere ogni segno, di scomporre la materia fino a tritarla, fino a ritrovare un segno puro, un nuovo concreto, una materia disposta a un nuovo inizio. L’astrazione qui non si eleva dal singolare all’universale, ma pretende di restituire l’idea concreta. Ogni artista diventa un piccolo demiurgo. In architettura, giusto per fare un esempio, il cemento è immagine, è materia iconica (diciamo così) della potenza dell’astrazione: la forza di una materia senza memoria pronta a tutto. Il fatto è questo. Che questo tipo di astrazione gioca al ribasso, fino a ritrovarsi con un punto, una linea, una superficie. Da piccolo demiurgo l’artista qui pensa di trovarsi all’origine, di dominare sugli elementi primi, di poter iniziare a creare e dare il nome alle cose. Ma tutto quello che riesce a fare è mettere un punto vicino all’altro, una riga vicina a una macchia, un colore vicino a un’altro colore. Magari riesce anche a ritrovarsi tra le mani alcuni sprazzi di emozioni che saltan fuori dalla tela, ma non crea nulla che sia vita. Questa deve essere sempre presupposta, perché precede l’onnipotenza dell’artista. La vita non sorge per incastro. Piuttosto, il piccolo demiurgo è condannato a vederla morire. Insomma, per tornare alla nostra via crucis, Frank Stella con la sua astrazione si è guadagnato la sua materia prima, il suo concreto, le sue linee, i suoi punti e le sue superfici. Ma per quanto le incastri, quelle ricomposizioni rimangono estranee alla vita, alla parola, al corpo, alla storia.

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13 pensieri su “14 opere dal titolo “Via Crucis” di Frank Stella

  1. sì, però (e scusa il calambour) l’arte astratta non si può giudicare astrattamente. Esempio: hai certamente presente le vetrate di P. Costantino Ruggeri, roba che se le vedi su di un catalogo dici: ma che roba è? Poi invece le vedi al Divino Amore e capisci.
    e se fosse lo stesso anche per la Via Crucis di Stella?

  2. Non entro nel merito delle vetrate di P. Costantino e comunque secondo me tu hai detto bene, ma proprio perché hai detto bene rimane problematico. Mi spiego.

    Dalla macchia, dallo sgorbio, da un filo di ferro, si può poi arrivare a capire che è altro. Sono d’accordissimo. Il fatto è che rimane un “altro”, rimane un “altro” atematico. Siamo tutt’al più al quel solito divino numinoso a cui ci ha abituati il ‘900 e che rimane insufficiente se non equivoco rispetto all’annuncio cristiano. Dio si è fatto visibile; rimane un mistero ma il fare artistico deve essere adeguato perlomeno a essere testimone di quella parola data, che a sua volta è corpo.

    Però credo ci sia anche un altro aspetto su questo “altro”. Un aspetto molto drastico e che riguarda direttamente Stella. La via dell’astrazione nel suo rigore vuole giungere a negare l'”altro”. L’astrazione è un percorso che toglie fino a portare il naso su ciò che è solo ciò, e nient’altro. Se vogliamo, non c’è possibilità di distinguere tra il suo filo di ferro e il corpo di Cristo… Stella nell’affrontare una via crucis deve appellarsi a una via misticheggiante. Anzi, escatologizzante.

  3. su questo, in effetti, sarebbe interessante sentire direttamente Stella, che però nell’intervista (non l’ho direttamente qui sottomano ma ricordo) non vuole parlare dei suoi rapporti con la fede.

  4. Se non l’avete letta vi segnalo questa intervista a Stella:
    http://fidesetforma.blogspot.com/2009/06/le-stazioni-informi-della-via-crucis-di.html

    illuminante è questa risposta:
    D: “Si preoccupa di come i visitatori vivranno questa sua ultima opera?”
    R: “Il primo spettatore sono io e posso solo sperare che gli altri ne trarranno qualcosa. Ho sempre creduto nel primato dell’astrazione perchè crea una linea diretta con le mie emozioni e sentimenti. E’ il trionfo della soggettività che poi diventa oggettività per la gioia di altri.”

    Come si vede l’opera non conta in sè, come non conta il pubblico, conta solo la “soggettività2 dell’autore che poi deve diventare “oggettività” e perfino “gioia” per gli altri!!!!

    Già, il nostro artista non è interessato al giudizio del pubblico, perché lui lavora per se stesso, ma non credo che mantenga la sua astrazione al momento del pagamento della parcella. Certo che la storia dell’arte è costellata di artisti con rapporti conflittuali con i loro committenti, anche di lotte feroci tra le visioni dei primi e i desideri dei secondi, ma sempre nell’ambito di una dialettica, di uno scontro, di un “rapporto tra” e non di “un’imposizione a”.

    Qui c’è una visione dell’artista molto simile a quella degli architetti contemporanei e moderni i quali, ancora più paradossalmente perché un architetto senza cliente non può produrre niente se non disegni, da decenni riescono ad imporre la loro personale visione ai propri clienti i quali, altrettanto paradossalmente, risultano il più delle volte insoddisfatti.

    Quanto all’opera in sé io la ritengo, prima che blasfema, banale e sbagliata, perché non si può applicare questo livello di “astrazione” proprio alla Via Crucis, cioè a quel momento della storia in cui, con la morte di Gesù si prepara il momento della salvezza dell’uomo e quindi, più che mai è richiesta figuratività (per rappresentare Dio fattosi uomo tra gli uomini) e non astrazione. Non c’è simbolo, non c’è sacralità, non c’è partecipazione, almeno umana se non religiosa, al soggetto.
    Non essendo io credente posso sbagliare l’aspetto dottrinario ma spero che il senso risulti chiaro. Certamente, l’arte è sempre astrazione, perché comunque coglie di un soggetto certi aspetti invece di altri e li estrapola, li astrae cioè, per esaltarne alcuni e non altri; ma qui non c’è processo di astrazione dal soggetto perché siamo nel campo del design e dell’oggettistica commerciale.

    Quegli appendiabiti, come li definiscono nel blog che vi ho segnalato, potrebbero trovarsi in mostra in una vetrina di casalinghi o oggettistica e non raccoglierebbero l’attenzione che hanno per essere capitati (per errore) in una chiesa. Certamente costerebbero molto di meno e potrebbero servire per un regalo inutile sotto le feste di Natale.
    Saluti
    Pietro

  5. Mi piace questo attacco all\’astrattismo su questo piano.
    In fin dei conti, l\’astrattismo non è che un derivato dall\’estetismo (e quest\’ultimo è un derivato da una scissione profonda del linguaggio artistico, a mio avviso determinato dalla perdita della dimensione metafisica, se posso esprimermi così. Arte concettuale ed arte astratta sono derivati da tale scissione).
    Stella stesso chiarisce di che si tratta nella frase che hai citato:
    “nei miei lavori esiste solo ciò che si può vedere”.
    Usando una terminologia di Hjelmslev (che uso sempre quando parlo di linguaggio), si potrebbe dire che, nell\’astrattismo, ogni aspetto si appiattisce al \”piano dell\’espressione\”. (laddove nell\’arte concettuale tutto si appiattisce di fatto sul \”piano del contenuto\”).
    Non saprei bene come collegare queste mie sporadiche e contestabili asserzioni al tuo discorso, ma mi pare ci sia un legame fra esse.

  6. In effetti il “liturgico” (in questo caso para-liturgico) dovrebbe contemplare la perfetta corrispondenza tra l’espressione e il contenuto, tra il rito e l’Evento: “cosi udimmo, così vedemmo, nella dimora di Dio” (lo slogan del Niceno 2°).

  7. Grazie per questi ulteriori interventi: dapprima quindi ci sarebbe la presunzione di una soggettività assoluta (come descritta da Pietro Pagliardini), a questa si aggiunge la pretesa che solo l’espressione possa darsi (Biz).
    Mentre l’esperienza cristiana testimonia l’umano ravvisabile in una “distanza appropriata” (ovvero capace di render conto di tutta la ricchezza dell’esperienza umana) tra soggetto e oggetto, espressione e contenuto, rito e evento (Lycopodium).

  8. Che meraviglia questo sito! Me lo aveva segnalato tempo fa Biz, ma non ero ancora venuto a visitarlo.

    Purtroppo capisco poco del linguaggio “tecnico”, ma colgo il senso del discorso.

    Mi ha colpito moltissimo la frase Alla base di questo lessico comune c’è una consegna ricevuta, condivisa, annunciata: il Verbo di Dio si è fatto carne. L’arte cristiana è parola seconda che si fonda, non su un sentimento da inseguire lungo le curve del Calvario, né su un’idea brillante o una necessità incombente, ma sulla rivelazione di Dio in Gesù di Nazaret. Fin dal principio del cristianesimo, la rappresentazione iconografica ha direttamente a che fare con la retta fede nell’incarnazione del Verbo di Dio.
    e mi interesserebbe capirla bene.

    Per provare a capirla parto dalla devozione. In apertura dicevi che l’opera è “iper-devozionale”. Ho capito il senso del discorso, ma mi chiedo quanto si possa parlare qui di devozione. Ho l’impressione che il termine abbia preso una connotazione quasi solo negativa. Se leggiamo l’inizio della Filotea di Francesco di Sales, dove si spiega sul termine, non so quanto si possa considerare “incomunicabile”. Per definizione stessa, mi sembra che la devozione debba avere comunque qualcosa di condiviso.
    Quindi, ribaltando il discorso mi chiederei piuttosto quanta devozione l’autore possa avere messo in quest’opera (che non vuol dire che lui la devozione non l’abbia, semplicemente che magari non la mette nel suo lavoro artistico).

    Domando poi: ci sono anche interventi su altre arti oltre che su architettura / pittura e scultura? Io faccio il grafico e disegno caratteri tipografici. La tipografia è un’arte applicata, ma ha delle affinità con l’architettura. Mi interessa capire queste cose per migliorare il mio atteggiamento nel lavoro… :-)

  9. Mi sembra che tu abbia sintetizzato bene. Devozione indica un rapporto personale, e in quanto personale contiene una singolarità. Nulla contro questa soggettività se riesce a essere intonata a un sentire e a un linguaggio più ampio. Se la singolarità invece pretende di farsi unità di misura non può esserci alcuna risonanza: rimane lì totalmente muta e equivoca. E un tale esito non rende testimonianza della rivelazione e ancor prima del dato antropologico e filosofico che evidenziano facoltà e contenuti comuni, e molti principi imprescinibili.

    Per quanto riguarda i caratteri tipografici ricordo testi molto interessanti sul sito Il covile (vedi link).

  10. Dimenticavo: iper-devozionale intendenderei proprio il lavorare su una soggettività talmente sovraesposta da produrre opere che non ofrono una relazione se non equivoca e quindi alla fine incomunicabile.

  11. Molte grazie per la segnalazione. Mi era già capitato di visitare il Covile. Non so se siano le pagine a cui ti riferivi, però le riflessioni sulle scelte tipografiche che fa qui http://www.stefanoborselli.elios.net/ragguaglio.htm
    hanno un problema simile a quello che evidenziavi in architettura riguardo a quell’approccio che riferisci per la Chiesa del Sacro Cuore di Houston.

    Laddove non c’è questo “soggettivismo artistico” che per l’arte sacra hai indicato con la parola “iper-devozionale”, c’è una riscrittura di modelli storici che però non si attualizza attraverso quell’aspetto di “vero vissuto del momento presente” (e sofferenza dello stesso) a cui accennavi.

    Resto però dell’idea che il termine “devozionale” non renda bene il concetto che dobbiamo esprimere, perché secondo me non è possibile una devozione “individualistica chiusa”. Se c’è la devozione (che Francesco di Sales identifica con l’incendio, se la fede era la semplice fiamma), allora c’è già la comunione.

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