Cemento vivo

La chiesa progettata da Fuksas e costruita a Foligno vedrà domenica prossima la propria dedicazione a Dio. Con questa liturgia quell’edificio viene contraddistinto dagli altri. Il Vescovo imprimerà dei segni e la liturgia affermerà che quei piloni di cemento non sono solo cemento ma si elevano a una realtà vivente.

Le pareti e il popolo dei fedeli saranno asperse con l’acqua benedetta, ricordo del battesimo, segno di trasformazione, di una nuova vita in Cristo che fa nuove tutte le cose.

L’altare sarà unto con l’olio così come i piloni portanti dell’edificio. L’olio deriva dall’ulivo segno di pace che si riversa sull’umanità dopo il diluvio. Ed è’ segno di amore profuso, come Maria di Betania ai piedi di Gesù. E’ segno di conferimento di grazia e perfezione. Domum Dei decet sanctitudo: Sponsum eius Christum adoremus in ea. L’olio è segno nuziale tra Cristo, lo sposo rappresentato dall’altare, e la sua sposa la Chiesa, indicata nell’edificio.

Ci sarà il segno dell’incenso che riempirà tutto lo spazio come ovunque si spanderà la fragranza di Cristo.

Ci sarà il segno della luce con le candele sopra l’altare, perché come risplende la luce di Cristo così la verità illumini ogni cuore.

Questi sono alcuni dei segni che la liturgia della dedicazione prevede e che ci indicano come l’edificio stesso sia  segno visibile del mistero di Cristo e della Chiesa. E lo dovrà essere anche quel cubo di cemento che ha concepito Fuksas.

“Voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (Lettera di Pietro 2,5). Se la Chiesa è testimonianza di un rapporto vivo, l’errore più grande è pensare che quella chiesa possa dirsi finita. La dedicazione stessa ci dice di una trasformazione che non potrà non coinvolgere quel monolite. E’ un cubo, bene: la comunità lo prenda in consegna, e nel tempo chiami altri a lavorarci, a ricrearlo con se stessa. E lo potrà fare sapendo di andare incontro a colui che fa nuove tutte le cose. Un cubo è anche la Nuova Gerusalemme.

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27 pensieri su “Cemento vivo

  1. Grazie Donmo, sono contento che forse qualcosa sono riuscito a trasmettere. E’ l’unica speranza che vedo. Del resto Dio non procede per palingenesi. Altrimenti saremmo finiti da un pezzo. In effetti mi sento più a mio agio non nelle aule concentriche ma in quelle rivolte verso un abside, proprio perché in questo modo il cammino della comunità viene esplicitato in modo più consapevole. L’edificio deve esprimere questa unità, questa comunità, in cammino. In cammino nella partecipazione alla creazione di Dio. Figuriamoci se dobbiamo temere il mettere le mani sull’opera di Fuksas.
    Ovviamente ognuno deve esprimere la propria competenza, nel senso della parabola dei talenti, non è che ognuno può dire la sua, solo per il motivo che fa parte di una comunità, altrimenti succede come la torre di babilonia…
    In ogni caso, la storia è piena di esempi di capolavori artistici, complessi, stratificati, grazie proprio a questa partecipazione talentuosa e comunitaria.
    Grazie a te per quel suggerimento di questa mattina.

  2. Non so se è un artefatto delle foto, ma ogni volta che vedo riprodotta una chiesa postconciliare, vedo in realtà solo un’aula, punto e basta.

    Magari poi non è così, vista da vicino. Ma se è così una ragione ci deve essere e non mi basta certo che qualcuno mi dica, anche giustamente, che è la reificazione dell’assemblea liturgica. Questo è diventato un luogo comune, che in quanto tale ha esaurito ogni spinta propulsiva, quella novecentesca del movimento liturgico, intendo.

    Detto questo, dalla mia panca, ho la dubbiosa impressione che anche in questo esempio di chiesa-edificio siamo alle solite: un contenitore (dove l’artista ci mette il suo stile) più uno spazio di raccolta.

    Ma il motivo ontologicamente portante di quella raccolta (e tu sai che parlo dell’altare) non sembra architettonicamente strutturante; struttura al limite l’aula, ma l’architettura semplicemente sembra prescinderne …

    Dico male?

  3. Ma Fuksas è avanti e ha progettato la Gerusalemme Celeste! Non c’è più tempio e altare (se non residuale) perché tutto è tempio e tutto il popolo è pienamente sacerdotale.
    In effetti (a parte le battute e le corse in avanti) anche a me, nel caso di questa chiesa, ha dato la stessa impressione. Ricorda la chiesa di Heinz Tesar a Vienna: non c’è ancora direzione, neppure concentrica, ma dispersione del cammino, senza meta; c’è equivalenza delle parti.

    Ecco, credo che questa chiesa debba col tempo far percepire più adeguatamente il “già e non ancora”. Anche a Foligno sono ancora pellegrini.

    Infatti, a margine, guardavo le belle foto del link. E pensavo: o il fotografo ignora ogni linguaggio e ogni significato proprio di una edificio-chiesa o la chiesa è, anche dal vivo, dispersiva. Le foto si arzigogolano secondo prospettive che interessano solo l’architetto, il designer, il vetrinista. Certo il fotografo e quel sito a questi si rivolgono, ma io temo che sia proprio la chiesa a non manifestare (ancora) una sua “direzione”, un suo linguaggio che in modo più o meno esplicito inviti a un cammino e a un traguardo.

    Altro problema. Più per esperti di materiali. Saran cambiati i tempi, avremo adesso i materiali resistentissimi, ma io ho presente certe chiese fatte in cemento a vista e sono, dopo 50 anni, già rovinate.

    Altro problema, la luce. Se il soffitto è il cielo (una volta si chiamava “volta”..), quei faretti che calano non entusiasmano.

  4. Spero che abbia il tempo, per la tua summa, di consultare questi suggerimenti.
    Fotografia: guarda cosa ho trovato oggi sul web: http://www.meltemieditore.it/PDFfiles/M039.pdf
    Sulla luce: dovrebbe focalizzare e gerarchizzare i poli celebrativi, invece – come i libri di Sandro Benedetti stigmatizzano – si è andati in altra direzione; tiburio e/o ciborio negletti.
    Non mancare di visitare il sito regola.blogspot.com, sugli altri problemi costruttivi; interessante la ripresa anche sul Covile di Borselli.
    Infine: l’escatologismo come padre di tutti i vizi teologico-liturgici …

  5. ottime indicazioni, grazie! c’è anche il link alla preghiera di Langone sul cubo…

    “Spirito che fuggi da Fuksas, sussurra all’orecchio di monsignor Betori che è inutile sprecar incenso per la cosiddetta chiesa inaugurata oggi a Foligno dal noto progettista insieme al suo complice don Giuseppe Russo, acerrimo nemico dell’Incarnazione. Un cubo è un cubo, senza un Crocifisso. E nel cubo di Foligno, per l’appunto, il Crocifisso non si vede. Con le offerte dei cristiani e la distratta approvazione della Cei, Fuksas è riuscito a erigere un tempio a se stesso e al nulla, sinonimi. “Maledetto l’idolo opera di mani e chi lo ha fatto” (Sapienza 14, 8). Non dico altro, Spirito, non sono Dante, non posso mandarli all’inferno. Tu però sì. (Il Foglio, 24 aprile)”

    Io non sono tanto devoto, ma a differenza di Langone, e nonostante Fuksas, credo nello Spirito Creatore.

    la frase dell’escatologismo la metto come headline settimanale.

  6. Mi permetto di fare una osservazione sulla chiesa in continua costruzione: spero che si tratti solo una costruzione spirituale altrimenti, almeno di fuori, non vedo altro che opere di graffitari.
    E comunque c’è anche caso che Fuksas si potrebbe arrabbiare dato che rovinereste il suo minimalismo da inceneritore.
    Saluti
    Pietro

  7. D.O.M.: ormai la chiesa non è più di Fuksas. E vedrai il suo minimalismo quando gli ficcheranno dentro una grotta di Lourdes, il banchetto della buona stampa, i cartelloni dell’ACR. Verranno giorni che dentro ci saranno anche delle persone con cappotti e giacche a vento colorate, fatto che Fuksas non credo abbia previsto, o meglio, minimamente previsto. Insomma volenti o nolenti la trasformazione, la continua costruzione è già in atto. La si può governare o la si può lasciar andare avanti, come direbbe il poeta, alla vacca boia.

  8. Va bene lc, anch’io sono convinto che gli edifici non sono soprammobili che devono essere spolverati e conservati incontaminati come da nuovi. Qualunque edificio una volta costruito non appartiene più al suo autore e comincia a trasformarsi, senza mai essere uguale a se stesso. Basta entrare in qualsiasi chiesa e vedere quante sovrapposizioni di epoche diverse vi si trovano e convivono, senza dire della gente che le anima e le danno vita! Nella mia città più che il Santo Patrono è molto sentita la festa della Madonna del Conforto. Quel giorno una massa incredibile di cittadini, non necessariamente fedeli, si può dire tutta la città, si riversano in Duomo che diventa una piazza al coperto dove, tra una messa e l’omaggio alla Madonna, accade di tutto, proprio come in una piazza durante una festa.
    Certo, in quel momento il Duomo perde un po’ della sua sacralità per diventare il cuore della città, il luogo in cui tutti i cittadini si riconoscono come facenti parte di una comunità, la chiesa, dunque si è trasformata, è diventata altro, ha acquistato anche un valore civile perché vi si riconosce tutta la civitas.
    Però non possiamo aspirare ad avere edifici qualsiasi perché dopo sarà l’uso a modificarli e dar loro un’anima.
    Se fosse così non vi sarebbe architettura e non vi sarebbe arte e civiltà.
    Saluti
    Pietro

  9. Vogliamo smetterla di arrampicarci sugli specchi e dire papale papale perchè Camillo Langone ci sta sulle scatole?…perchè, sul serio, voglio essere illuminata sulla sua eresia, voglio capire in cosa tradisce l’ortodossia cattolica…vorrei sapere se oltre ai toni urticanti e a preferenze politiche non condivise da tutti i cattolici (impossibile!), ci sia qualche cosa di più profondo che fa di lui un cattolico “spurio”, poco raccomandabile..beh si, come dice Zaccheo, il cattolicesimo è sempre più uno spettro che si aggira nel cattolicesimo stesso…e quì i “piccoli” sono sempre più confusi…

  10. @Pietro: hai assolutamente ragione. Semplicemente continuo a sperare anche di fronte all’edificio qualsiasi. Anche di fronte a un cubo dentro un cubo (in-cubo?), non si può invocare la palingenesi, semplicemente perché la storia non funziona così.
    Specifico che non è che conti su un mastro-collettivo (consiglio pastorale?) illuminato, ma sul talento e su una comunità capace di appoggiarlo. Insomma conto, sempre e comunque, speranza contro ogni speranza, sullo Spirito creatore.

    @contento di risentirti Sorannaros: eresia in Langone? no, al massimo pose e furbate, furbate con quel tocco “di chi c’ha il senso della frase”. Ha fatto anche qualche sana lettura, non lo metto in dubbio, il fatto è che la cristallizza in dottrina. Che per S.Agostino è peccato, ma funziona benissimo per fissare scenari di opposizione. Che vanno bene in funzione di polemica politica, ma mi pare spieghino poco le dinamiche chiesastiche. Mi pare molto più interessante chi porta alla luce le sudditanze culturali, che non sono solo da un lato.

  11. Non ho volutamente letto i commenti prima di scrivere il mio, per limitarmi a scrivere un commento al post ed alla quasi-chiesa di Fuksas.
    1. L’opera di Fuksas non è bella, ma il bello è stato estirpato dall’arte contemporanea, figlia del relativismo che ignora la verità e il bene.
    2. guardando le foto dell’opera mi sono chiesto:
    a) dov’è il luogo dell’assemblea, disperso attorno al cubicolo centrale?
    b) qual’è l’orientamento dell’edificio?
    c) il cubicolo interno scende dall’alto richiamando la Gerusalemme celeste, o incombe come un barattolo sul coleottero ignaro della prossima schiavitù?
    3. ho notato che dall’esterno l’edificio è chiaramente identificabile, non passa inosservato e questo è un bene, non mi sembra una costruzione anonima, ma una pietra d’inciampo che non si può scansare.
    4. bisognerebbe vedere la chiesa di persona, per sentire l’edificio e cogliere se ha un anima, la luce interiore, capacità di accogliere e di innalzare, cioè di essere bet-El = porta del cielo, come nel sogno di Giacobbe che viene letto per la consacrazione di una nuova chiesa; mi pare, infatti, che l’altezza interna della chiesa non opprima ma lasci liberi di andare oltre.
    5. i giochi di luce visibili dalle foto sono positivi, ma appunto bisogna vedere di persona.

  12. paolo, secondo me, da architetto intendo, il tuo commento è perfetto salvo in un punto: la visibilità esterna. Quella indubbia visibilità è proprio figlia del relativismo perché, appunto, essendo tutto relativo e non essendoci valori superiori agli altri, ad una Chiesa si può appioppare la poetica dell’inceneritore.
    Anch’io ho la sensazione dalle foto che la Chiesa non tende verso l’alto quanto comunichi un senso di schiacciamento verso il basso, sia nella vetrata d’ingresso sia internamente, con quel cubo incombente che sembra stia per cadere da un momento all’altro.
    Quel cubo non è in alcun modo una cupola, che rappresenta la volta celeste, ma un marchingegno pesante, ancorché sospeso, che opprime e comprime chi sta sotto.
    Insomma, perché i fedeli devono provare una sensazione di disagio e anche di paura?
    Mi sembra che il progettista, forse involontariamente, non so, abbia pensato più al Dio Biblico, che talora è tremendo, più che al Dio cristiano che si è fatto uomo. O forse non ci ha nemmeno pensato e ha fatto una Chiesa come avrebbe potuto fare una sala mostre. Chissà!
    Però le foto possono anche fuorviare e bisognerebbe vederla personalmente.
    Saluti
    Pietro

  13. Pietro,
    grazie, mi piacerebbe vedere la chiesa di Fuksas in tua compagnia e anche di chiunque lo desideri.
    Mi permetto un appunto meramente teologico, da cultore della teologia, non è possibile cristianamente distinguere fino alla separazione e/o contrapposizione il Dio biblico, tremendo perché l’amore-passione per l’uomo ed il mondo da Lui creato è tremendo e ardente, e il Dio cristiano che si è fatto uomo, è morto – disceso agli inferi – risorto pro nobis, percorso dei tre santi giorni molto più tremendo, sconvolgente e fondante perché riguarda Dio stesso. Viceversa si cade o si rischia di cadere nell’eresia marcionita o nel dualismo gnostico.
    Bonhoeffer (teologo protestante impiccato dai nazisti per aver partecipato alla congiura contro Hitler) scrive che nell’AT la benedizione porta alla croce, mentre nel NT la croce porta la benedizione.
    In definitiva per essere cristiano ho bisogno dell’uno e dell’altro Testamento.
    Invece ritornando all’architetto Fuksas, ho sbirciato altre sue opere (dal link iniziale del post) ed ho notato che conosce ed usa le curve, quasi del tutto assenti in questa chiesa, quindi volutamente cubicolare, opprimente.
    Perciò ho l’impressione che ancora una volta sia venuto a mancare la presenza attiva della commitenza, che forse si è limitata a cercare il nome famoso. Un’altra occasione mancata.

  14. Ho sritto qualche cosa anche io in maniera, spero, equilibrata, senza arrivare adire che sono i segni dei tempi, ma, vedendo anche la figura messa alla fine del mio articolo, mi domandavo: San Paolo (la chiesa è dedicata a lui) reggerebbe il modellino di Fuksas?

  15. Grazie anche a questi ultimi interventi e segnalazioni.

    @Donmo: siamo in linea con il Vescovo per quanto riguarda la Nuova Gerusalemme. E’ anche vero che nella visione apocalittica le mura non sono di cemento armato ma risplendono delle dodici pietre (che rappresentano le tribù di israele e che richiamano il pettorale luccicante di Aronne…). Rileggere architettonicamnte oggi questi segni può dare spazio a quel fieri di cui si parlava.
    E se per caso ti capitasse di concretizzare l’auspicio espresso da lycopodium qui sopra… saremmo lieti di aver portato il nostro contributo.

  16. Il vescovo è un fine teologo ma è in diocesi da pochissimo tempo. Come dire: ha sicuramente cercato di turare qualche falla per come ha potuto.
    Comunque, se mai di capitasse di commissionare la costruzione di una chiesa (nella vita non si sa mai) so a chi rivolgermi per una consulenza.

  17. Sull’ultimo numero di Luoghi dell’Infinito (mensile di Avvenire) è da leggere l’editoriale dal titolo “Liberiamoci dal brutto per tornare un Belpaese”. Indovinate chi lo firma? L’architetto Massimo Fuksas!
    Mi spiace non saper mettere in linea questo intervento e così costringere chi lo vuol leggere ad andare in edicola, ma vi lascio il mio commento in forma di preghiera:

    Creatore del mondo
    che hai fatto proprio bello,
    donaci meno progettisti
    che lavorano per committenti e paesaggi,
    e donaci umili artisti
    che creano a sola tua Gloria.
    Oh Bellezza che salverà il mondo, vieni presto.

  18. A me come architetto, storico dell’arte e cristiano, l’opera di Fuskas, non mi convince e non solo in senso estetico ma direi è decisamente al di fuori di ciò che può essere considerato cristiano, e questo ce lo testimonia la parola di Cristo: “Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» Ma egli parlava del tempio del suo corpo.” (Gv 2:19-21). Chiara e vincolante è la relazione tra il corpo di Cristo come uomo divino e il Tempio/Ecclesia. L’edifico ecclesiastico non può essere altrimenti conformato se non come immagine o rappresentazione del corpo di Cristo. Non è quindi una scelta arbitraria dell’architetto che gli edifici ecclesiastici nei secoli prendano a modello prorio il corpo di Cristo, sia nella forma distesa come nelle piante di tipo longitudunale (Basilica Paleocristiana, Duomo e Cattedrale romanico-gotico) sia nella forma in piedi come nelle piante centrali ad andamento verticale (chiesa rinacimentale e barocca). Io penso che questo basti a mettere fuori gioco architetture costruite per celebrare solamente la fantasia addolescenziale degli architetti alla moda.
    E per non dilungarmi troppo sull’argomento chi volesse approfondire sul mio blog “La Capanna in Paradiso” è presente questo articolo.
    http://lacapannainparadiso.blogspot.com/2009/05/riflessioni-sullarchitetura.html
    Un saluto
    Enrico Bardellini

  19. Il modello cui fai riferimento è una certezza.
    Provo a “problematizzare”. Anche il tema del corpo è stato sviluppato in modi molto diversi tra loro. Alcuni più immediati altri più distanti dal modello originario. Ma penso che anche altre “immagini” possano confluire o essere prese direttamente a modello. Purché fondate. Il cubo in quanto Gerusalemme Nuova non lo vedrei del tutto estraneo nella misura in cui richiami un giusto equilibrio tra il già e non ancora, e non compia fughe in avanti o, pericolo più ricorrente, non declini la fantasia arbitraria e solipsistica dell’artista o dell’architetto.

  20. La Croce latina include gia in se l’idea di cubo in quanto è formata dalle facce ribaltate nel piano, è un cubo aperto e riportato allo stato bidimensionale. La bidimensionalità è un’altra fondamentale caratteristica dell’arte cristiana, sia in pittura sia in architettura, tantissimi sono gli esempi, mentre la tridimensionalità è sempre evitata (prospettiva inversa, rifiuto del chiaroscuro e delle ombre, maggiore stilizzazione degli ordini architettonici classici nell’architettura, schematizzazione generale, antinaturalismo, ecc.) perchè vista come parametro del reale. Mentre la bidimensionalità è sempre parametro del mondo spirituale.
    E il cubo aperto allude all’azione salvivica di Cristo che con la sue braccia si espande in tutte le direzioni, e il cubo chiuso invece il suo contrario.
    Inoltre bisogna stare attenti a non farsi suggestionare da superficiali somiglianze, la città celeste, ammesso che sia rappresentabile in termini materiali, viene descritta così “Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte, e alle porte dodici angeli. Sulle porte erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. Tre porte erano a oriente, tre a settentrione, tre a mezzogiorno e tre a occidente. Le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi di dodici apostoli dell’Agnello.” e più avanti “Le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso cristallo. I fondamenti delle mura della città erano adorni d’ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento era di diaspro; il secondo di zaffiro; il terzo di calcedonio; il quarto di smeraldo; il quinto di sardonico; il sesto di sardio; il settimo di crisòlito; l’ottavo di berillo; il nono di topazio; il decimo di crisopazio; l’undicesimo di giacinto; il dodicesimo di ametista. Le dodici porte erano dodici perle e ciascuna era fatta da una perla sola. La piazza della città era d’oro puro, simile a cristallo trasparente.” e tutta questa descrizione insiste non tanto sulla sua forma cubica ma sulla sua leggerezza e trasparenza e specialmente luminosità. Tutti quei materiali stanno a dire che essa è di una luce superiore a qualsiasi materia immaginabile dall’uomo in quanto è la stessa luce di Dio, da sempre simboleggiata in tutta l’arte tradizionale dall’oro. E poi ci sono le docici porte. Io sinceramante non vedo nessun rapporto con un cubo di cemento che per la sua gravità e per l’opacita e la non qualità del materiale, che ricordo è materiale amorfo ottenuto per fusione e solidificazione, secondo me non può altro che esprimere significati negativi, o per lo meno inadatti ad una funzionale rappresentazione di una tematica così complessa e delicata come la Gerusalemme celeste.

  21. Enrico ha pienamente ragione a ricordare che l’unico fondamento dell’architettura sacra cristiana è cristologico-ecclesiologico: tradotto dal teologhese, che l’unico tempio cristiano è il Corpo risorto del Cristo, corpo che ha più dimensioni.
    Anzitutto è corpo personale, cioè proprio di Cristo, il quale con il suo corpo è presso il Padre dal giorno dell’ascensione.
    Quindi è anche corpo ecclesiale, in virtù del legame inscindibile che il Risorto ha creato tra Sè, nuovo Adamo, e la sua Chiesa, estratta dal suo costato trafitto come nuova Eva; tale legame è inscindibile perché consiste nello Spirito Santo con cui Egli dà la Vita nuova ai credenti in Lui.
    Infine è corpo cosmico, perché il Cristo risorto è Principio della nuova creazione, che coinvolge tutto il creato nella Vita antica e nuova secondo Dio.
    Tale realtà misterica di Cristo morto e risorto è il fondamento è l’ambiente divino degli edifici sacri cristiani, i quali ad esso devono adeguarsi ed esprimere. Viceversa sono idoli costruiti dall’uomo cercando solo la propria gloria.

    Ma ho un’obiezione da fare a Enrico. La faccio in punta di piedi perché non sono un perito della materia, ma solo cultore appassionato. Voglio riflettere ancora su quanto tu scrivi: “La bidimensionalità è un’altra fondamentale caratteristica dell’arte cristiana, sia in pittura sia in architettura, tantissimi sono gli esempi, mentre la tridimensionalità è sempre evitata” e nell’elenco includi la “prospettiva inversa”, ma essa non è alla base dell’iconografia delle Chiese orientali?

    Io credo che nella progettazione di nuove chiese andrebbe recuperata la tridimensionalità propria del cosmo sia in senso orizzontale (nartece-navata-presbiterio) sia in senso verticale, recuperando la Cripta per il Battistero (ne scrissi, forse l’anno passato in questo blog) posta sotto l’Altare, a sua volta posto sotto la Cupola a cui sta appeso il Crocifisso-Risorto.

  22. L’approfondimento di Enrico Bardellini è molto interessante. E mentre lo leggevo mi sorgevano esattamente le osservazioni fatte da Paolo.
    Sulla dimensione verticale che Paolo ricorda è pubblicato qui:
    https://delvisibile.wordpress.com/2008/02/16/cripta-e-battistero/

    Sul cemento. Anche secondo me il cemento a vista pone problemi, e infatti più sopra auspicavo che la chiesa intesa come work in progress potesse proprio lavorare e nobilitare quella opacità data dal materiale.

  23. La tridimensionalità da recuperare è certamente la spazialità, spesso articolata e complessa come negli esempi storici. Non direi per la volumetria spinta, la corporeità, che rischia di trasformare la chiesa in un tempio pagano, ne tantomeno la geometrizzazione solida di certa architettura moderna, mi sembra inadatta in quanto legata a una geometria cristallina tipica del mondo minerale inanimato.
    Per quanto riguarda la prospettiva inversa, essa ha avuto il massimo sviluppo proprio nell’arte ortodossa e più che in quella greca nella arte russa del 1400, ma le origini sembrano italiane: a Ravenna in S.Vitale nel mosaico delle storie di Abramo, il tavolo dei tre Angeli del deserto. L’ultima comparsa in Italia e nel trono della Madonna Rucellai di Duccio, dopo di che si é dato avvio alla prospettiva scientifica. Ma come ha notato acutamente Florensky nel suo libro “la prospettiva rovesciata” tutti gli artisti di una certa importanza deviavano dalle regole rigide come se non volessero arrivare mai ad una rappresentazione completamente tridimensionale ma volessero conservare un traccia della rappresentazione astratta medioevale spirituale.
    Enrico Bardellini

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