Apocalittici e (anche) integrati

La sintesi di questo post è data da due immagini. Due immagini da basso impero.

La prima è l’immagine più cliccata, tramite google, in questo blog, negli ultimi sei mesi: il quadro di Jenny Saville.

Carne esibita, senza ritegno, pesante e ferita. Tutta lì. Unico scampo, sembra dire, è accelerare la trasformazione, il disfacimento della carne. La grazia è intesa come colpo di grazia.
Nel suo libro, Transumananze, Ivan Nicoletto, guardando i quadri di Saville, interpreta quella carne esibita su tele molto grandi come una forma di pietas carezzevole. Io credo, invece, che la carne sia esposta così grande e così da vicino perché, sgranandosi in particelle, possa scomparire prima. La leggerezza è ricercata nella dissoluzione: la Saville crede nell’anima e lavora affinché l’anima prevalga e sia affrancata dai giorni della storia. Per questo accelera la fine della materia.

Anche Eliogabalo, imperatore di Roma, nel suo palazzo, inseguiva impellicciato i corpi evirati e, nell’arena, elargiva il sangue dei tori scannati. Gettò la toga romana e indossò la porpora fenicia. Riempiva col circo la pancia ai poveri. Voleva dilapidare il patrimonio dell’impero romano, voleva dissolvere il mondo allora conosciuto.

Seconda immagine. Sul sito del Sole24ore di questi giorni, i titoli che notificano i crolli dei mercati vengono coperti da una pagina pubblicitaria, da un pop-up che a piena pagina spalanca questa foto della campagna pubblicitaria “autunno inverno 2008-09” di Gucci.

Il lusso invade mentre crolla il regno della finanza. Tipico immaginario da basso impero. Cosa mai vorranno dire, oggi, ieri, sempre, queste tre grazie saltellanti, queste menadi dall’aspetto cagionevole e col papavero sotto il naso. Ancora una volta, Eliogabalo, colui che entrava a Roma a passo di cimbali, tamburelli e pifferi, mostrando il sedere in mezzo a un’iride di piume che sbattevano al vento, si rivela un buon suggeritore per queste tre perditempo ferine.

Crisi e dualismo
I periodi di crisi si caratterizzano per un dualismo: eterno e storia, uomo e mondo, anima e corpo si dividono. La storia, il mondo, il corpo, il molteplice e la materia, sono giudicati un male radicale, e quindi irrecuperabili. Quanto appare come materiale, quanto deperisce viene abbandonato e lasciato alla deriva.
Queste due immagini di arte e di moda mostrano una impietosa scelta di fronte alla manifestazione della crisi. Una coerente espressione dell’opzione dualista.

La moda, come l’arte, è sopraffatta da un’ansia continua di dover stupire, dalla volontà maniacale di provocare, dall’accumulazione bulimica di suggestioni. Questo succedersi di scelte irrelate che seguono il capriccio di pochi mistagoghi diventa possibile se il corpo è svalutato, se è considerato come realtà amorfa. Se non è portatore di un fine, può portare qualsiasi cosa. Tale è l’incuranza verso il corpo che viene ritenuto capace di sopportare ogni trovata. La moda, infatti, è doppiamente equivoca. Sia nei confronti di se stessa (quello che segue non deve rispondere a quello che precede), sia nei confronti del corpo (non c’è alcuna direzione della moda perché al corpo non viene riconosciuto nessun senso, nessun significato cui la moda si debba adeguare). La moda non ha senso del ridicolo perché, in primo luogo, non riconosce un senso al corpo che veste.
Il lusso, nella moda, è ridotto a ricoprire il corpo come lo ricopre una maschera mortuaria. Sotto l’oro c’è un corpo amorfo che può solo macerare.

A fondamento di questo non riconoscimento di un senso proprio del corpo, c’è un odio per il corpo. Che lo vuole vanificare, lo vuole dissolvere. Un odio che si manifesta nella lucidità dell’anoressia. E suo fondamento è il dualismo, dove l’anima per salvarsi combatte contro il corpo.

Fatto fuori il corpo, non ci sarà più nemmeno la storia portatrice di pena.

Et-et
Per uscirne, la via è quella tradizionale: et-et, unità contro il dualismo. L’immagine che mi torna sempre in mente per sintetizzare questa via è quella della città fortificata sul monte, dove può perdurare l’educazione a ciò che trattiene dalla dissoluzione. Una città con grandi porte, in modo che possa continuare anche la comunicazione e la comunione con il mondo, in modo che possa essere rinnovato, ricreato con amore. Perché, come forestieri che abitano la propria patria (Cfr. Lettera a Diogneto), come apocalittici e allo stesso tempo integrati, si possa continuare a far vedere il kosmos, unità di eterno e storia, uomo e mondo, anima e corpo.

Annunci

7 pensieri su “Apocalittici e (anche) integrati

  1. Ci sono dei momenti, come questo, in cui tutta la mia capacità creativa si esaurisce nella partecipazione e nella condivisione di quanto leggo…sono davvero felice della prolificità che il buon Luigi sta manifestando in questi ultimi tempi…per ora, non sono in grado di aggiungere niente di significativo, ma … ti posso dire che scrivi cose magnifiche?

  2. Ciao Sorannaros. Se come ogni blogger gongolo per ogni commento, dall’altro sono sempre piuttosto impacciato nel rispondere a sti benedetti commenti (duro contrappasso del web 2.0). Quindi, no, non lo dovresti dire perché altrimenti non so proprio più cosa dire :-)

  3. Vabbè, c’hai ragione pure questa volta…allora cerco di ridimensionare l’effetto “euforizzante”, nonchè paralizzante, del mio commento: i tuoi scritti riescono a interpretare, in maniera circostanziata e formalmente impeccabile, il mio punto di vista sul mondo e sulle cose…ti dico “bravo” perchè mi ritengo brava io, e ganza, e raffinata e…alla prossima!

  4. Post davvero stupendo per la sua profondità e per la sua intensità.

    E’ interessante notare come l’eresia catara (o, più genericamente, l’aut-aut che è proprio degli eretici) si riproduca e moltiplichi -con le forme che denunci- anche in ambiente post-cristiano, come un atteggiamento dello spirito: segno che il cattolicesimo, in fondo, non ha difeso o difende esclusivamente la purezza o la sostanza della fede cristiana, bensì l’integrità e la sostanza dell’essere umano.
    s.

  5. Ciao Sebastiano, è vero. Creazione, creatività e persona umana sono legati: se salta uno, salta tutto.
    Intenso, piuttosto, è il testo di congedo in “Labre”. Avanti con et-et, mi raccomando! Un saluto.

  6. caro Luigi, mi associo a sorannaros ( a proposito, ciao) per ringraziarti di questa bella riflessione. Che mi invita ad un breve commento.
    Il dualismo non acompagna solo i periodi di crisi: l’eresia catara fiorì in un’epoca di grande rinascita e fermento economico e culturale. Tuttavia tu hai ragione, perché i tempi di crisi sono caratterizzati dalla perdita dei valori su cui la comunità si fonda e dunque dalla disgregazione del “noi” a favore dell'”io”. La perdita del “noi” ha sempre come conseguenza anche la dissoluzione dell'”io” perché, come ricordava Mounier, siamo persone non individui, cioè fatti per vivere in relazione con gli altri, non nel nostro solitario cantuccio. Il senso della persona è la comunità, non l’isolamento;perdendo il valore comunitario anche l’io si spezza e l’anima rifiuta il corpo, oppure il corpo rifiuta l’anima. Anima e corpo sono tenuti insieme dallo spirito e lo spirito è comunità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...