Le dodici ceste – 7 (fine)

Abbiamo visto che le imprese, nella misura in cui sono animate da un istintivo e sano realismo, sono consapevoli della necessità della creatività per sopravvivere. Questa esigenza le porta a cercare cooperazione in ambito artistico in virtù di una comune spinta a creare.

Il rischio è che le imprese, tendenzialmente sprovvedute da un punto di vista culturale, si affidino non a chi crea, ma a chi è dotato di un efficace ufficio stampa che fa credere che ci sia qualcuno intento a creare. Le imprese partono per cercare creatività e si impantanano in discorsi inutili fatti di mi piace – non mi piace, io la penso così – tu la pensi colà.

Il fatto è che non ci può essere cooperazione lì dove non c’è trasmissione di conoscenza. E non ci può essere trasmissione di conoscenza se tutto si risolve in impressioni soggettive. Non solo, ma non ci può essere neppure creazione di reale novità se il riferimento è dato dall’apprezzamento di quanto è consono alle attese delle proprie emozioni. Anche la cosiddetta arte provocatoria funziona solo se ribadisce l’ambito di quanto è già atteso e masticato. L’arte in questo modo si ritrova chiusa nella funzione banalmente retorica.

Se la preoccupazione è il mi piace – non mi piace (ovvero quanto si aspetta il mercato o quanto è opportuno che il mercato si aspetti), se questa è la preoccupazione, dicevo, cade la possibilità di distinguere un quadro di Rembrandt da un quadro di Mirò, ma anche un quadro di Kounellis da un tramonto, da un copertone, dal succhiare una mentina.

Cosa insegna l’arte, cosa trasmette, cosa fa capire se non si esce dalle impressioni soggettive? Guardiamo alla Scuola di Atene di Raffaello, lì dove Euclide insegna piegandosi col compasso su una lavagna.

Raffaello, Scuola di Atene

Il ragazzo più in basso sta seguendo il pensiero del maestro. Il ragazzo in piedi con l’indice teso è rappresentato nel momento della comprensione, dell’eureka. Quello col manto verde che indica la lavagna ha già seguito nella scoperta il maestro, ha già capito ed è pronto a trasmettere quanto compreso al ragazzo che si sta avvicinando da dietro e che compirà il medesimo percorso cognitivo degli altri. Insieme, formano la figura di una spirale aperta.

La creatività va trasmessa. O meglio, va educata la capacità creativa, la capacità di ripercorrere, rivivere, riconquistare le scoperte, gli innumerovoli eureka della storia. Ma per fare questo è necessario riguadagnare la consapevolezza stessa di cosa significhi creatività e di come questa competenza singolare sia adeguatamente fondata in un’antropologia cristiana, dove l’uomo e la donna sono fatti a immagine e somiglianza di Dio.

Si parlava nei post precedenti di distretto culturale evoluto, dove la cultura non si affianca alla produzione economica come discorso meramente decorativo o come intrattenimento turistico, ma partecipa come agente sinergico attraverso la propria esperienza e la propria pratica creativa. Si parlava di cultura come forza di coesione sociale, di condivisione degli obiettivi, di identità simbolica, di moltiplicatore delle risorse date.

Ebbene, penso che il cristianesimo nella sua universalità sia esempio di eccellenza e che anche in questa direzione abbia manifestato la propria fecondità. Non perché si risolva nell’essere una cultura ( e magari identificata e rinchiusa con l’occidente). Qui, infatti, bisogna fare attenzione: ogni cultura è entropica e destinata ad esaurirsi. L’annuncio cristiano invece è lievito, è competenza che anima le culture, e lo è in primo luogo perché consapevole della propria creatività e della chiamata universale alla partecipazione della creazione.

Nell’annuncio cristiano è data alla libertà dell’uomo la possibilità di mettere a frutto il dono della creatività, di non essere limitati dalle risorse date ma di moltiplicare i pani e i pesci. E sappiamo che ne avanzarono dodici ceste.

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