Le dodici ceste – 6

La creatività è questione di vita o di morte. La sua misura è il nulla che fu di Dio prima della creazione. La creatività non sa che farsene di ciò che è interessante, provocante o sensazionale.

Platone offre una descrizione della creatività nel Libro VI della Repubblica (VI 510-511) dove descrive la conoscenza che procede per rivoluzioni assiomatiche. L’uomo non è chiuso dentro la cultura di partenza: lo ribadisce anche nella Lettera VII dove ricorda che nessun discorso può essere “scritto” ovvero nessun sistema fatto di assiomi e regole di deduzione può essere considerato fisso e immutabile.

Platone àncora la ricerca a un termine ultimo “a ciò che non è più solo un postulato, al Principio di Tutto”. E’ infatti consapevole del rischio di un arbitrio creativo, dove non si dà un procedere della conoscenza, ma solo una successione di sistemi assiomatici in base alla convenienza e ai rapporti di forza in campo. E’ il rischio che corre il linguaggio ipotetico-deduttivo fino a quando i fondamenti ultimi, i termini primitivi del discorso rimangono indecidibili, in un rimando del proprio significato all’infinito, in un gioco di interpretazioni alla uroburo. La storia della logica mostra le secche a cui sono approdati le soluzioni, antiche e moderne, basate sia sul realismo platonico sia sul convenzionalismo nominalista.

In una direzione lasciata aperta anche da Gödel, il metodo ipotetico-deduttivo può essere salvaguardato dall’estenuante incompletezza di ogni affermazione (dallo sfociare nell’ epistemologia del fin che ci va bene facciamo finta che sia così) attraverso il temperamento offerto dalle specificazioni tomiste. La metalogica sviluppata da S. Tommaso d’Aquino, infatti, fonda nei trascendentali ogni definizione categoriale o dimostrazione analitica proprio per evitare quel regresso all’infinito nelle definizioni di partenza delle procedure dimostrative. I trascendentali non sono ulteriormente definibili (non c’è un genere e una differenza specifica ulteriore) e godono da un punto di vista semantico di un autoriferimento pre-categoriale. Questa ricerca epistemologica, che si presenta tra le più feconde, è portata avanti con rigore da Gianfranco Basti.

Qui è sufficiente ricordare che si può dare una creatività che si muove non in modo arbitrario ma in un orizzonte del vero e senza cedere alla pretesa moderna di esaurire il significato del reale (riducendo magari il vero all’esatto). La logica della creatività è la logica della scoperta, che altro non è che la logica dell’adaequatio.

La creatività è ciò che distingue l’uomo dagli altri animali. Certo c’è chi nega questa differenza, come questi due simpatici scienziati che cercano in tutti i modi di far vedere quanto il comportamento delle scimmie sia simile a quello dell’uomo. Ora, le scimmie, le api e i pinguini possono essere pure intelligentissimi, farsi la fidaty card all’esselunga, parcheggiare in seconda fila e tenere un blog. Nessun problema a immaginarmelo. Ma mai nessuno di questi animali ha mostrato un atto creativo, una rivoluzione assiomatica. Se cambiano le condizioni fisiche, biologiche e pure culturali nelle quali si trovano, quegli animali, tutti gli animali soccombono. Se sopravvive non è per un atto creativo, ma per circostanze fortuite (evviva Darwin). Invece, nessuna causa fisica, biologica, culturale è sufficiente a determinare, a limitare, a spiegare la creatività umana. Perché essa eccede. L’affermazione del libro della Genesi che siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio constata semplicemente questo fatto e lo pone in relazione analogica alla capacità creativa di Dio.

La creatività è questione di vita o di morte. E invece è passata l’idea che l’arte ha da passare il tempo a guardarsi l’ombelico. Hans Sedlmayr, in La rivoluzione dell’arte moderna, l’ha già spiegato bene: l’arte negli ultimi duecento e passa anni ha voluto farsi pura, ovvero costituirsi in arte per l’arte. Nei sintomi della spossatezza e dell’infecondità, esibisce la propria patologia. Si trastulla con problemi piccoli piccoli. Per guarire, l’arte dovrebbe pensare meno a sé, e mettersi a risolvere i problemi degli altri. Dovrebbe dedicarsi a fare del creato un giardino. Fare di Marte un giardino: ecco un bel problema a cui applicarsi, immaginare come portare la donna su Marte, ovvero come portare la vita su Marte. Suona strana questa domanda? Che c’entra con l’arte, con la creatività? Bene, se queste domande suonano strane può significare solo un tasso elevato di mostre di impressionisti francesi o di azionisti viennesi ancora da disintossicare. Perché queste domande sarebbero quelle che artisti come Leonardo, Brunelleschi, Raffaello si porrebbero oggi. In un testo sulla trattatistica sull’arte tra il ‘400 e il ‘500, Rodolfo Papa fa emergere come Piero della Francesca, Michelangelo, Leonardo, Alberti, ma già anche Giotto, rivendicassero l’inserimento delle belle arti nelle più nobili arti liberali in virtù della loro dignità scientifica, di un sapere capace di unificare teoria e produzione, il conoscere e il fare.

Qui, dove teoria e produzione si parlano in nome della medesima creatività, nelle radici di un’epistemologia che vede l’uomo a immagine e somiglianza di Dio, si ravvisa un modello che può guidare quel processo che la riflessione economica sul distretto culturale evoluto sta promuovendo.

(continua qui)

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9 pensieri su “Le dodici ceste – 6

  1. Sta per essere tradotto un testo del Prof. A. Marcos, Filosofía de la ciencia: nuevas dimensiones, nel quale l’Autore, sviluppando il concetto di descubrimento creativo, rilancia sul piano epistemologico l’aspetto propriamente inventivo dell’azione intellettuale sulla scorta di una acuta rilettura della razionalità pratica aristotelica.
    Vi sono molte consonanze con il discorso su svolto, non ultima la ricalibratura della “nozione” di analogia, riconosciuta quale sostanza dell’azione speculativa.

    La scommessa è mantenere aperte entrambe le direzioni della struttura adeguativa: dall’intelletto all’oggetto, e dall’oggetto all’Intelletto. Dimensione logica ed ontologica in rapporto analogico, appunto.

    Sempre grato per gli ottimi spunti derivanti dalla lettura dei tuoi post.

    Giampaolo

  2. Grazie a te per la segnalazione. In effetti credo che sia vitale per la fondatezza del “descubrimento creativo” la nozione di analogia. Chi oggi parla di creatività il più delle volte la confonde con l’arbitrio e quindi la apparenta alla nozione di equivocità. Così è tutto creativo, e invece della “logica della scoperta” abbiamo la logica ridotta, di volta in volta, a mera “giustificazione dell’esistente”. Che, ironia, è dove approda la rassegnazione popperiana secondo cui non si dà logica dei processi di scoperta di nuove teorie e nuovi assiomi. Invece nella direzione rivalutata da Mons. Basti si ha la possibilità di costruire sistemi aperti, capaci di includere la possibilità di modificare gli stessi assiomi di partenza.
    Che se vogliamo è quanto suggerito nell’immagine del lievito che troviamo nel Vangelo. Il cristiano, e in quanto tale l’umano, non è chiuso in una cultura ma è competenza che anima le culture, è cultura delle culture, in virtù della consapevolezza della propria creatività, della propria somiglianza a Dio e della chiamata alla partecipazione alla creazione.

    Interessante poi che si possa rivalutare Aristotele in questa direzione. Qui io me lo immagino sempre come lo dipinge Raffaello nella scuola di Atene: bloccato incapace di camminare a causa dell’Etica, di quel librone che gli blocca la gamba. Ma non voglio di certo essere io, dopo tanto predicare, quello che costruisce un paradigma chiuso su Aristotele…

  3. L’aspetto curioso di questa nuova ermeneutica aristotelica è che è proprio il modello di razionalità profilato nell’etica a Nicomaco il volano per una ciencia ampia, nelle parole del Prof. Marcos. La dimensione della razionalità pratica che compete al saggio diviene la logica della scoperta, quella stessa che non può mai dirsi esaurita nella ricerca del giusto mezzo per calibrare l’azione adeguata. In sede morale si ha il problema di realizzare il bene, universale, nel qui e ora, particolari, in sede epistemologica quello di riconoscere il vero, universale, nel concreto, particolare.
    Entrambe queste azioni sono votate al fallimento, se si adotta un modello di razionalità appiattito sul criterio dell’esattezza, viceversa sono concepibili nell’orizzonte della razionalità pratica. Il tutto detto molto all’ingrosso, evidentemente.

    Di Mons. Basti a suo tempo mi dissuase (per mia pigrizia) una certa formalizzazione dell’ontologia tommasiana, ma devo riprenderlo assolutamente, è una prospettiva troppo ghiotta quella che leggo sviluppata nei suoi corsi.

    Che ne pensi della lettura di Reale dell’accademia?

  4. La prospettiva che si delinea si fa curiosa. Ho provato a cercare in internet il titolo del prof Marcos ma a un primo giro non ho trovato nulla. Puoi segnare qui il titolo per esteso e chi lo pubblicherà in italiano? ne sei coinvolto, magari nella traduzione?
    Di Basti hai detto già tu.
    Di Reale e la Scuola di Atene… Reale, che è stato anche mio professore, appiattisce tutto, quasi fosse un incontro tra educande, quasi i due fossero d’accordo. nel dipinto invece c’è uno scontro acceso. raffaello studiava teatro e ha dipinto una scena dove si consuma un colpo di scena: c’è Aristotele, il filosofo, che sta dicendo la sua e da dietro arriva Platone che lo contraddice. Paradosso storico: quello che precede arriva dopo dentro la scena. perché in quel tempo Platone era il nuovo che arrivava, riscoperto dopo secoli d’oblio. Platone ha la luce in volto, Aristotele in ombra. A sinistra entra un paggio fresco, a destra uno invece esce di scena. insomma giusto o sbagliato che sia, Raffaello parteggiava per Platone.

  5. Il titolo esatto è questo: NUEVAS DIMENSIONES DE LA FILOSOFÍA DE LA
    CIENCIA. L’Autore è Alfredo Marcos. Qui un link
    http://209.85.129.104/search?q=cache:JduTESdZ46QJ:www.fahce.unlp.edu.ar/posgrado/cursos-y-seminarios/cursos-2008/nuevasdimensionesdelafilosofadelaciencia/marcos-08-p.pdf+Marcos+filosofia+ciencia&hl=it&ct=clnk&cd=4&gl=it&client=firefox-a

    Se sei interessato, e volessi darmi un’@mail, ti dò maggiori ragguagli.

    Si rischia di essere stati compagni di studi, essendo stato Reale anche mio professore di antica. Sì, che la partitura raffaellita risenta del neoplatonismo fiorentino credo sia innegabile. Confesso, invece, che la lettura dell’opera nei termini del conflitto, fino ad ora, non la vedevo, mi dava anzi un certo senso armonia composta tutta la rappresentazione, proporzionata e simmetrica. Devo però dire che la tua suggestione è intrigante e dà una profondità a tutto il “dramma” che prima mi sfuggiva.

    Probabilmente hai ragione nel parlare di appiattimento a proposito dell’interpretazione di Reale, che ne fa una questione puramente esegetico allegorica, perdendo l’aspetto più propriamente drammatico. C’è una tensione sotterranea sotto l’apparente staticità, che ha per poli i paggi da te indicati.

    Tornando all’Etica che impaccia Aristotele, mi pare una di quelle profezie figurative in cui l’arte ha anticipato potentemente il successivo sviluppo del pensiero. E’ del tutto vero che, a partire dal recupero del neoplatonismo, si sia andati di pari passo verso l’oblìo del senso profondo della filosofia aristotelica, fino a farne la caricatura che se ne fece nella scuola padovana, e che segnatamente fu l’etica la prima branca del corpus filosofico aristotelico a farne le spese. L’etica verrà sempre più letta come corpo estraneo alla dimensione speculativa, una sorta di sapere altro, posticcio, un impaccio appunto, di cui disfarsi quanto prima.

    Da lì in poi, di morali provvisorie, in ethicae more geometrico (sul modello di esattezza di cui si diceva) demonstratae, passando per l’autofondazione kantiana, la dimensione morale perde sempre più terreno, sino ad essere praticamente espunta dal novero della filosofia tout court.

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