Le dodici ceste – 5 (intermezzo)

Questi post dal titolo “Le dodici ceste” vogliono essere una serie di appunti sulla creatività. Alcune riflessioni a partire dai segni dei tempi, direbbe qualcuno.

Visto che ora siamo nel tempo che attende la Pasqua, propongo questo intermezzo che parte dalla constatazione che molta arte del ‘900 viene letta e proposta in termini cristiani perché costituirebbe una riflessione sulla condizione umana con una singolare consonanza alla crocifissione. Un’arte che si soffermerebbe sul Venerdì Santo: Egon Schiele, Francis Bacon, Jenny Saville, giusto per citarne alcuni, sarebbero gli autori delle crocifissioni contemporanee.

Egon Schiele      Bacon & meat     Jenny Saville

Io non sarei così indulgente. Quando la carne ferita diventa solo esposizione di carne ferita, c’è una pretesa teoretica fortissima: il Venerdì Santo è prolungato fino a pretendere di renderlo perpetuo. Tutto si chiude nel cielo che si scurisce. Non c’è attesa, non c’è annuncio, c’è solo l’esposizione di carne ferita affinché la morte pretenda l’ultima parola.

Non solo, questa esposizione annulla il proprio essere arte e si rende sterile perché si sottrae al paradosso.

Il paradosso, infatti, è ciò che spinge la creatività alla scoperta di una unità superiore. Ma se la carne ferita diventa esposizione di carne ferita, risposta appagata nella propria esposizione da banco di macelleria, c’è un sottrarsi al paradosso e quindi alla stessa creatività più autentica.

Invece è bene soffermarsi sul paradosso. Come quello ricordato nel giorno del Venerdì Santo (ad esempio Mt 16, 21-23):  può essere la carne ferita generata dalla morte, o presuppone comunque la vita? può un mondo così cattivo essere sollevato da un uomo così buono e mite? in che modo nel frammento può rivelarsi il tutto?

(5-Segue) 

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9 pensieri su “Le dodici ceste – 5 (intermezzo)

  1. Ottima analisi; c’è un modo horror di intendere il sacrificio che del “sacer” trattiene solo la dimensione maledetta, non quella instaurativa di relazione con Dio; è un sacrificio ateo, che si compiace della laidezza della morte (della morte al quadrato, della morte per la morte); in altri termini, non è un sacrificio, ma una variante dell’assassinio.

  2. Concordo. La tonalità emotiva di questi perenni venerdì Santi è la disperazione, nulla di più distante dalla vita cristiana.

    Mi piacerebbe spendeste due righe considerando la differenza tra le odierne rappresentazioni della morte e i “trionfi” della stessa di medievale fattura. Penso sarebbe istruttivo leggerne i diversi spiriti.

    Cordialità

  3. C’è Jean Clair, non molti anni fa (2004), che ha analizzato, in “De immundo”, mi pare abbastanza bene, questo “sacer” che diviene solo “maledetto”.
    Riporto qui un suo piccolo brano:
    “Così prossimi alla zoologia da cui sono derivati, residui biologici dell’identità di un essere, non si possono osservare senza inquietudine. Qual’è il loro potere? Una volta placato il moto di disgusto … richiamano talvolta pratiche occulte … Il senso della morte, la necessità del sacrificio o del sacrilegio, il rischio della dissacrazione, l’ambiguità del sacer non esistono tuttavia che per il tempo in cui persiste una religiosità – anche senza religione. Un’esistenza così radicalmente secolarizzata come la nostra può ancora essere il punto di partenza di una nuova religione per il cui corpo sarebbe l’oggetto stesso del sacrificio?”

    Naturalmente, no, e per dimostrarlo Clair comincia subito dopo a parlare dei satanici azionisti viennesi.
    Nel recente museo Mumok a Vienna, questi delinquenti sono stati celebrati con ampio spazio. Certo…

  4. > Giampaolo. Ottimo spunto. Spero di essere capace di riprenderlo.

    > Biz. In quel libello Jean Clair ha esacerbato il tono polemico ed è andato giù senza troppi distinguo. E ha fatto bene. Se uno si mette a fotografare feci sulla testa (cfr. Nebreda) inutile teorizzare silenti denunce esistenziali o germinali riscatti dell’umano, semplicemente lo si smaschera come un fannullone bugiardo (dal punto di vista creativo).
    Luigipuddu, sopra, ha sintetizzato perfettamente il nocciolo teoretico e fisiologico di quelli che presiedono questo tipo di esprit. Poi c’è la manovalanza delinquente, a iosa, come quelli esposti a vienna.

  5. Io credo che interpretare la (pseudo) arte contemporanea come consonante al cristianesimo per l’ossessione verso la carne ferita, sia un duplice errore interpretativo:
    1. nei riguardi dell’arte ridotta intenzionalmente ad espressione istintiva delle proprie ossessioni, senza esser capaci di trasfigurarle (o senza volerlo) nella ricerca della Verità e del suo splendore, come ha saputo fare Michelangelo nella “Pietà Rondanini”.
    2. nei riguardi della fede cristiana che rispetto al tema del Venerdì santo non si limita ad esporre il dolore della carne ferita, ma ne denuncia lo scandalo e ne manifesta il valore salvifico in quanto offerta di sé per amore. Per esempio come ha fatto nella sua lucida follia Vincent Van Gogh quando si asportò un padiglione auricolare perché inadatto ad essere dipinto nell’autoritratto: “E’ meglio entrare nella vita monco, zoppo o cieco, che essere gettati interi nella Geena” (Mc 9,42-48). Kurosawa l’ha perfettamente compreso ed espresso nell’episodio di “Sogni” dedicato a Van Gogh.
    Solo la Verità libera e trasfigura.

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