Le dodici ceste – 4

Pier Luigi Sacco raccoglie alcuni casi interessanti di distretti culturali come: St. Louis 2004, Denver (si veda anche il CBCA), Linz con Ars Electronica, Montreal con il Cirque du Soleil. Per una lettura d’insieme di questi esempi si può vedere qui.

Sicuramente i distretti culturali apportano benefici: qualificano le aree urbane dove si concentrano gli investimenti, apportano flussi intensi di turisti, aumentano l’offerta complessiva di stimoli culturali, attirano competenze qualificate, favoriscono la nascita di nuove imprese, facilitano i rapporti con altri distretti culturali, attivano processi di coinvolgimento partecipativo da parte della citadinanza, arricchiscono il patrimonio simbolico identitario della comunità.

Non vedo invece, se non debolmente, quanto dovrebbe essere il cuore centrale che distingue il sorgere di un distretto culturale: la costituzione di una cultura comune dove la creatività possa essere condivisa per moltiplicare la potenza di comprensione della realtà e le opportunità di sviluppo applicate ai processi produttivi.

Per contro, io vedo il pullulare di sagre allestite nei musei, magari con delle gran belle trovate, nobili sentimentiabilità manualiatmosfere buone per chiaccherare, provocazioni sempre definite intelligenti (e qui mi risparmio il link). Ma idee pochine.

Con l’intenzione di essere centri propulsori di “cultura”, sorgono laboratori, fab[b]riche, fucine, factory: tutti nomi che vogliono evocare le idee applicate alla produzione. Ma se andiamo a guardare e prendiamo un esempio vicino, a Milano, La fabbrica del Vapore e i progetti che sta ospitando… tutti bravi, sia mai che si dica il contrario, ma nulla che vada al di là di un onesto centro servizi dedicati al tempo libero, all’intrattenimento, alla pubblicità. Anche tutta l’attenzione rivolta al design, altro non è che packaging sofisticato: le idee son sempre quelle (sedia, grattugia, televisore, ipod), cambia l’involucro, magari pure ergonomico e accattivante, sempre “carino”, ma con l’unico destino di diventare quanto prima monnezza.

Prendiamo un altro esempio: Fabrica, quella di Benetton. Si definisce “un centro di produzione di cultura”. Vado, più o meno costantemente, a vedere i progetti che sfornano: beh, risultano ottimi riempitivi, a volte effervescenti, a volte ingenui, a volte cinici. Costantemente poveri di quello che dovrebbero avere: idee.

Perché le buone idee, per nascere, necessitano di buoni problemi. E i problemi stanno nella realtà. E da almeno cent’anni gran parte della cultura e dell’arte ha deciso che la realtà non interessa, chiudendosi sempre più in discorsi e rappresentazioni autoreferenziale [12]. E anche quando sembra il contrario, questo è quanto viene insegnato: ammiccare alla realtà per il tempo che ha da durare uno slogan.

(4 – segue)

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