Le dodici ceste – 3

Un tempo osannata, poi criticata, oggi rivisitata, la categoria analitica del distretto è applicata dagli economisti nel caso in cui, su un territorio, si dia una densità di imprese, solitamente piccole e medie, in grado di sostenere e coprire in modo integrato e interdipendente le specializzazioni necessarie a una determinata filiera produttiva.

Qui, ovviamente, non ci interessa rivisitare tutta la letteratura sul tema. Ci interessa farne emergere qualche tratto, come il fatto che per fare un distretto non basta mettere insieme le “fabbrichette” di una periferia industriale. Assieme alle piccole imprese, tra loro omogenee e allo stesso tempo indipendenti,  deve essere presente una comunità socialmente coesa dove trovi spazio una condivisione delle informazioni e la trasmissione di quelle competenze che si sviluppano per micro-aggiustamenti continui del proprio modello produttivo.

Si passa da distretto industriale a distretto culturale quando la filiera produttiva riguarda beni e servizi culturali. Qui, l’esempio madre, quello più famoso e sempre citato è il progetto di sviluppo attuato dal Greater London Council negli anni ’70 per rivitalizzare alcuni quartieri degradati attraverso la promozione dell’insediamento di attività legate all’arte e allo spettacolo (arti visive, performance dal vivo, fotografia, audiovisivi, moda, sport, circo..). Ma andiamo con ordine. Diverse infatti sono le tipologie di distretto culturale che si sono sviluppate nel tempo (l’elenco, breve ed efficace, che segue è ripreso da Walter Santagata in Cultural district and economic development, Ebla Center, UniTo, 2003).

1. Industrial Cultural District: è quello che abbiamo descritto sopra e che costituisce quel sostrato, quel “brodo di cultura” in cui si sviluppa uno spirito imprenditoriale auto-organizzato e molto definito da un punto di vista territoriale, sociale ed economico;

2.  Institutional Cultural District: questo modello si sviluppa lì dove la capacità produttiva ha raggiunto, solitamente in modo auto-organizzato, un grado di eccellenza;  le istituzioni, allora, si attivano per tutelare (con marchi collettivi, disciplinari condivisi, ecc.) il capitale culturale che presiede alla formazione di questo elevato standard qualitativo.

3. Museum Cultural District: sorge dove già è presente in modo localizzato un patrimonio artistico di grande valore, ad esempio nel centro storico. Qui solitamente è il settore pubblico che favorisce la costituzione di una rete museale. I vantaggi sono solitamente ricercati nell’incremento dei flussi turistici e nell’offerta di servizi collegati. Inoltre, se ne avvantaggia anche il capitale simbolico e identitario del territorio.

4. Metropolitan Cultural District: può essere considerato l’estensione del modello precedente. Accanto alla conservazione dei beni culturali si promuove l’insediamento di attività legate all’arte, allo spettacolo, alla “cultura”. Solitamente avvengono investimenti pubblici per strutturare spazi dove gli artisti possano lavorare ed esprimersi. Accanto ai flussi turistici si punta all’attrazione di professionalità qualificate in grado di influire sulla qualità della vita.

Questi quattro modelli difficilmente rimangono vitali a lungo se non si intersecano l’uno con l’altro. Anzi perché possa definirsi sempre più evoluto occorre che il distretto culturale

«non si limiti ad interagire con le altre dimensioni produttive del sistema locale nella misura in cui queste ultime possono giocare un qualche ruolo del funzionamento della filiera culturale tout court, ma devono essere coinvolte in un sistematico processo di scambio bidirezionale, che porta la filiera produttiva culturale ad essere profondamente integrata con altre filiere con le quali non esistono necessariamente relazioni precostituite di complementarità.

In altre parole, il distretto culturale acquista valore e significato nella misura in cui diventa un modulo produttivo che deve la sua specificità non tanto al fatto di generare profitto di per sé, quanto alla capacità di integrarsi di volta in volta con altri settori del sistema locale dando luogo a sinergie innovative altrimenti irrealizzabili.

In uno scenario nel quale la capacità competitiva si lega sempre di più all’orientamento all’innovazione, il ruolo della cultura è sempre più quello di operare come agente sinergico che fornisce agli altri settori del sistema produttivo contenuti, strumenti, pratiche creative, valore aggiunto in termini di valore simbolico ed identitario» (Pier Luigi Sacco, Sabrina Pedrini, Il distretto culturale: mito o opportunità).

Questa breve carrellata ci porta a constatare che il mondo dell’impresa non solo riconosce un valore alla cultura (come lo può riconoscere un collezionista d’arte o un mecenate) ma dichiara di ricercarne la vicinanza per poterne condividere la pratica creativa. Dichiara di averne bisogno. Il che ci porta a chiederci se “la cultura” oggi diffusa sia capace di rispondere a questo bisogno.

link correlati:

good-will

artforbusiness forum

(3 – segue)

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