Sull’offerta e le danze

E così la danza delle ragazze cingalesi durante l’offertorio nel Duomo di Milano ha fatto notizia.

In generale, il momento liturgico dell’offertorio è quello che soffre di maggiore incomprensione. Il rischio è che venga vissuto dai fedeli come il momento dedicato alla libertà creativa estemporanea. Pochi ne riconoscono il significato e la relazione con il sacrificio eucaristico. Solitamente viene notato per i bambini che portano i doni all’altare. 

Nei tempi antichi l’esperienza dell’offerta era semplice e più o meno seguiva questo ragionamento: tu Dio sei il Signore e per mostrarti che io ti riconosco come tale ti offro le spighe, l’agnellino, lo schiavo, il figlio. Ti offro quanto mi è prezioso distruggendolo, sottraendolo al mio uso, sacrificandolo. Ma, col tempo, Dio fa capire che di figli sull’altare non ne vuole proprio sapere, e neppure di fumi nauseabondi. Anche perché semmai sull’altare ci va lui. E ai suoi figli non chiede distruzione, ma un modo di essere. Chiede di non essere solo per se stessi. O meglio, chiede di perdere se stessi per ritrovare se stessi (con tanto di interessi).

Ora, pur essendo una tradizione lontana dalla mia esperienza, penso che la danza possa essere un segno che esprime autenticamente questa offerta di doni e della propria vita a Dio.

Il problema, allora, non sono tanto le danze etniche: fin dai suoi esordi il cristianesimo ha assunto nel proprio lessico segni e parole che non gli appartenevano in proprio. E tutto quello che è entrato a costituire la lingua della comunione cristiana ha visto ridefinire il proprio significato a partire dalla Parola della rivelazione.  Ma questa ridefinizione è possibile nel momento in cui la comunità intera è capace di garantire responsabilmente un ordine di significati non espropiabile dai singoli utilizzi. 

Oggi, invece, temo che l’inserimento di segni estranei all’interno di un orizzonte di comprensione già sfibrato come quello legato all’offertorio aumenti il rischio che i segni espressi, come ad esempio la danza, risultino equivoci e, alla fine, incompresi. Il problema, infatti, non sono tanto le danzatrici, ma piuttosto [le danzatrici con] gli applausi in chiesa (giusto per fare un esempio) che evidenziano una percezione della Messa confusa, quasi fosse una performance di spettacolo.

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7 pensieri su “Sull’offerta e le danze

  1. “Dai loro frutti li riconoscerete”.
    La riforma liturgica è stata tacciata come opera di massoni infiltrati dentro la Santa Sede. Probabilmente si tratta di una calunnia con obiettivi altri. Ciò nonostante essa è, alle sue stesse radici, un tradimento della Tradizione e dello stesso Concilio Vaticano II. Ha imposto universalmente una tabula rasa della sacralità della liturgia e del latino. Ha introdotto una spettacolarizzazione centrata sulla parola (con la p minuscola) e sull’agitarsi di ministri, ministranti e comparse varie. Perché stupirsi di quanto avviene nel Duomo di Milano?

    “Dai loro frutti li riconoscerete”.
    Alla base della difficoltà a risalire la china, in Italia, c’è la demonizzazione di chi osa criticare, definito a dir poco ignorante (conservatore è già un complimento), da parte degli intellettuali militanti.
    Mons. Crispino Valenziano ha grandi responsabilità in questo. Difficile citare le sue dichiarazioni, diverse a seconda del contesto e degli scritti. Ma le opere parlano per lui:
    – le vetrate del Duomo di Cefalù e il portale gnosticheggiante di Arnaldo Pomodoro (ancora non realizzato, per fortuna);
    – la chiesa di Tor Tre Teste di Richard Meier, l’altro gnostico che ha voluto insegnare alla Chiesa cattolica che “Dio è semplice” e quindi dev’essere incontrato in una boutique bianca e spoglia; le superfici vetrate, poi, servono a “seguire la Messa dai balconi dei condomini attigui”;
    – la chiesa per S. Pio da Pietrelcina, che, se non è tutta massonica come vogliono alcuni detrattori, lo è almeno in parte (la croce di Pomodoro, l’altare dello stesso autore, il tabernacolo, ecc.); in ogni caso è un grande teatro.

    È questa l’arte liturgica?

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    Buona lettura.

    La Redazione

  3. Questo post tratta argomenti molteplici e tra loro annodati. Cerco di identificarli e di svolgerli:
    1. l’offertorio
    2. la danza
    3. gli elementi etnici

    L’OFFERTORIO è la presentazione da parte della Chiesa a nome del Creato della Materia necessaria al Sacrificio eucaristico.
    Il sacrificio presuppone l’offerta, senza la quale non c’è nulla da sacrificare a Dio. La questione fondamentale per tutte le religioni consiste nella scelta dell’offerta gradita a Dio (vedi l’enorme imprescindibile ricerca di Rene Girard). La storia della salvezza biblica narra tutte le tappe vissute dall’umanità al riguardo: dall’offerta altra dall’offerente (offerta vegetale, animale, umana), che sottoposta alla critica antiritualistica dei profeti, giunge all’identificazione dell’offerta con l’offerente.
    Ma la novità capitale consiste nel capovolgimento radicale dei ruoli, operato in e da Gesù Cristo, il quale esplicita e porta a compimento quanto è presupposto ed implicito nella divina Rivelazione: Dio parla agli uomini, che gli uomini Lo ascoltino; Dio ha tanto amato il mondo da dar loro il suo Figlio Unico, che il mondo lo riceva. Ciò significa che gli uomini non sono ne l’offerta ne gli offerenti, ma gli invitati al banchetto nuziale in cui Dio Padre offre a loro e per loro il sacrificio del Figlio che è anche un autoscrificio da parte del Figlio. Questo capovolgimento iniziato con il Rivelarsi di Dio, prosegue nel tempo attraverso la Chiesa, che mediante lo Spirito eterno del Figlio è associata al sacrificio di Colui che è il Capo del Corpo.
    Quindi la Chiesa dovrebbe offrire soltanto la nuda materia del pane e del vino e null’altro, mentre capita spesso che vengano portate all’altare molte cose inutili al sacrificio eucaristico che spostano l’attenzione dei fedeli da ciò che la Trinità ha fatto per il mondo, a ciò che fa la porzione dell’umanità li riunita, con una radicale regressione spirituale ed un misconoscimento del mistero celebrando. La nuda materialità del pane e del vino è la sintesi migliore e più adeguata a rivelare ciò che l’uomo può offrire a Dio: la disponibilità espressa da Gesù nell’orto, sia fatta la tua volontà, identica alla disponibilità di Maria all’annuncio angelico e misteriosamente descritta da Aristotele nel concetto di materia come potenza. Pane e Vino nella loro nuda materialità riassumono tutta la storia della salvezza e tutto il creato: grano ed uva sono sintesi ed espressione della terra feconda che li ha prodotti, dell’acqua e del sole che li hanno fatti crescere, dell’uomo che li ha prima coltivati e poi sapientemente trasformati nel pane e nel vino.

    La DANZA umana si fonda sul moto armonico dei corpi e degli elementi, a partire dalle particelle subatomiche. Ha in sè la forza del Vento-Spirito e l’armonia del Logos. Il re Davide danzò ebbro di gioia quando introdusse l’arca dell’alleanza nella città di Gerusalemme, subendo il biasimo scandalizzato della moglie Mikal che forse per questo restò sterile. La chiesa ha imitato Mikal moglie di Davide, escludendo fin dal principio la danza dalla liturgia.
    Non so se ciò fu un bene, è un argomento che richiede un supplemento di riflessione.

    L’inserimento di elementi ETNICI provenienti di altre culture durante la liturgia mi sembra francamente fuori luogo. Non perché la liturgia non lo permetta, dato che le diverse famiglie liturgiche si sono differenziate inglobando elementi etnici propri delle diverse culture in cui si sono formate, ma perché ogni popolo può avere una sola cultura. Quindi rifiuto l’inserimento in Occidente di elementi etnici che vanno bene inseriti nel contesto culturale proprio di ciascun popolo. Faccio un esempio. Se per gli indiani ha un significato culturale ed un valore religioso lo stare seduti nella posizione del loto, i cristiani dell’India possono adottare tale posizione nella liturgia, ma non noi.

  4. hakim: non credo sia la riforma in se stessa. altrimenti non avremmo più una messa decorosa, il che per fortuna non è. certo, c’è chi ne approfitta per fare come gli pare. ma il problema è culturale che si manifesta in una sudditanza che mutua da altri ambiti modelli di comunione.
    su mons. Valenziano, non lo so. è talmente citato sempre e ovunque che mi chiedo se abbia il tempo si seguire tutto e assumerne la paternità. in ohgni caso le opere citate sono ottimi argomenti da post futuri.

    luigipuddu: ballerine e padre Pio. Il camionista è tradizionalista.

    paolo: lineare. azzardo un’impressione (e nulla più) sull’offertorio. mi pare che la tua impostazione rischi di mettere gli uomini in un ruolo rigoroso quanto passivo. forse per arrivare al banchetto non basta essere chiamati, quasi fossero spettatori della rappresentazione, del mistero.
    certo, dicevamo che non c’è più da portare la colomba o l’agnello. ora all’offertorio non sale più il fumo della vittima, ma la parola orante che porta con sé tutta la vita dell’uomo. certo l’eucarestia (dove offerente e offerta coincidono) è proprio il sacrificio della parola, del logos incarnato. ma di questo non possiamo essere solo spettatori riconoscenti: l’uomo è chiamato a riunire sé e tutta la creazione a Dio: Dio tutto in tutti. Inoltre mi pare si aggiunga una questione pedagogica: l’offerta del pane e del vino rappresenta tutto questo ma allo stesso tempo la “parola orante che porta con sé l’esistenza dell’uomo” ha bisogno di dipanare un simile concentrato di significati, ha bisogno di riconoscersi e ricostruire nell’unità dell’offerta la molteplicità della propria esistenza. Per questo possono, credo, essere utili altri segni, come corollari. Certo, devono essere segni degni di ciò che indicano e non scampagnate variopinte.

    L’esempio di Mikal fa pensare. Per quanto riguarda gli elementi etnici, bisogna dire che non si trattava della pontificale, celebrata al mattino, ma della messa “dei popoli”. Quindi c’era una cornice specifica. E’ comuqnue vero che di tante culture diverse si trattava e creare una cornice unica comporta comunque rischi di incomprensione moltiplicati per le culture presenti. Ma ripeto il rischio si crea se i significati universali, cattolici che presiedono la liturgia non orientano in modo fermo e univoco le singole declinazioni culturali.

  5. una domanda che mi è stata rivolta da una giovane che deve sposarsi vuole oresentare i doni all’offertorio, ma vuole inserire anche la cesta del cane di cui è molto affezionata? si puo’ fare?t

  6. Mah, non saprei… Direi di no… a me pare non abbia senso, sarebbe un segno regressivo.
    Intendiamoci, nulla da dire se la sposa vive un bel rapporto di fedeltà col cane, anzi: ottimo. Ma il matrimonio celebra la fedeltà con lo sposo e la vita che nasce da questa fedeltà, solo in questo senso è sacramento, azione visibile di Dio.
    Se il rapporto col cane le insegna e le trasmette molto in questa direzione, ottimo ancora. Ma allora l’importante è che porti se stessa, non la cesta.

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