Metodo/2

“La Chiesa non ha ancora realmente provocato il genio contemporaneo a confrontarsi con la sua specificità, con le sue necessità di culto, di devozione, teologiche e antropologiche. Non ha mai chiesto a Peter Eisenman di progettare una chiesa che parli della Gerusalemme celeste o a Tadao Ando di studiare il problema della forma in rapporto ai dettami dell’Incarnazione. Senza una guida sicura e un vero dialogo, chiedere a Peter Eisenman o a Frank Gehry di progettare una chiesa cattolica equivale a chiedere a Jacques Deridda di scrivere un catechismo”.

Steven J. Schloeder, intervistato da Studi Cattolici, Gennaio 2007

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6 pensieri su “Metodo/2

  1. Indubbiamente è così.
    Però ci sono motivi profondi del perchè sia stato così. In questo brano Schloeder mostra una evidenza, ma non individua i motivi. Altrove, lo fa?

  2. Nell’intervista, che è tutto quello che di suo ho letto, dice che gli stessi teologi e liturgisti hanno perso consapevolezza della specificità della Chiesa. E lo si vedrebbe nel modo in cui hanno distorto parti del Vaticano II: ad esempio, la “nobile semplicità” si è trasformata in iconoclastia, la “partecipazione attiva” in modelli architettonici di chiese avvolgenti. Ma perchè questo sia avvenuto, non lo dice. Perché è avvenuto?

  3. ma si deve sempre considerare anche l’ambiente culturale, oppure il contesto sociale ed intelettuale, in cui si é sviluppata la chiesa dopo il concilio. Mi pare che la “discontunitá ermeneutica” di cui si parla -non senza raggione- nel tempo dopo il concilio abbia le sue radici in questo contesto e poi si mostra in questa assenza di senso liturgico ed artistico spirituale nei nostri giorni..; in questo mondo in cui regna il “homo faber” non c’é piú posto per adorazione e silenzio semplice avanti all’invisibile, ….

  4. L’articolo proposto da hakim presenta spunti interessanti.
    Ritengo che la Chiesa non sia riuscita ad interagire con la cultura architettonica contemporanea, perchè non è riuscita a trovare un “punto di attacco” di interazione dialettica con essa.
    E’ stata troppo passiva, per paura d’essere demodè. E il “punto d’attacco” l’ha spesso cercato nella dimensione sociale. Forse erroneamene
    Credo che sarebbe stato più efficace il punto d’attacco sul piano simbologico.
    Il piano simbologico, è stato un elemento abbastanza marginale ma non assente nella eclettica e confusionaria cultura architettonica del ‘900, che tuttavia è emerso in due momenti: verso gli anni 25-30 (periodo in cui Le Corbusier ha misticheggiato un po’ con il “nombre d’or” sulla scorta delle teorie di Mathila Ghika, e la fine degli anni ’80, in cui il “simbolico” è stato riproposto in modo confusionario (e teosoficheggiante) da Carl Jencks.
    Quello avrebbe potuto essere un punto d’attacco efficace. Perchè quel piano deve essere lasciato ad appannaggio dei massoni, degli gnostici, dei teosofi? Senza quel piano, è difficile recuperare una dimensione mistica dei luoghi di culto. E quel piano, è stato cristiano, il cristianesimo deve reimpossessarsene.

  5. Grazie per gli interventi e per la segnalazione dell’articolo.
    Il “punto di attacco” nel sociale può anche andar bene: è l'”ite missa est”, l’urgenza di compiere opere di misericordia cha ha fatto nascere le architetture cristiane. Il fatto è che, per dirla con georg, il contesto di un marxismo che appariva vincente perché scientifico ha determinato una sudditanza culturale che ha minato la creatività, se non l’identità, cristiana.
    In questo si è perso sempre più la capacità di creare simboli. Anche a me urta vedere un patrimonio di simboli in mano a adelphi, massoni, edizioni mediterranee e via scadendo. Però è anche vero che in mano a questi i simboli diventano banale magia. Perchè con loro i simboli non sono espressione potente di una creatività continuamente da rifondare, ma formule magiche di una tradizione statica e quindi segreta. Quelli là custodiscono simboli in naftalina. Mentre in quanto espressione che potenzia il rapporto della creatività umana con la trascendenza i simboli sono sempre da rifondare. Il rimpossessarsi dei simboli non è archeologia ma educazione alla creatività. E questo forse è il problema.

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